Visualizzazione post con etichetta società. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta società. Mostra tutti i post

giovedì 28 agosto 2008

Anche l'operaio vuole il figlio dottore. Non c'è più morale, ministro Gelmini

Non c'è governo, da almeno tre lustri ad oggi, che non si sia occupato della riforma della scuola. Anche la ministra Gelmini non ha voluto essere da meno e per esporre il proprio programma, non poteva scegliere platea più accomodante per lei che quella del meeting di Comunione e Liberazione.
In due parole, il grosso della proposta sta nel voler trasformare tutte le scuole, comprese quindi quelle statali, in fondazioni di diritto privato ed essere regolamentate come tali. In questo modo, le scuole potrebbero incassare finanziamenti da privati, che ovviamente determinerebbero le scelte scolastiche a proprio uso e consumo, pena la chiusura dei "rubinetti". Scuole-aziende con CdA al posto dei consigli scolastici, dove gli studenti non sarebbero altro che la materia prima da trasformare in un processo aziendale che produce lavoratori sempre più precari e funzionali al mercato del lavoro.

Perciò, quando si parla di riformare il sistema scolastico, non si sta parlando semplicemente della scuola. Non ci si riferisce semplicemente al numero di insegnanti, non è solo il sette in condotta, non è solo il grembiule, non è solo una questione di spesa. E' tutte queste cose. Ma è anche e soprattutto di una visione di società che si sta parlando.
Anche la ministra Gelmini, donna in carriera folgorata sulla via di Arcore, avvocato che non ha mai messo piede in una scuola in qualità di insegnante, che di insegnamento non saprebbe di cosa parlare, che di pedagogia ne conosce quanto me in materia di fisica dei sistemi complessi; anche lei, dicevo, sa bene che quando parla di riforma della scuola, non sta trattando un tema che inizia e si esurisce nelle aule scolastiche.

Quando la ministra Gelmini espone ad un pubblico di ciellini la riforma scolastica alla quale si vuole cominciare a dare corso, è della sua visione di società che sta parlando, e di quella di questo governo, e delle oligarghie politiche, economiche, istituzionali. E come comunemente immaginano la società questi poteri? Immaginano una società nella quale i ricchi possono frequentare scuole di eccellenza, mentre tutti gli altri sono destinati a frequentare scuole ed università dequalificate.
Sostanzialmente, chi appartiene ad una classe agiata è destinato, se vuole, a ricoprire ruoli dirigenziali, mentre chi appartiene alla massa è relegato alla produzione della ricchezza dei primi. A questo punto la Gelmini replicherebbe che la scuola a cui aspira, è fatta di docenti ed alunni che avanzano sulla base di criteri meritocratici.

E', il discorso della meritocrazia, il cavallo di Troia attraverso il quale si tenta in diversi ambiti di abbattere quel che rimane dello stato sociale. Non ha senso parlare di meritocrazia quando le condizioni di partenza non sono le stesse. Sarebbe come se un centometrista si dicesse più veloce del suo avversario perchè primo al traguardo, ma non si tenesse conto che quello stesso atleta è partito da blocchi di partenza spostati in avanti di 50 metri.
"Del resto mia cara di che si stupisce, anche l'operaio vuole il figlio dottore
e pensi che ambiente che può venir fuori. Non c'è più morale, Contessa."
E' la strofa di una canzone che si cantava a cavallo tra la fine del '60 e gli inizi degli anni '70. A quaranta anni di distanza da quando fu composta, quella canzone che si chiama Contessa, potrebbe ancora essere intonata senza nemmeno apparire nostalgici.

Continua a leggere... Read more...

venerdì 22 agosto 2008

Il professore, non trovando di meglio da dire, rivolgendosi alla classe, fece: "Ragazzi ... fate attenzione agli estremisti"


Ricordo che un giorno di tanti anni fa a scuola, un professore candidato per le elezioni amministrative mi chiese: "Crocco, tu darai il voto al tuo professore?". La domanda non era rivolta ad un alunno a caso. Era rivolta a me, alunno studioso ma "polemico". Che cercava lo scambio di opinioni ed alimentava il dibattito. Senza temere di esprimere le proprie idee ed i propri ideali, evidentemente di sinistra. La risposta fu, più o meno testualmente: "Non ho ancora l'età per votare. Ma comunque, no! Non le darei mai il mio voto. Io sono comunista ed i nostri ideali di società sono troppo distanti".
Ricordo che a quella mia risposta netta e chiara, verso un insegnante che ricordo essere fiero di sè, dagli atteggiamenti severi e sicuri ed avaro nei voti, la classe rimase silenziosamente sorpresa. Il professore, che pur conoscendomi forse si aspettava una risposta più diplomatica, non trovando di meglio da dire, rivolgendosi alla classe, fece: "Ragazzi ... fate attenzione agli estremisti".
L'argomento elezioni si chiuse così. Senza che si potesse dire a cosa aspiravo, cosa lui proponesse, cosa io mi aspettassi dalla politica e cosa lui contestasse ai miei ideali. Semplicemente l'argomento si concluse con un postulato: l'estremista lì dentro ero io e fuori da quella scuola chi la pensava come me.

Mi è tornato in mente questo episodio, leggendo quanto accaduto a Catania, con un ragazzo allontanato dalla madre perchè iscritto a Rifondazione Comunista, e leggendo un'intervista a Nadia Urbani su Liberazione, che parla di una "Italia docile che accetta tutto senza alcun dissenso".
Di fatto il terreno è stato molto ben preparato, con messaggi ripetuti e diffusi in massa, che tendevano a marginalizzare il dissenso. Dalla scuola agli organi di informazione, chi proponeva altre soluzioni rispetto a quelle acquisite come perbene, veniva etichettato come pericoloso. Dalle occupazioni di scuole e università, fino alle proteste per i rifiuti in Campania, passando per il G8 genovese del 2001, ogni forma di opposizione alle decisioni prese è stata classificata come pericolosa e chi esercitva il proprio diritto al dissenso giudicato come elemento estraneo ad una società che vuole crescere.
Alla lunga, il dissenso lascia spazio all'omologazione e la partecipazione fa posto all'individualismo. E' la destrutturazione della democrazia che il berlusconismo sta portando all'esasperazione e che l'attuale opposizione politica insegue. Di fatto la democrazia è ridotta a mera partecipazione elettorale passiva. Apporre una croce su un simbolo ed infilare una scheda in un'urna, anzichè essere la conclusione di un processo politico, diventa allo stesso tempo il suo inizio e la sua fine.

Può allora facilmente prendere corpo la criminalizzazione di ogni forma di protesta, di ogni pensiero fuori dai canoni del mero consumismo, di ogni diversità dalle forme culturali omologate. Il dissenso è rimasto soffocato, alternative al pensiero dominante non se ne vedono e ci si affida all'uomo della provvidenza di turno. Si può allora credere che è l'immigrato la causa del lavoro che manca. Si può essere contro l'islam senza conoscerlo. Ci si può definire di destra e leghisti, perchè sì e basta. Senza vedere che le condizioni di disagio economico, di riduzione dei diritti, di condizione sociale, sono comuni all'immigrato ed all'italiano, al musulmano ed al cattolico, al gay ed all'etero.
Se esiste una via d'uscita, credo sia nella riproposizione del dissenso. E' difficile, lo so. Non fosse altro che per l'atomizzazione sociale che si è sviluppata. Ma la dura condizione sociale ed il deficit democratico attuali, potrebbero essere fattori unificanti.

Continua a leggere... Read more...

lunedì 28 luglio 2008

Meno male che ci pensa il papa ...

I lavoratori sono costretti a tirare la cinghia per fare quadrare i conti, ogni mese, senza riuscirci. Perchè comunque il salario permette a stento una sopravvivenza dignitosa ed il governo rende la precarietà legge dello Stato, in un mondo del lavoro già fortemente precarizzato che precarizza le vite.

Ci sono persone malate costrette a giorni in corsia perchè negli ospedali mancano i posti, mentre intere giunte regionali fanno fruttare a proprio personale vantaggio i sistemi di cartolarizzazione della sanità pubblica. Tantissime persone malate che non possono permettersi visite specialistiche sono ora costrette a pagarsele, perchè il governo decide per tagli alla sanità che ridurranno i posti letto ed aumenteranno i ticket.

Le carceri sono strapiene di gente affollata in celle inadeguate. Spesso immigrati, piccoli spacciatori, ladri di galline, poveracci a cui è stato chiusa la porta di una speranza per una vita migliore riempiono le patrie galere, mentre l'alta politica si "loda" per essersi resa immune a qualsiasi giudizio di qualsiasi tribunale.

Il paese diventa sempre più vecchio. Figli non se ne fanno, anche perchè non ci sono i soldi per assicurare loro una vita dignitosa. Ed gli anziani di questo nostro paese, proprio in questo periodo si sentono ancora più soli. Mentre tutti sono in vacanza, l'unica loro distrazione è spesso la ricerca di refrigerio in qualche centro commerciale, come già consigliò tempo addietro qualche simpatico ministro della Repubblica.

Mentre il mese di agosto è alle porte, mentre tutto si appresta a fermarsi, ci sono persone che non potranno fermarsi dalla loro principale attività quotidiana: provare ad assicurarsi un'esistenza dignitosa in questa nostra Repubblica.
Anche la politica si fermerà e forse sarà un bene, perchè forse per un paio di settimane la parte più debole di questa società, potrà scampare a qualche indecente provvedimento che gli renderà la vita ancora più difficile.

In questo desolante quadro, l'unica voce di "conforto" viene dal capo di uno piccolo staterello estero. Tal Joseph Ratzinger, regnante dello Stato del Vaticano con il nome di papa Benedetto XVI, che accingendosi a partire per le straricche vacanze pagate dalla dagli ospitanti cittadini italiani, ha voluto rivolgere un saluto particolare
a chi non potrà concedersi il lusso della pausa estiva, ai malati, ai carcerati, agli anziani, alle persone sole o costrette a soffrire il caldo delle città.

Da quanto si apprende dalle cronache pare che, nonostante l'oscenità della frase, questa sia stata pronunciata senza mostrare alcun segno di turbamento.

Continua a leggere... Read more...

Stato di emergenza nazionale. Necessario alla sopravvivenza di questa politica.

Nei giorni scorsi ascoltavo in TV (mi pare fosse il TG2) un servizio sui giovani sindaci italiani. Tutti nati negli anni '70. Il più giovane di tutti, se non ricordo male, dovrebbe essere il sindaco del Comune di Civitella Messer Raimondo, un piccolo paese di poco meno di mille anime. Mi è rimasto impresso questo paesino tra tutti per due motivi: uno per il fatto che il più giovane sindaco d'Italia amministra un paese non lontano da dove risiedo. Il secondo e più importante, per una risposta data ad una domanda del cronista. Alla domanda su cosa la sua amministrazione offrisse ai cittadini, la risposta è stata, tra le altre cose: sicurezza.
Capito? Sicurezza. Da cosa e da chi, in un paese di meno di mille abitanti? Provo ad azzardare un'ipotesi, senza conoscere la realtà di cui parlo: da niente o da così poco, che la sicurezza dovrebbe fare ridere quale impegno amministrativo.

Ora, non è il caso specifico che mi interessa. Quello che mi ha dato da pensare, è come la parola sicurezza faccia ormai parte del vocabolario di ogni amministratore, di quasi ogni colore politico, di qualunque governo nazionale o locale italiano.
A pensarci, quella parolina così facilemente spendibile al mercato elettorale, non ha molto significato, per la sua assoluta genericità. Solo che (è questa la mia riflessione principale) i pensieri di chi quella parola l'ascolta, vanno sempre e solo nella stessa direzione: sicurezza come tutela dagli altri, intesi come diversi per il colore della pelle, della lingua, per come si vestono, o per quello che vi pare.
Di volta in volta viene reinsegnato di cosa avere paura, da chi arriva il pericolo e perciò da chi occorre proteggersi. Da chi, insomma, offrire sicurezza.
Tutto al di là di ogni dato oggettivo, prescindendo la minima volontà di conoscenza dell'altra cultura, ed al di là di ogni principio di accoglienza e di integrazione. E' la versione politically correct del linguaggio di Borghezio. E' la xenofobia che entra in politica ed investe la società.

Il terreno è stato così ben preparato che il governo si può permettere in questi giorni di proclamare lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, per un presunto eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari. Anche in questo caso, fuori dalla logica che sarebbe imposta da una leale lettura dei dati, che dicono di una situazione invariata del flusso migratorio verso l'Italia. Ma soprattutto, dicono quei dati, che la maggior parte degli ingressi avvengono non certo su carrette del mare, ma ad esempio attraverso regolari permessi turistici e con ben altri e più abituali mezzi di trasporto. Nè viene detto che moltissimi dei migranti in arrivo in Italia, sono richiedenti asilo politico e che perciò dovrebbe essere tutelato questo loro diritto.
Sono cose che non possono essere dette da questa politica, che per vivere si nutre delle paure costruite della gente. Se così non fosse, questa politica autoritaria e xenofoba sarebbe costretta a dare piena legittimità alle rivendicazioni di un salario adeguato a condurre una vita dignitosa; dovrebbe dare risposte all'insicurezza sociale causata dalla precarietà lavorativa e di vita; si troverebbe a dover garantire i servizi essenziali ed i diritti individuali e civili fondamentali. Dovrebbe, in quel caso, disconoscersi, lasciarsi morire.

Ed allora, tanto vale creare l'emergenza nazionale. Così da tenerci occupati a dargli all'immigrato. Se tanto poi diversi problemi rimanessero irrisolti, se altri dovessero crescere, se le tensioni inevitabilmente dovessero alzarsi, c'è sempre pronta una nuova emergenza nazionale da sbattere in prima pagina e qualche vecchio o nuovo capro espiatorio da gettare nell'arena.

Continua a leggere... Read more...

martedì 8 luglio 2008

"Fare lo zingaro". Dallo stupidario di certi imbecilli

Sono capitato in questi giorni in una discussione con quel tipo di persone che rendono la vita facile al ministro dell'interno Maroni ed al governo del quale fa parte, con la loro superficialità e l'accettazione passiva di ogni sorta di informazione venga loro propinata. Inutile descrivere il mio sdegno, la mia rabbia ed in un certo qual modo una sorta di personale rassegnazione, di fronte a certi discorsi. La discussione si è protratta per diversi minuti ed ha ruotato sempre intorno agli stessi concetti, intrisi di profonda, profondissima stupidità, prima ancora che di xenofobia.

In sostanza ci si era trovati a chiacchierare del problema macroscopico, reale e assolutamente debilitante dello scarso potere di acquisto degli stipendi e dei salari italiani. C'era chi faceva notare quanto misero fosse il proprio stipendio, nonostante la montagna di ore passate in fabbrica. Alcuni ritenevano di meritare di più, e per l'attività che svolgeva, e per il tempo dedicato al lavoro. E qui c'era stato già un mio primo dissenso, che può apparire semplicemente ideologico, ma che invece personalmente considero evidentemente pratico: il maggiore guadagno non può essere visto semplicemente come compenso per un numero di ore maggiore passato sul posto di lavoro. Bisogna mirare all'aumento del salario e dello stipendio, per poter disporre di una retribuzione "sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa" (articolo 36 della Carta costituzionale italiana). Ma non è di questo che volevo parlare e perciò su questo argomento mi fermo qui, per non divagare troppo.

Non credo di peccare di presunzione nel definire piccole menti quei miei interlocutori, visto che l'unica soluzione che avevano saputo trovare al salario insufficiente era stata quella di "fare lo zingaro" (mescolando nella parola "zingaro" etnie varie e forse anche i rumeni, ma questa è solo una mia supposizione).
Non so se quei poveretti si rendessero conto che dire "fare lo zingaro" è un passo oltre all'identificazione di un atteggiamento legato ad un popolo, che può essere dovuto a mille ragioni. Non era stato detto di "fare come fa uno zingaro" (espressione già gravemente xenofoba). Con la frase "fare lo zingaro", si assegna ad un popolo un modo di essere insito nella sua natura, genetico, scritto nel prorpio dna e del quale non può liberarsi. Ed ovviamente si presume una natura ed un codice genetico diverso da quello delle persone di altre nazionalità o etnia.
E cosa vuol dire fare lo zingaro, cosa per natura è portato a fare una persona di etnia rom, sinti o kalè che sia, lo ha specificato la stessa larga e putrida bocca: "fare i soldi rubando; uccidere ed essere condannato ad una villeggiatura che gli italiani non possono permettersi; scopare (riporto testualmente) dove vuoi, quando vuoi, con chi vuoi, tanto se non trovi una femmina (ancora testuale) puoi violentarla".

Ovviamente frasi del genere non sono casi isolati. Non sono stato particolarmente sfortunato nel fermarmi a discutere con quegli imbecilli. Di fatto esiste una parte di popolazione che ritiene di appartenere ad una categoria di persone (sulla base della nazionalità, dell'etnia, del colore della pelle, ecc.) superiore ad altre. Una presunzione che appare come la traduzione sociale, di leggi razziali come quella delle impronte digitali ai rom, di prime pagine dei quotidiani e titoli di telegiornali che strillano la presunta pericolosità sociale di specifici gruppi di persone. Che oggi siano i rom, ieri i rumeni, prima ancora gli albanesi, poco importa. L'importante è creare il capro espiatorio di turno. Quale esso sia, dipende solo da quale problema reale fare passare in secondo piano o nascondere, insieme alle sue cause e da quale sia in quel momento il soggetto più debole.
Ed intanto quei noiosi ed ottusi miei interlocutori non si accorgono che per altri soggetti, socialmente ed economicamente più forti di loro, i capri espiatori sono anche loro.

Continua a leggere... Read more...

mercoledì 11 giugno 2008

Ritorno ad un passato lontano di 91 anni, per i diritti del lavoro

La notizia che l'Unione Europea ha emesso una nuova direttiva, con la quale si stabilisce la possibilità per ogni Stato membro di modificare la propria legislazione, per allungare la durata lavorativa settimanale dalle 48 ore attuali fino alle 65 ore, è passata un po' in sordina, con articoli alle pagine interne, nei principali quotidiani nazionali.
Eppure si tratta di un provvedimento che potrà cambiare di molto le condizioni del lavoro e seppure la direttiva dovrà passare per l'approvazione del parlamento europeo per avere validità, rimane tuttavia il tentativo dei governi europei, di sfruttare quanto più possibile la merce-lavoro. Braccia e cervelli da spremere come limoni.

Un tentativo analogo già ci fù tre anni fa, quando l'ammissione della cosiddetta clausola "opt out" è rimasta bloccata a causa dell'opposizione fatta da Francia, Italia e Spagna. Questa volta, invece, i rappresentanti del governo italiano sono stati tra i primi ad accettare la clausola.
Di fatto si tratta di un ritorno al passato di 91 anni, a quando cioè le 48 ore di lavoro settimanali erano state stabilite come un diritto sociale dall'ILO.
Rimane tuttavia il limite di 48 ore di lavoro settimanali, per i lavoratori impiegati per più di 10 settimane e comunque le 60-65 ore, possono essere applicate solo nel caso in cui il lavoratore acconsenta.

Volendo azzardare una traduzione dal politichese, si potrebbe dire:

"se sei precario, ti viene fatto un contratto della durata minore di tre mesi, così che sotto il ricatto aziendale sei costretto ad accettare una clausola che ti impone di lavorare anche più di 10 ore al giorno, per sei giorni alla settimana. E se tieni bassa la testa, se fai il bravo e ti fai sfruttare, se rinunci senza protestare a buona parte dei tuoi rapporti sociali, alle tue relazioni personali, agli affetti familiari, forse fra tre mesi ti viene rinnovato il contratto. Ovvio, della durata di meno di 10 settimane, così potrai lavorare tanto, essere produttivo, contribuire a fare incrementare il PIL ed accrescere i profitti dei padroni.
Quando poi sarai stanco, quando avrai esaurito le tue forze, o quando i ritmi di lavoro ti avranno consumato fino anche ad ucciderti, non preoccuparti ... tanto sei un prodotto facilmente riciclabile"


Continua a leggere... Read more...

mercoledì 28 maggio 2008

Rapporto Amnesty International 2008. Sapremo vergognarci almeno un po'?

Chissà se sapremo almeno esprimere ancora un sentimento di sincera vergona! Amnesty International, nel suo rapporto annuale sui diritti umani per il 2008, ha molto di cui trattare sull'Italia.
Anche scorrendo velocemente il rapporto, pure solo leggendo i titoli delle sezioni del rapporto, si nota come il nostro paese non voglia proprio farsi mancare niente: tortura, maltrattamenti e responsabilità delle forze di polizia; le scelte dell'Italia nella "guerra al terrore"; la discriminazione, la xenofobia riversata su rom e migranti; i provvedimenti sulla "sicurezza"; l'assenza dei diritti dei rifugiati e dei minori migranti; il commercio di armi ed i bambini soldato. In ognuno di quegli aspetti, l'Italia si è resa protagonista in negativo.

Solo pochi mesi fa, l'Italia mostrava il suo volto umano, orgogliosa di essere stata tra le promotrici della moratoria mondiale della pena di morte. Ora, Amnesty International strappa la maschera al nostro paese, e mette in mostra il volto più brutale dell'Italia: quello stesso volto che viene mostrato ai migranti, ai rom, ai diversi, ai più deboli.
Un volto che quasi tutta la politica nostrana aveva mostrato già durante l'ultima campagna elettorale (come ricorda anche Amnesty International), durante la quale i principali candidati facevano a gara a chi riusciva a fare più paura. I cui risultati sono sotto gli occhi di tutti e visibili sui corpi dei migranti, colpevoli di sfuggire a condizioni di fame, miseria, guerra, persecuzioni: un pacchetto di sicurezza fortemente xenofobo varato da un governo simil-fascista, mentre l'opposizione quasi ne rivendica la paternità.

Ora che Amnesty International, con le parole della direttrice dell'ufficio campagne e ricerca Daniela Carboni, si dice preoccupata per il clima da caccia alle streghe contro i diversi che si respira in Italia, sapremo almeno vergognarci un po'?
Mi auguro che sapremo almeno arrossire, sapendo che a sessant'anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, siamo uno tra i paesi dove la tortura è ancora diffusa.
Vorrei che almeno provassimo un po' di imbarazzo a "scoprirci" di appartenere ad una società razzista, pericolosamente xenofoba, intollerante nei confronti di qualunque diversità.
E chissà se finalmente riusciremo a leggere l'ingiustizia che sta dietro l'essere parte di una società che stà dentro quel 10% di popolazione mondiale, che divora il 90% delle risorse del pianeta, costringe popoli interi ad emigrare, e poi li bastona perchè per decreto le vittime di un sistema politico-economico assassino sono state trasformate in criminali.

Continua a leggere... Read more...

venerdì 16 maggio 2008

Non vogliamo l'integrazione, ma l'assorbimento dell'altro

«Questi extracomunitari vengono qui, ma non si vogliono integrare». Quante volte ho sentito pronunciare questa frase. Altrettante mi sono chiesto cosa intendesse dire, con quella frase, chi la pronuncia. Ed in particolare, mi sono ogni volta chiesto quale significato si volesse dare alla parola integrazione.
Wikipedia dice che:

"Il termine integrazione indica l'insieme di processi sociali e culturali che rendono l'individuo membro di una società."

Ora, se il significato del termine "integrazione" è quello detto sopra (e lo è), devo dedurre che quando lo stesso termine viene utilizzato, spesso gli si dà un significato diverso. In molti casi, "integrare" è utilizzato per significare "assorbire".
Quando sento una persona che si lamenta, perchè ad una comunità musulmana viene concesso uno spazio dove poter pregare, non credo di poter cogliere una volontà di integrazione, da parte di chi si lamenta. Allo stesso modo, pure sforzandomi, non riesco a riconoscere una volontà di confronto con l'altro, se noto che una piazza si svuota perchè frequentata da extracomunitari.
Se per essere accettato, un extracomunitario, un musulmano, un rom, una persona in genere con una cultura diversa, deve svuotarsi del suo essere per diventare quello che noi siamo, è chiaro che non c'è "integrazione", ma "assorbimento".
In casi se possibile peggiori, cioè quando si accetta che quelle stesse persone, facciano lavori quanto più umili e disprezzati dalla nostra cultura e nelle forme del peggiore sfruttamento del lavoro, e poi si protesta per la loro presenza, non si può usare il termine "integrazione". Si dovrebbe parlare di "consumo" di quelle persone, come forza lavoro da sfruttare. Braccia da "consumare" che quando diventano inutilizzabili, bisogna avere la possibilità di rispedire nelle discariche umane.
L'integrazione è ben altra cosa: è un rapporto tra diverse culture, che prevede anche la possibilità, consapevole ed accettata di modificare i propri usi e costumi, i propri valori e le proprie tradizioni. Una modificazione che significa arricchimento anche attraverso lo scambio delle esperienze e delle conoscenze.
D'altronde è proprio attraverso il mutamento e l'adattamento a nuove e diverse condizioni di vita, che le civiltà si sono evolute. Ma mi rendo conto sempre più, che quella che stiamo vivendo è una fase di forte regressione.

Continua a leggere... Read more...

giovedì 15 maggio 2008

E' ripartita la caccia alle streghe ... che oggi si chiamano rom

E' ripartita la caccia alle streghe e con essa un coro di banali, sempre uguali pregiudizi, carichi di ignoranza e mancanza di volontà a capire.
E' successo che una quattordicenne di etnia rom, è entrata in un'abitazione a Ponticelli nella periferia Est di Napoli per rubare, e quando è stata scoperta dalla proprietaria, questa la vede con in braccio sua figlia di pochi mesi. La ragazzina rom, malmenata dalla proprietaria di casa e quasi linciata dagli abitanti del quartiere, è salva forse solo grazie all'intervento della polizia.
A seguito del tentativo di furto e del presunto tentativo di rapimento, gli abitanti di Ponticelli danno alle fiamme il campo rom, con lancio di molotov. Prima ancora, un rumeno residente nella zona, regolare, operaio, non appartenente all'etnia rom, è accoltellato, per vendetta all'episodio del furto.
In quanti sarebbero potuti morire nel rogo? E quanti bambini avrebbero potuto bruciare vivi? Cosa importa. «Sono rom, bestie che rubano in casa e rapiscono i bambini!», secondo i luoghi comuni di cui parlavo prima. Detti da persone che «non sono razzista, ma gli zingari ...».
Luoghi comuni alimentati ad arte, dalla stampa con titoli a caratteri cubitali, per identificare nel rumeno, nel rom, nell'albanese, un potenziale delinquente. Dalla TV che sottolinea la nazionalità del pirata della strada di turno o del presunto protagonista di un fatto di cronaca. Dalla politica, che si ritrova il terreno pronto per la creazione di un nuovo stato di emergenza.
Emergenza sicurezza, emergenza immigrati, emergenza clandestini, emergenza rom; a cui fare seguire pacchetti sicurezza, leggi che creano la clandestinità che vorrebbero reprimere, leggi razziali e commissari speciali. E poi, e quindi, ancora paure, ancora rancori e tanta rabbia, scatenata verso quello più povero ed escluso, con il quale si dovrebbe tentare di creare un'idea di società della convivenza e di tutela dei diritti.
E invece ci tocca sentire il post-fascista Alemanno, neo-sindaco di Roma dire che «il lassismo [dello Stato] può generare la cultura della giustizia fai da te». Si grida la necessità di più sicurezza, più detenzione, pene più severe, che alimenteranno inevitabilmente, nuove emarginazioni, nuove paure ed altri rancori, utili per giustificare provvedimenti repressivi ed antidemocratici e le peggiori politiche sociali.

Continua a leggere... Read more...

lunedì 5 maggio 2008

Urlano la difesa della privacy. Forse si vergognano almeno un po'.

E così pare che il mio reddito sia finito in rete. Ognuno può (poteva) collegarsi ad internet, ricercare il mio nome ed informarsi su quanto guadagno annualmente. O almeno poteva sapere qual è stato il mio reddito per l'anno 2005.
La magistratura ha avviato un'indagine, per stabilire se esiste un reato legato al mancato rispetto della privacy. Non so dire se certamente una qualche forma di provacy è stata o meno messa in discussione, con la pubblicazione dei redditi degli italiani, da parte dell'Agenzia delle entrate.
Però ho un'opinione in merito, che mi fa ritenere che il reddito di
ognuno non ha carattere assolutamente privato, derivando da questo il prelievo fiscale, che ha certamente valore ed interesse pubblico. Tanto è vero che già prima della pubblicazione su internet, chiunque poteva recarsi negli uffici di un'Agenzia delle entrate e fare valere il proprio diritto di conoscere il reddito dichiarato da Caio.
La differenza tra il recarsi personalmente agli uffici dell'Agenzia delle entrate e leggere i dati su internet, sta quindi essenzialmente nella diffusione di un dato che privato non è, e certamente non si tratta di dati sensibili.
Ma chi se ne frega, se Tizio mosso da irrefrenabile curiosità, scorre con il mouse fino al mio nome, per conoscere il mio reddito di cittadino qualunque, di una qualunque città di provincia e che svolge un lavoro qualunque? Quale motivazione dovrebbe spingermi a custodire gelosamente in segreto il mio guadagno annuale?
Ops ... mi sono accorto di avere utilizzato finora, in maniera indifferente i termini guadagno e reddito (dichiarato). Forse proprio qui sta la natura della protesta verso l'iniziativa del viceministro delle finanze Visco. Forse non è il quanto "guadagnato" che si vuole mantenere segreto, perchè questo è anzi elemento di appartenenza ad un mondo, i cui privilegi proprio sul guadagno si basano. Ciò che si vuole mantenere segreto, privato, direi anche familistico, è il quanto "dichiarato", che consegue a non divulgare il proprio contributo (fiscale) alla vita pubblica di ogni cittadino di questa Repubblica.
E allora chi grida alla violazione della privacy, forse (sottolineo forse) un po' se ne vergogna di non dare un contributo alla collettività, proporzionalmente a quanto guadagna ed a quanto ha sottratto dalle tasche dei lavoratori, per fare crescere i propri profitti. Oppure forse (risottolineo forse) si vergogna un po' nel guadagnare ingiustamente in un'ora, quanto un operaio guadagna in cinque mesi.
E poi forse qualcuno si è vergognato (o almeno irritato) un po', per essersi sentito molto più vicino alla casta che denuncia, di quanto volesse fare apparire.

Continua a leggere... Read more...

mercoledì 23 aprile 2008

Il braccialetto antiviolenza è una proposta inutile

Altri casi di violenza sulle donne sono stati registrati e divulgati in questi giorni: uno a Roma, l'altro a Milano. Intanto diciamo che questo genere di violenza non si è mai fermato, a differenza dell'informazione sul tema. Solo che in questi ultimi giorni di campagna elettorale, quello della violenza sulla donne è un tema che può tornare molto utile, in vista del ballottaggio per le elezioni di sindaci in diverse città italiane ed a Roma in particolare.
Ovviamente, essendo questo un tema caro agli elettori quando la violenza è commessa da stranieri, e poichè appunto siamo alle ultime battute di campagna elettorale, è bene proporre qualcosa che possa catalizzare i voti. Il colpo di genio questa volta è di Rutelli (chi lo avrebbe immaginato), che propone di dotare le donne di un braccialetto antistupro. Subito è scattata la replica negativa del suo competitore elettorale Alemanno, che deve essersi risentito di essere stato anticipato nella proposta.
Sull'argomento, mi vengono da fare due considerazioni: la prima e meno importante è sul costo del braccialetto. Non deve segnalare solo una richiesta d'aiuto. Deve anche specificare da dove la richiesta proviene e perciò credo abbia bisogno di un sistema di localizzazione, sufficientemente preciso, che sia funzionante in ogni luogo aperto o chiuso che sia. Una sicurezza di lusso, mi verrebbe da pensare in prima battuta: Chi può permettersi un aggeggio del genere può passeggiare in santa pace; chi deve ogni giorno contare i soldi per prima di fare la spesa, continua a vivere nel timore. Ma insomma, quella economica sarebbe una difficoltà superaribile con contributi statali o degli enti locali.
L'altra considerazione - più importante - è di natura, per così dire culturale. Si tende all'intervento in caso di violenza avvenuta o nel migliore dei casi, di protezione preventiva contro violentatori che comunque continueranno ad esistere. Soprattutto che continuano a vivere molto spesso, negli stessi luoghi, nelle stesse case, a dormire negli stessi letti delle vittime di quelle violenze. Perchè non bisogna dimenticare che la stragrande maggiornza delle violenze subite dalle donne, avviene tra le mura domestiche e che i violenti, sono quasi sempre mariti, fidanzati, compagni, familiari o comunque conoscenti della vittima.
Quella di Rutelli potrebbe essere una proposta accettata come soluzione utlima, se solo fosse sinceramente orientata alla prevenzione delle violenze sulle donne. Ma la prevenzione non la si fa promuovendo un braccialetto per donne sole nelle vie della città. Per quello che si diceva prima e perchè è lacultura machista che deve essere ancora scardinata.
In troppi pochi casi ancora si denunciano queste violenze e per mille motivi che sarebbero da indagare a fondo. Troppo pochi sono i centri antiviolenza a cui potersi rivolgere. Scarsa è la cultura sessuale e l'attenzione alle relazioni tra uomo e donna. Di strada da fare ce n'è ancora tanta e quella del braccialetto appare solo una semplice scorciatoia impraticabile.

Continua a leggere... Read more...

martedì 22 aprile 2008

Creare l'emergenza immigrati e risolverla con metodi xenofobi e fascisti

Si riparte da dove il precedente governo aveva più o meno terminato, in termini di politiche per l'immigrazione (ma si dovrebbe dire contro l'immigrazione).
Qualche mese fa, una donna è stata violentata ed uccisa in una periferia romana, di quelle non troppo curate e meno ancora illuminate. A compiere il barbaro gesto fu un immigrato di etnia rom ed a denunciare il fatto, una ragazza della sua stessa comunità. Quel drammatico evento, scatenò una vera e propria caccia alle streghe ed irrazionali decreti urgenti.
La violenza si è ripetuta in tutte le sue forme in questi giorni:
una ragazza è stata violentata in na periferia romana; i media creano un'emergenza non completamente vera; la politica cerca risposte e consensi, nella forza della persecuzione. A loro modo tutte e tre sono da considerarsi violenze.
Sarebbe da raccontare, per fare un'informazione corretta, che i reati in Italia sono in diminuzione, e che addirittura il numero di omicidi è pressochè dimezzato negli ultimi anni. Contestualmente il numero di immigrati in Italia è aumentato, anche in virtù di un fabbisogno produttivo di cui non è possibile fare a meno, pena il crollo di un'intera economia. Provare (per credere) a domandare agli imprenditori del Nord-Est italiano, quando posano le forche e reindossano la cravatta.
Sarebbe utile far notare che i reati commessi da immigrati, sono commessi per la stragrande maggioranza dei casi da clandestini, spesso costretti alla loro condizione da iter burocratici e da una legislazione che la clandestinità la producono.
Se qualche volta ci si prendesse la briga di verificare i dati pubblicati dalla polizia di stato, si scoprirebbe che gli immigrati regolari, in percentuale sulla popolazione residente, commettono reati in misura minore degli italiani. Sostanzialmente, se volessimo fare un poco dignitoso confronto tra cittadini regolarmente residenti sul territorio nazionale, scopriremmo che gli italiani non avrebbero i numeri per ergersi a dispensatori di comportamenti esemplari nei confronti degli immigrati, dal punto di vista della legalità.
E' fin troppo facile constatare che la delinquenza, anche organizzata, esiste tra gli immigrati e che spesso proprio quella organizzata approfitta delle precarie condizioni di vita dei propri connazionali. Ma questo non può in alcun modo giustificare la criminalizzazioni di intere popolazioni, come se alcune fossero naturalmente portate a delinquere, come mi è capitato di dover sentire anche in questi giorni.
Se soltanto si cominciasse a valutare il fenomeno dell'immigrazione, fuori dalle logiche populistiche e di propaganda politica, propabilmente proposte come quelle delle ronde notturne o dell'espulsione di massa si potrebbero considerarle per quello che realmente sono: metodi xenofobi e fascisti. Nella migliore delle ipotesi, si dovrebbe parlare di schizofrenia politica.

Continua a leggere... Read more...

mercoledì 2 aprile 2008

Nelle città a misura di opulenza, non c'è spazio per i poveri

Firenze è una città d'arte. Forse la città dell'arte, per definizione. Firenze è immaginata una città tanto artistica, da essere anche romantica. Una città tanto piena d'arte, da pensarla come una delle più belle al mondo. Perchè l'arte è anche bellezza.
Cosa c'entrino in questo meraviglioso quadro fiorentino, i poveri che spesso chiedono l'elemosina agli angoli delle strade? Niente, non c'entrano niente. Anzi danno un bel fastidio alla bellezza della città, che deve essere osservata in tutto il suo splendore, dalle schiere di turisti possibilmente facoltosi. Una città ricca di arte e di bellezza, non può non essere a misura di opulenza. Questo deve avere pensato l'assessore sceriffo Cioni, che dopo i lavavetri si è scagliato contro i mendicanti.

Certo, «L'accattonaggio non è un reato - precisa Cioni - ma i mendicanti distesi per terra sono un grave ostacolo». Come e per chi sono un ostacolo? Sono un ostacolo come fossero un cantiere nel centro cittadino, che impediscono una visuale immacolata dei monumenti e perciò un ostacolo verso lo sviluppo di una città a misura di denaro?
Perchè in effetti di questo si tratta e lo conferma (forse involontariamente) Cioni affermando che quando vede «questi mendicanti stesi tutto il giorno nelle strade principali del centro storico pensiamo quantomeno a uno sfruttamento ignobile: l'accattonaggio individuale è una cosa, ma le sue forme organizzate sono una storia diversa». E come dargli torto? Certo che spesso dietro i mendicanti esiste anche un racket, ma le cui cause sono la povertà estrema che le stesse città generano. Ed in condizioni di povertà, quando la fame uccide, quanti non si lascerebbero sfruttare per potere avere un pezzo pane?
Se davvero si volesse combattere le forme organizzate dell'accattonaggio, non si partirebbe rigettando i poveri nelle loro difficoltà e lascindoli soli nelle loro drammatiche condizioni, ma al contrario cercando di toglierli dalle strade. Solo che questo, non fa parte dei programmi di una società che vuole immaginarsi ricca, che vuole svilupparsi nel nome della crescita economica e del consumismo. Non c'è spazio per i poveri, nei progetti di città sicure ed opulente.


Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Continua a leggere... Read more...

mercoledì 19 marzo 2008

Fini e Veltroni fanno a gara di altruismo ... e di ipocrisia!

Di programmi per il prossimo governo è bene non parlare. D'altronde, è cosa nota, gli impegni presi dal PD e dal PdL sono molto simili tra loro ed antrambi rispecchiano le richieste di Confindustria, elencate dall'ex presidente dell'associazione degli industriale Luca Cordero di Montezemolo.
E allora meglio puntare su altro, per convincere la massa di indecisi, che sembrano essere in numero molto maggiore rispetto alle precedenti elezioni. E su cosa puntare? Niente di più semplice di buttarsi su sul vecchio e mai sorpassato, facile populismo.

Così, mentre Veltroni intrattiene la piazza di Varese con i suoi "ma anche" e con richiami al patto operai-imprenditori (sic!), Fini lo chiama ipocrita, perchè «Veltroni propone di ridurre l'indennità ai parlamentari», ma lui, Veltroni, a «52 anni percepisce una pensione di 5.216 euro netti al mese». Veltroni non manca ovviamente di replicare che «Fini ha perso un'occasione per stare zitto. Avevo chiesto di poter rifiutare quei soldi ma non è possibile. Così li ho spesi nelle cose in cui credo».
E allora, via con la corsa alla candidatura di migliore benefattore. Veltroni si candida a leader dei mecenati per avere «dato 100.000 euro in beneficenza». Ma è incalzato dal caritatevole Fini, che ha detta del suo entourage «guadagnando il doppio del segretario del Pd avrà certamente contribuito con cifre doppie delle sue ad aiutare chi è meno fortunato».
Mi chiedo se questi due personaggi politici, discutendo delle loro facili pensioni e dei loro lauti compensi, si rendano conto di quanto percepisce mediamente un pensionato o di quale sia lo stipendio ed il salario della stragrande maggioranza dei lavoratori in Italia. E neppure credo si rendano conto, i due politicanti, che quelle pensioni e quegli stipendi e salari generalmente percepiti, non bastano a condurre una vita dignitosa.
Mentre Fini e Veltroni si lanciano frecciate sulle loro pensioni, in Italia ci sono migliaia di pensionati che cercano di calmare i morsi della fame rovistando nella spazzatura.
Questi due politicanti, anzichè fare a gara in un presunto campionato italiano di filantropia, farebbero bene a rileggersi i loro programmi, dove la parola "pensione" è nominata una volta sola in quello del PdL e mai in quello del PD. Mentre le parole stipendio o salario mai sono citate nel programma del PdL ed una volta sola in quello del PD. Uno pari ... palla al centro. La sfida può continuare, ma gli spalti si stanno svuotando!


Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Continua a leggere... Read more...

lunedì 17 marzo 2008

La famiglia secondo le convinzioni di un clericofascita

Chissà, forse Cirrapico, ex(?)fascista dell'ultima ora e candidato nelle file del PdL, se la sarà presa con lo psiconano, che pochi giorni fa aveva detto che il Ciarra è un candidato tra altri mille e che perciò conta come il due di coppe, quando la briscola è bastoni. Oppure no. Certamente il Ciarra è proprio così, clerico-fascista mai pentito, estimatore di Almirante e Benedetto XVI, sua stella polare.
Rimane il fatto che l'editore, imprenditore, pluricondannato, candidato del PdL Ciarrapico, ha rilasciato questa intervista esclusiva concessa a Petrus, quotidiano on line sul pontificato di Benedetto XVI, nella quale definisce ciarpame ogni unione che non sia vincolata da un matrimonio.

La famiglia tradizionale che il clericofascista Ciarrapico probabilmente intende, unica secondo lo stesso ad elevarsi dal ciarpame, sarebbe formata da un uomo ed una donna, uniti in matrimonio davanti ad un altare, con il marito che lavora mentre la donna accudisce la casa ed alleva la prole, rigorosamente numerosa e possibilmente di sesso maschile.
Il fascista Ciarrapico, deve avere dimenticato di staccare qualche pagina dal calendario, non essendosi accorto che le famiglie hanno assunto nel tempo varie forme: ristrette ed allargate, etero ed omosessuali, miste. Una varietà di nuclei familiari che ha probabilmente contribuito ad una crescità culturale, fondata sulla conoscenza ed accettazione delle diversità.
Considero pericolose certe affermazioni, già sentite in altri termini forse con meno volgarità ed aggressività, non credo che si possa pretendere da un personaggio come Ciarrapico, un'apertura verso altre culture, verso diversi modi di intendere la famiglia, men che meno un'accettazione di altri modi di vivere la sessualità diversi da quelli lui considerati. Ma allo stesso tempo, non credo che possano essere accettate lezioni di moralità su questi temi (ma probabilmente nemmeno su altri), da un personaggio condannato in via definitiva per sfruttamento di lavoro minorile.


Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.

Continua a leggere... Read more...

mercoledì 12 marzo 2008

Aspettiamoci un Parlamento peggiore di quello precedente

Ha fatto parlare e tanto, la candidatura dell'editore Ciarrapico (tra le pubblicazioni quasi solo libri che inneggiano al fascismo), perchè non ha mai rinnegato il ventennio, salvo poi correzioni dell'ultima ora. Certo che ritengo pericolosa questa continua legittimazione di personaggi che, nel migliore dei casi non rinnegano il fascismo, in altri lo rimpiangono. Fatti di cronaca, che dovrebbero essere continuamente aggiornati, di vigliacche azioni di gruppi neofascisti, avvengono già quotidianamente.

Berlusconi considera la candidatura di Ciarrapico necessaria ed è ovvio a cosa la si ritiene necessaria: attrarre i voti de La Destra e simili, in un Lazio orientato a destra. In sostanza una candidatura "pubblicitaria" (ma per il caso specifico, si dovrebbe forse dire di propaganda).
In questo senso, quanto davvero è diverso il metodo del PD nella formazione delle liste elettorali? Secondo me, non molto.
Osservando come sono stati scelti i nomi per le liste elettorali, ma ascoltando quello che fino ad ora i leader di PD e PdL hanno avuto da dire, è evidente a mio parere una stessa filosofia propagandistica.
Certo che il sistema elettorale ha influenzato - e molto - i metodi, i programmi ed i nomi per questa campagna elettorale, che risulta sempre più orientata a scelte che hanno l'unico scopo di fare parlare. Una campagna elettorale condotta come fosse un continuo gossip.
A subirne le conseguenze saranno gli italiani, che si ritroveranno un Parlamento privo di personaggi in grado di orientare la politica verso le reali esigenze del Paese. Non che ultimamente l'Italia potesse vantare un gran numero di parlamentari dielevato spessore. Ma immagino il prossimo Parlamento, una delle peggiori rappresentazioni istituzionali della storia della Repubblica italiana.
Ci ritroveremo un Parlamento che sarà composto di rappresentanti di questo o quel leader di partito, di questo o quall'altro partito privo di ogni rappresentanza sociale, che faranno finta di farsi carico di programmi che volutamente richiamano ad una impossibile pace sociale. Certamente in questo Parlamento non siederanno deputati e senatori in grado di essere espressione della società italiana, notoriamente complessa e volutamente semplificata nelle gioco delle candidature.
Aspettiamoci qualcosa di peggio, di quanto ci stiamo lasciando alle spalle!

Continua a leggere... Read more...

Se 64 notti vi sembran poche, provate voi a lavorar

Linea dura di Confindustria sul decreto legislativo che il Governo sta preparando per esercitare la delega sui lavori usuranti (che scade il 31 marzo). Il provvedimento messo a punto dal ministero del Lavoro viene definito da Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria per le Relazioni industriali, «elettoralistico» nel suo tentativo di «far saltare il tetto al lavoro notturno».
«Affermare che rientri nel concetto di lavoro usurante anche chi fa 64 notti l'anno – aggiunge Bombassei – non ha alcun riscontro con i parametri che erano stati previsti dal Protocollo sul Welfare del luglio scorso».

(fonte www.ilsole24ore.com)

C'è da chiedersi fino a che punto un lavoratore debba essere spremuto, per meritarsi un giusto riposo, una giusta pensione.

E' evidente che il ragionamento di Bombassei, trova una logica solo se inserita in un'ambito puramente capitalistico, dove non si assume, per dato e certo, il primato del diritto alla salute ed a condizioni di lavoro umane. E' il profitto e l'accumulazione di capitale che segnano il passo e sono considerati prioritari su ogni altra considerazione.

Ormai diversi studi scientifici hanno determinato che il lavoro su turni genera danni alla salute. In particolare è stata riscontrata un'alta percentuale di casi di ipertensione arteriosa, in soggetti che svolgono lavoro a turni ed è stata osservata una stretta associazione tra lavoro a turni e malattie cardiovascolari. Inoltre, dallo studio delle costanti fisiologiche coinvolte dallo sfasamento dei ritmi circadiani è risultato come non sia possibile un adattamento completo dell'organismo allo sfasamento degli orari.
E poi, oltre allo stress fisico e psichico, esiste un fattore umano da non sottovalutare, quando si parla di lavoro organizzato su turni: la componente sociale. Il lavoro su turni costringe il lavoratore ad orari che non coincidono con quelli per i quali è organizzata la vita sociale. Il turnista è perciò costretto suo malgrado ad una condizione di solitudine forzata, accrescendo il suo disagio.

Ma nonostante tutto Confindustria continua a richiede il limite minimo di 80 turni notturni (quota praticamente impossibile da raggiungere), per considerare il lavoro usurante, altrimenti si esporrebbero «i conti pubblici a gravi rischi». Ovviamente, tutte le valutazioni padronali ricadono nell'ambito del mercato e del capitale, privando di ogni considerazione le condizioni di vita e di salute del lavoratore.
Ma d'altronde, cosa importa a Confindustria. Per i padroni, è la crescita economica che determina la grandezza di un Paese e la crescita la fanno le imprese, le quali hanno bisogno, per essere competitive, di maggiore produttività e di sfruttare al massimo gli impianti, di cui l'uomo è ormai solo un'appendice. Per questo l'uomo deve seguire il ciclo di produzione degli impianti e quindi secondo i padroni non può essergli riconosciuta una condizione usurante, prima del completo ammortamento. Dell'uomo, non della macchina.

Continua a leggere... Read more...

lunedì 3 marzo 2008

Secondo il ginecologo Travaglini per la donna abortire è come togliersi una verruca. Ho voglia di vomitare!

Quando riusciremo ad evitare gli sforzi di votimo, nel sentire certe dichiarazioni? Spero mai, perchè mi auguro che all'indecenza di certe affermazioni, nessuno si possa abituare.Comunque, non occorre un grande sforzo per riuscire a provare sdegno, nel leggere dichiarazioni come quelle che il ginecoloco Tarantini, a rilasciato in un'intervista pubblicata oggi su Quotidiano Nazionale.
Secondo Tarantini, «per molte donne abortite è come togliersi una verruca». Sapete quale sarebbe, secondo lo stesso ginecologo, la soluzione a quasta "faciloneria" femminile?

Semplice, fare «pagare l'aborto a chi vi ricorre dalla seconda volta in poi» dice Tarantini. Il ginecologo, però, nonostante il suo quasi disprezzo per la pratica dell'interruzione volontaria di gravidanza, continua comunque a fare aborti, «perchè per fortuna non tutte le donne sono così», dice.
Ancora una volta, le donne sono viste come persone che giocano con la vita e con la morte di altri esseri umani. Ed facile fare due più due, quando Tarantini, alla domanda se un embrione è vita, risponde senza dubbio alcuno: «E' vita, è vita». Ed il risultato è ovvio, anche dopo alcune frasi in riferimento al "non stare attenti" durante i rapporti sessuali. Se l'embrione è vita e la donna vede l'embrione come una verruca, vuole dire che la donna, nel "divertirsi" con il proprio compagno, si gode la vita a prezzo di quella di un bambino. E' questo in sintesi il concetto espresso da Travaglini.
La donna, vista come un essere cinico, che è capace di uccide con facilità. La soluzione proposta è di fare pagare, come fosse un giro di giostra, quello che Tarantini giudica il frutto di una superficialità femminile.
Riuscite a trattenere il vomito?

Continua a leggere... Read more...

venerdì 29 febbraio 2008

Precarietà e flessibilità: cause principi delle morti sul lavoro

Mettete insieme queste tre notizie, pubblicate tra ieri ed oggi: la morte, questa notte a Genova di un portuale, precipitato da un'altezza di venti metri; la conclusione, dei lavori per il Titolo I del Testo Unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro, dopo sette lunghi mesi dalla legge delega 123/07, mentre sono in via di ultima definizione anche gli altri Titoli sulle parti speciali; i programmi elettorali dei due principali partiti, che nella loro profonda similitudine, sono praticamente privi di proposte in materia di sicurezza sul lavoro, mentre si dilungano molto di più sulla produttività.
Mettete insieme queste tre notizie e cosa se ne deduce?

La risposta che mi sono dato, in un misto di profonda amarezza e rabbia a stento contenuta, è che la politica ed il mondo imprenditoriale, dei morti sul lavoro se ne sbattono!

I lavoratori sono praticamente lasciati soli nel loro quotidiano, rischioso, spesso insalubre lavoro e di loro ci si ricorda quasi solo per chiedere maggiore produttività. Le imprese che chiedono più produttività, defiscalizzazione degli straordinari ed abolizione delle ultime garanzie di tutela, come ad esempio l'art. 18 dello statuto dei lavoratori e la politica cosa fa? Prevede nei programmi dei principali partiti, aumenti salariali legati alla produttività, riduzione delle tasse o completa defiscalizzazione degli straordinari e ad esempio, il PD inserisce tra le sue liste Pietro Ichino, strenuo sostenitore dell'abolizione dell'art.18 (mentre Berlusconi ci aveva già tentato con il suo primo governo e non credo abbia cambiato idea, nel frattempo).

Tutte misure che servono ad aumentare i tempi di lavoro ed i ritmi di lavoro, che non sono mai abbastanza impegantivi, secondo gli industriali. La filosofia di chi detta i tempi operai è che "il tempo è denaro". Senza capire che la vita ha bisogno di tempo e che se ai lavoratori si togle il tempo di vita, è la vita stessa che gli viene ridotta. E parlando di sicurezza, la vita la si mette ancora di più a rischio.
Dalle loro soffici poltrone imbottite e vellutate, i politicanti a braccetto con gli industriali, dicono che chi vuole guadagnare di più deve lavorare di più. E dicono che chi vuole lavorare, deve essere flessibile. Flessibile (precario è la parola giusta) e molto produttivo, altrimenti torni a casa.
La causa principe dei 1300 morti all'anno sul lavoro e dell'oltre milione di infortuni, è nascosta nelle due paroline magiche che hanno fatto la fortuna degli industriali: precarietà e produttività.

Precarietà e produttività, sono condizioni di lavoro e di vita che i lavoratori troppe volte sono costretti a subire. Ed in quelle condizioni sono troppo spesso costretti ad abituarsi a convivere con il rischio, perché a volte altra scelta non c’è. A volte gli operai, se vogliono lavorare per vivere, sono costretti ad accettare il rischio di morire.

Continua a leggere... Read more...

giovedì 28 febbraio 2008

Ognuno decida quando far cominciare una nuova vita. Ma alla donna rimanga il diritto di scelta

Ho fatto oggi una piccola carrellata delle testate giornalistiche sul tema dell'aborto ed ho notato che dopo il via libera da parte dell'Aifa alla RU486, una parte della stampa si sta concentrando ancora di più - se possibile - sull'aspetto del diritto alla vita.
Dalla piccola rassegna stampa di oggi, sono stato colpito in particolar modo da due articoli. Uno di questi è a firma di Enrico Garaci, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità e pubblicato sull'Avvenire, con il quale egli sostiene, dalla sua posizione istituzionale, che «non sono possibili mediazioni su valori come quelli che riguardano il significato della parola vita». L'altro articolo è apparso su Il Tirreno, è firmato da Rita Piombanti ed è una lettera aperta a chi vuole abortire, dal titolo "Non si può negare la vita". Il concetto di questa lettera è tutto raccolto in questa frase che l'articolista rivolge ad una donna: «Scusa se userò il verbo "uccidere" che sicuramente non ti è gradito ma lui, tuo figlio, è un essere vivente a tutti gli effetti. Già, vivente».

Ora, si capisce bene che i concetti espressi in quelle frasi, che sono la sintesi di un pensiero che si sta cercando da più parti di divulgare e fare passare, tendono ad indurre nella donna un senso di colpa per un gesto che si vuole paragonare all'omicidio.

Si richiama fortemente un diritto alla vita, che si vuole contrapposto a quello della libera scelta da parte della donna. Il diritto alla vita del nascituro contro il diritto della donna all'autodeterminazione sul proprio corpo. E' ovvio che se si assume per certo che il nascituro è un essere vivente fin dal suo concepimento e per l'aborto di utilizza il termine uccidere, chi pratica l'interruzione volontaria di gravidanza è un'omicida.

Non si può stabilire una volta per sempre e per ognuno, in quale stadio del suo sviluppo una vita possa essere considerata tale. Allora, che ogni persona, secondo la propria etica, cultura, religione o esperienza che si voglia, stabilisca per sè e per nessun altra, cosa considerare vita: se già un embrione, se il feto o il suo seguito.
Ciò che invece rimane inconfutabile, è che nella stessa natura umana è stabilita l'impossibilità dello sviluppo di una possibile nuova vita, senza l'accettazione di essa da parte della donna.
Se è vera come è vera quest'ultima affermazione, significa che non può esserci vita a prescindere dal corpo materno, sul quale la donna deve avere libertà di scelta. Non può esiste quindi sviluppo di una possibile nuova vita senza che la donna non decida che possa esserci. L'embrione nel grembo materno non è perciò una nuova vita, ma la possibilità di una nuova vita, che esiste (la possibilità) solo in quanto legata al corpo della donna la quale, in quanto portatrice di diritti, deve liberamente poter scegliere cosa fare del proprio corpo.

Non si può perciò continuare a recitare il refrain secondo il quale, poichè un embrione si sta sviluppando nel grembo materno, quell'embrione "deve" diventare una nuova vita autonoma.
Non può essere contrapposto al reale e certo diritto della donna all'autodeterminazione, un diritto alla vita che non dipende da nient'altro, ma sussiste in sé e per sé.

Continua a leggere... Read more...

  © Blogger templates The Professional Template by Ourblogtemplates.com 2008

Back to TOP