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venerdì 12 giugno 2009

Il testamento politico di Berlinguer


«Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini». Questo il testamento politico che ha lasciato Berlinguer, durante il suo ultimo comizio a Padova il 7 giugno 1984. Poi se n'è andato.
Il miglior modo per ricordarlo, è praticare quel suo testamento politico.





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mercoledì 10 giugno 2009

La politica suonando i campanelli delle case

Seppure non sono iscritto a partiti politici e non ero candidato alle elezioni, nel mio (molto) piccolo ho fatto campagna elettorale. Non ho affisso manifesti, non ho ovviamente partecipato a trasmissioni televisive e naturalmente non sono stato intevistato da quotidiani. Ho, semplicemente, chiacchierato. Al lavoro, dal fruttivendolo, in incontri per strada, ovunque mi sia capitato. Nel mio (molto) piccolo, ho ottenuto che almeno due persone (stando a quanto gli stessi due mi hanno detto) hanno votato per la Lista anticapitalista e comunista. Non sono bolscevichi, non indossano il basco con la stella rossa, non sono comunisti. E non credo lo diventeranno nel prossimo periodo. Ma hanno votato, sia alle europee che alla provincia, senza pentimento per la lista formata da PRC, PdCI e Socialismo 2000.

Intanto però, ho incontrato persone certamente di sinistra che si sono orientate in modo diverso: qualcuno per l'astensione, altri hanno preferito l'IdV, qualcuno ha preferito opportunisticamente votare a destra. Quest'ultima scelta più che altro nelle elezioni amministrative. Ma tutte e tre quelle scelte hanno un minimo comune denominatore: lo spirito di sopravvivenza individuale. Nel momento in cui la sinistra non ha saputo dare risposte a disagi reali, molti si sono buttati verso quei partiti che propagandano soluzioni immediate. Si può trattare di respingere gli immigrati che "rubano il lavoro", oppure può essere la proposta di legalità (come se qualcuno proponesse invece l'illegalità), o anche la promessa di un posto di lavoro per un figlio disoccupato. In condizioni di forte bisogno, senza tutele sociali, senza chiare risposte, senza il concretizzarsi di soluzioni ai disagi reali, le persone si sentono ovviamente minacciate nei loro diretti interessi e votano seguendo l'istinto di conservazione.

Quei due aspetti sono assolutamente due facce della stessa medaglia e sono lo specchio della necessità per la politica (e della sinistra in particolare), di incontrare le persone in carne ed ossa, ascoltare quello che hanno da dire, farsi carico delle loro esigenze collettive che si riflettono ovviamente nella sfera dell'individuale. Quello che oggi è visto come il metodo leghista di fare campagna elettorale, con poche apparizioni televisive e molta militanza, era un tempo il modo di fare politica della sinistra. Ricordo i volantinaggi ai cancelli delle fabbriche, la militanza portata a scuola fino in classe ed il volantinaggio porta a porta in campagna elettorale. Suonare i campanelli delle case, farsi vedere in faccia come persona comune non candidata, significava dire a chi apriva la porta: "guardami, sono come te, un operaio, un disoccupato, uno studente con i problemi che hai anche tu. Mettiamoci insieme e proviamo a risolvere i problemi in questo modo". Ovviamente si rimediavano anche diversi vaffanculo e porte in faccia. Ma ne valeva la pena, perchè si portava la politica nelle case delle persone, parlando il linguaggio comune di chi non ha voglia di perdersi in logoranti sofismi.

Certo che i mass media hanno un'influenza notevole nelle scelte elettorali e prima ancora nel formare le coscienze, e la sinistra in quel contesto non ha spazi. Ma questo dovrebbe a maggior ragione orientare verso una militanza di strada. E non solo in campagna elettorale, per sentirsi giustamente rinfacciare che le strette di mano sono concesse alle persone comuni solo per chiedere il voto. La sinistra deve invece tornare per strada già da oggi, perchè il recupero della fiducia ha bisogno di un percorso molto lungo e faticoso. Perchè quella fiducia è recuperabile solo mettendo in campo un sforzo enorme, per incidere nella cultura di destra che si andata radicando in tutto il tempo in cui la sinistra ha preferito essere di salotto. Per dirla con Pasolini, la bandiera rossa deve tornare ad essere straccio per farsi sventolare dal più povero.

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martedì 9 giugno 2009

Unità della sinistra? Si, ma...

In queste elezioni hanno perso in molti. Ha perso il progetto plebiscitario del PdL e di Berlusconi; ha perso il progetto del PD di partito alternativo al centro-destra; ha perso il tentativo di bipartitismo (almeno finora, ma bisognerà attendere l'esito del referendum). E poi ha perso la sinistra. Tutta la sinistra. L'unico elemento di vittoria è stato il populismo, della Lega Nord a destra e dell'IdV nel centro-sinistra. Ci sono abbastanza numeri per abbozzare analisi di voto lunghissime, ed in attesa di dati disaggregati per entrare nei dettagli, già si sentono ipotesi di alleanze e "nuove" considerazioni da far venire il mal di testa. Anche a sinistra.

Su questo versante, viste le percentuali della Lista anticapitalista comunista e di Sinistra e Libertà (poco più del 3% entrambe), si è tornato a parlare di quanto dannosa sia stata la scissione di Vendola e compagni dal PRC. Inutile negarlo, tanto è evidente. Ma ciò non significa che l'unione post-scissione dei due cartelli elettorali (da molti richiamata), avrebbe significato la somma dei voti delle due liste. Pensare questo significa non avere imparato niente dalle recenti esperienze elettorali, ultima quella della Sinistra arcobaleno. E comunque, pure facendo un conticino di questo tipo, la somma dei voti raccolti da PRC, comunisti italiani e SL, si recupera solo una piccola parte dei voti persi con le politiche del 2008.
Questo dovrebbe fare riflettere molto, prima di azzardarsi in considerazioni del tipo: riuniamo le forze di sinistra; mettiamo insieme PRC e SL; allarghiamo il fronte comune a tutte le forze a sinistra del PD. Ipotesi di questo tipo, appaiono di nuovo come l'unione dei vertici e di nuovo senza possibilità di successo. Si tratterebbero ancora, come già successo, di unioni fatte sulla base della geografia parlamentare. Sarebbero (giustamente) percepite dal basso, come un'unione per la sopravvivenza, non della sinistra come progetto politico, ma dei suoi vertici in quanto appartenenti alla casta politica. Ed allora? non rimane che rassegnarsi ad essere divisi e perdenti?

Certo che no. Ma non si può non partire da un'analisi approfondita della società italiana (e questo il PRC ha tentato di farlo con una laboriosa inchiesta a cui si dovrebbe concretamente dare seguito), capirne i reali bisogni e coordinarsi attorno ad un progetto concreto basato su pochi essenziali punti comuni. Un coordinamento che dovrebbe vedere partecipi non solo i partiti, ma le associazioni, i sindacati (anche autonomi, troppo spesso discriminati) ed i movimenti. Un coordinamento che non sia solo dei vertici di queste organizzazioni, ma che parta dal coinvolgendo sistematico nei territori, delle persone in carne ed ossa che il peso dei bisogni sentono sulle proprie spalle. E proprio da quel lavoro dal basso dovrebbe scaturite il progetto politico della sinistra.

Solo così le aspettative delle persone possono tornare ad essere centrali nell'agenda politica dei partiti. Solo a partire da quel coinvolgimento, la politica può essere partecipata per fermare, prima di tutto e necessariamente dal punto di vista culturale, la deriva a destra della politica.

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venerdì 22 agosto 2008

Il professore, non trovando di meglio da dire, rivolgendosi alla classe, fece: "Ragazzi ... fate attenzione agli estremisti"


Ricordo che un giorno di tanti anni fa a scuola, un professore candidato per le elezioni amministrative mi chiese: "Crocco, tu darai il voto al tuo professore?". La domanda non era rivolta ad un alunno a caso. Era rivolta a me, alunno studioso ma "polemico". Che cercava lo scambio di opinioni ed alimentava il dibattito. Senza temere di esprimere le proprie idee ed i propri ideali, evidentemente di sinistra. La risposta fu, più o meno testualmente: "Non ho ancora l'età per votare. Ma comunque, no! Non le darei mai il mio voto. Io sono comunista ed i nostri ideali di società sono troppo distanti".
Ricordo che a quella mia risposta netta e chiara, verso un insegnante che ricordo essere fiero di sè, dagli atteggiamenti severi e sicuri ed avaro nei voti, la classe rimase silenziosamente sorpresa. Il professore, che pur conoscendomi forse si aspettava una risposta più diplomatica, non trovando di meglio da dire, rivolgendosi alla classe, fece: "Ragazzi ... fate attenzione agli estremisti".
L'argomento elezioni si chiuse così. Senza che si potesse dire a cosa aspiravo, cosa lui proponesse, cosa io mi aspettassi dalla politica e cosa lui contestasse ai miei ideali. Semplicemente l'argomento si concluse con un postulato: l'estremista lì dentro ero io e fuori da quella scuola chi la pensava come me.

Mi è tornato in mente questo episodio, leggendo quanto accaduto a Catania, con un ragazzo allontanato dalla madre perchè iscritto a Rifondazione Comunista, e leggendo un'intervista a Nadia Urbani su Liberazione, che parla di una "Italia docile che accetta tutto senza alcun dissenso".
Di fatto il terreno è stato molto ben preparato, con messaggi ripetuti e diffusi in massa, che tendevano a marginalizzare il dissenso. Dalla scuola agli organi di informazione, chi proponeva altre soluzioni rispetto a quelle acquisite come perbene, veniva etichettato come pericoloso. Dalle occupazioni di scuole e università, fino alle proteste per i rifiuti in Campania, passando per il G8 genovese del 2001, ogni forma di opposizione alle decisioni prese è stata classificata come pericolosa e chi esercitva il proprio diritto al dissenso giudicato come elemento estraneo ad una società che vuole crescere.
Alla lunga, il dissenso lascia spazio all'omologazione e la partecipazione fa posto all'individualismo. E' la destrutturazione della democrazia che il berlusconismo sta portando all'esasperazione e che l'attuale opposizione politica insegue. Di fatto la democrazia è ridotta a mera partecipazione elettorale passiva. Apporre una croce su un simbolo ed infilare una scheda in un'urna, anzichè essere la conclusione di un processo politico, diventa allo stesso tempo il suo inizio e la sua fine.

Può allora facilmente prendere corpo la criminalizzazione di ogni forma di protesta, di ogni pensiero fuori dai canoni del mero consumismo, di ogni diversità dalle forme culturali omologate. Il dissenso è rimasto soffocato, alternative al pensiero dominante non se ne vedono e ci si affida all'uomo della provvidenza di turno. Si può allora credere che è l'immigrato la causa del lavoro che manca. Si può essere contro l'islam senza conoscerlo. Ci si può definire di destra e leghisti, perchè sì e basta. Senza vedere che le condizioni di disagio economico, di riduzione dei diritti, di condizione sociale, sono comuni all'immigrato ed all'italiano, al musulmano ed al cattolico, al gay ed all'etero.
Se esiste una via d'uscita, credo sia nella riproposizione del dissenso. E' difficile, lo so. Non fosse altro che per l'atomizzazione sociale che si è sviluppata. Ma la dura condizione sociale ed il deficit democratico attuali, potrebbero essere fattori unificanti.

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mercoledì 16 aprile 2008

C'è bisogno di sinistra, ma la sinistra non l'ha capito

In questi giorni si fa un gran parlare della scomparsa dal parlamento italiano della sinistra. Dal dopoguerra, mai era accaduto che comunisti e socialisti non fossero presenti nelle istituzioni. Stranamente la sconfitta arriva proprio nel momento in cui, più si sente il bisogno di una forte presenza della sinistra nel parlamento italiano. Ci troviamo di fronte ad un periodo nel quale: gli stipendi e le pensioni sono erosi, a favore della finanza; i diritti dei migranti sono stati sospesi; alla libertà ad vita di coppia fuori dal matrimonio, non corrisponde la garanzia dei diritti; la salute dell'ambiente e dei territori è fortemente a rischio, laddove non già irrimediabilmente compromessa. Proprio in questo periodo, vince l'idea di uno sviluppo basato sul consumismo; sulla realizzazione di mega infrastrutture; su un'ulteriore precarizzazione del lavoro e delle vite delle persone.
Ho letto e sentito molte risposte sul perchè della caduta rovinosa della sinistra e spesso ho notato che le cause sarebbero da ricondurre al fatto che gli uomini e le donne di questo Paese, non avrebbero votato la sinistra, perchè portatrice di idee obsolete. Sembra che non si possa più parlare di conflitto sociale, perchè sarebbe roba del secolo scorso; pare che non si possa dire no alla TAV ed al ponte sullo Stretto di Messina, perchè sarebbe contro lo sviluppo; e via discorrendo.
Come a dire che la gente prima dei politici (o almeno di quelli di sinistra), ha compreso che conservare una visione solidaristica della società, che guardare ad un uso consapevole del territorio, che stare attenti anche ai bisogni immateriali delle persone, sia roba sorpassata dal tempo.
Al contrario, credo che le persone, non trovando risposta nella messa in pratica proprio di quelle idee, abbiano incanalato la ricerca della soddisfazione di quelle esigenze, verso chi ha saputo creare scientemente i capri espriatori dell'insoddisfazione: le tasse pagate dagli imprenditori, che non consentono assunzioni; l'immigrato che ruba il lavoro e che quando non lo fa, ruba nelle case degli italiani; l'assenza di termovalorizzatori che non permette lo smaltimento dei rifiuti; e così via.
Non importa se poi quelle considerazioni non sono esatte e spesso assolutamente false. Dal punto di vista politico e mediatico, sono risposte semplici ed immediatamente assimilabili dalle persone, che spesso sono anche elettori. Guardando le cose da questo lato, forse appaiono anche più comprensibili le ragioni del voto utile ed addirittura della crescita della Lega Nord.
Mi pare insomma che la sinistra non abbia saputo interpretare le reali esigenze degli uomini e delle donne in carne ed ossa, risultando così distaccata dalla realtà. Così il ritorno di Berlusconi era visto come il male da battere e sull'altare dell'antiberlusconismo, si sono sacrificati i bisogni delle persone, che non hanno più notato l'utilità di una sinistra in parlamento.

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