giovedì 31 gennaio 2008

I governi cadono, gli onorevoli passano, i lavoratori muoiono

(Ricevuto dal blog Caduti sul Lavoro e pubblicato)


di Marco Bazzoni, Andrea Coppini, Mauro Marchi, Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Silvana Gatti-Tecnico della Prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro.

Questo Governo, anche se lentamente, qualche cosa di positivo l’aveva fatta perchè ci fosse più sicurezza nei luoghi di lavoro.
Stavano scrivendo anche un Testo Unico per la sicurezza sul lavoro, che anche se non era la panacea di tutti i mali che affliggono i luoghi di lavoro, era pur sempre qualcosa.
Il Testo Unico è stato cestinato da Mastella (per scriverlo c’è tempo fino al Maggio 2008), che è il “responsabile” della caduta del Governo Prodi.
La legge 123/2007 per funzionare ha bisogno dei decreti attuativi, altrimenti è praticamente nulla.
Sabato 26 gennaio il sottosegretario alla Salute Gian Paolo Patta, ha detto che secondo i primi dati Inail relativi agli infortuni mortali nelle 24 ore dalla data dell’evento infortunistico (anno 2007), questi sono calati ( http://www.rainews24.it/notizia.asp?newsID=78007).
Ma è mai possibile che si facciano ancora delle dichiarazioni del genere senza aspettare i dati definitivi?
Lo stesso errore l’aveva commesso il Ministro del Lavoro Cesare Damiano, quando a Settembre parlò di notizia straordinaria per il calo dei morti sul lavoro, ma erano dati parziali, come lo sono questi.
Solo dopo ripetute lettere critiche sui quotidiani da parte di alcuni Rls, medici del lavoro, tecnici della prevenzione, ecc, aveva fatto dietro-front (alla presentazione del bilancio Inail), dicendo che questa volta avrebbe aspettato i dati definitivi prima di tirare le somme.
Non abbiamo tutte le notizie dei morti sul lavoro dall’inizio dell’anno ad oggi, perchè manca l’informazione su questi omicidi nei luoghi di lavoro.
Sappiamo solo, guardando i dati sul sito di Articolo21, che dall’inizio del 2008 ad oggi, siamo già a 79 morti sul lavoro, 80230 infortuni e 2005 invalidi.
Le stragi sul lavoro non si fermano, e a differenza di quello che dice Patta non sono calate assolutamente.
Torniamo a ripetere quello che abbiamo detto prima, su queste stragi sul lavoro manca l’informazione. Vi basti pensare che su 79 morti sul lavoro dall’inizio di questo anno, abbiamo trovato notizia solo di 29
L’informazione deve denunciare quotidianamente tutti gli infortuni e i morti sul lavoro.
Infine si continua a dare i dati sui ‘numeri’. Numeri che aumentano o diminuiscono a seconda di chi ne parla, sfuggendo al problema prioritario, che è: quali sono le misure da mettere in atto affinché le PERSONE (e non i numeri) non muoiano né si ammalino a causa del lavoro)? Quali sono le strategie che ogni assessore regionale alla salute deve mettere in atto affinché i servizi di prevenzione nei luoghi di lavoro siano efficienti ed efficaci? Senza dimenticarci che la legge è chiara circa le responsabilità nell’applicazione delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

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Dal 2003, oltre un milione di morti iracheni

Uno studio condotto dall'istituto britannico ORB (Opinion Research Business) e dalla controparte irachena IIACSS (Independent Institute for Administration and Civil Society Studies), hanno dichiarato che le vittime irachene della guerra preventiva e permanente che il civile occidente ha dichiato nel 2003, con in testa gli USA, ha provocato fino ad ora 1.033.000 morti.
La stima appare veritiera ed stata condotta attraverso interviste a quasi 2500 adulti iracheni, il 20% dei quali ha dichiarato che uno o più dei propri parenti è stato ucciso. Poichè nel 1997 erano censite in iraq oltre 4 milioni di famiglie, è stato calcolato di conseguenza il numero di iracheni caduti in questa assurda guerra.
Ed il numero di vittime è probabilmente sottositmato, visto che lo studio ha riguardato 15 delle 18 province irachene e che le tre rimaste fuori dal computo sono quelle di Kerbala (sciita), Anbar (sunnita) e la provincia curda settentrionale di Erbil, dove si sono registrate tra le maggiori e più sanguinose violenze. La stesso istituto britannico infatti, pone un margine di errore nella stima, ma comunque la conta dei morti ammazzati nella popolazione irachena non andrebbe al di sotto dei 950.000 unità. Ma non sono gli unici numeri di questa folle guerra.

Tra le vittime della guerra irachena, devono essere inclusi i suicidi dei reduci americani, che sono stati stimati, tra il 1995 e il 2007, in 2200. In realtà, in questo caso pare il Pentagono abbia voluto mascherare la reale portata di questa guerra intestina. Altre fonti parlano infatti di almeno 15.000 suicidi. Una vera epidemia. Che va ad aggiungersi alle migliaia di soldati morti nei teatri di guerra iracheni.
Numeri volutamente nascosti dall'amministrazione americana, che ha basato tutta la sua politica (sia estera che interna) sulla guerra preventiva e permanente. Con la maschera di difensori della civiltà, hanno propagandato la necessità di portare la guerra in Iraq a causa della disponibilità del paese mediorientale di armi di distruzioni di massa. Ovviamente tutti oggi sappiamo che quelle armi lì non c'erano, confermati da alcuni dossier che indicavano, già prima degli attacchi del 2003, l'assenza di tali armamenti in Iraq.
E forse quei numeri sono volutamente ridotti, per minimizzare il dramma e l'atrocità di questa guerra. Così si nascondono il numero dei suicidi e le loro cause, spesso riconducibili alla disperazione, per la vista costante di corpi martoriati, smembrati e spesso di bambini uccisi, vittime innocenti.
Proprio su di loro, sui bambini, si abbatte più spitatamente la crudeltà di questa guerra infame, che ha già fatto oltre 4.000.000 di orfani, tanti altri sono morti, di cui (dato del 2005) oltre 120.000 non avevano ancora compiuto 5 anni.
E ancora si calcola che ogni mese 25.000 bambini siano costretti a cercare rifugio in altre parti del paese o fuori dai confini, seguendo le sorti degli altri 75.000 bambini che fino a quest'anno erano stati costretti a fuggire altrove.
Ma quando riescono a beffare la morte provocata da una bomba a grappolo o quando una bomba al fosforo bianco è stata fatta esplodere lontano dalle loro case, quei bambini rischiano la morte per la malnutrizione, che li colpisce una volta su quattro. E seppure riusciranno a vivere di stenti, si porteranno anche il ricordo dell'assenza di cibo, perchè malattie croniche ed acute da malnutrinzione li accompagneranno probabilmente per tutta la vita.

Noi intanto, siamo fortunati. Non siamo più neanche costretti a vedere crude immagini di questa assurda guerra in televisione. E comunque non abbiamo nulla da temere, nel caso dovessero da un momento all'altro ricomparire, possiamo sempre cambiare canale.

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mercoledì 30 gennaio 2008

Contaminazione da diossina in Campania. Altri dati allarmanti

Contaminazione da diossine, furani, PCB e metalli pesanti superiori anche di 5-6 volte i limiti stabiliti per legge. Questo in sintesi è quanto emerso dalle analisi tossicologiche condotte a proprie spese da alcuni abitanti dell'area ormai tristemente nota come Triangolo della Morte (Acerra, Nola, Marigliano) e nel territorio conosciuto come la Terra dei Fuochi (Giugliano, Qualiano, Villaricca). I dati sono stati presentati ad Acerra, durante una conferenza stampa tenutesi il 19 gennaio presso la Biblioteca Diocesana. Questi ultimi dati, insieme con quelli emersi dalle analisi sulla famiglia di pastori dei Cannavacciuolo di qualche tempo fa, rendono bene l'idea della situazione di emergenza in cui versa l'intero territorio campano. Sostanzialmente i dati resi noti, raffigurano una contaminazione riconducibile ad aree fortemente industrializzate, pur essendo in presenza di un'area caratterizzata da attività agricola. Contaminazione perciò facilmente riconducibile alle oltre 2500 discariche tra legali ed illegali, presenti da anni in particolare proprio nei territori identificati come Triangolo della Morte e Terra del Fuoco, che vedeno la presenza di rifiuti tossici industriali.


Rifiuti che continuano a sversare nei terreni e nelle acque sostanze tossiche, tra l'immobilismo di una classe dirigente corrotta. E' la presenza nell'organismo dei residenti di quelle zone delle sostanze elencate prima, è dovuta proprio alla contaminazione delle acque e dei terreni. Infatti, l'unico modo per l'organismo umano di assumere sostanze come PCB e metalli pesanti è attraverso l'alimentazione. Quelle sostanze sono cioè entrate nel corpo umano tramite il cibo, i prodotti della terra coltivati in quelle aree fortemente contaminate. Tanto che lo stesso professor Marfella, oncologo dell'Istituto Pascale, tra i relatori della conferenza stampa è stato tra i "campionati", riscontrando che i valori di tali sostanze nel suo sangue sono analoghi ai valori riscontrati tra coloro che vivono nelle zone maggiormente devastate dai rifiuti. E comunque in tutte le persone che si sono volontariamente sottoposte ad analisi, sono stati riscontrati concentrazioni di PCB e metalli pesanti addirittura superiori ai valori riscontrati sugli abitanti nella zona del fiume Caffaro in Lombardia, investiti da una nube tossica che contaminò tutti i terreni.
Ma questi nuovi dati che, seppure come detto dallo stesso porfessor Marfella, non possono ovviamente avere alcuna velleità statistica, evidenziano comunque dati allarmanti che non fanno altro che confermare gli allarmi lanciati da diverso tempo dall'OMS, relativamente ai pericoli per la salute umana in quelle stesse aree campane, dovute alla forte contaminazione di terreni. Visto quanto emerso da questi autocontrolli, bene hanno fatto i relatori a lanciare un appello alle autorità competenti, affinchè vengano eseguite analisi individuali sui cittadini dei 13 comuni a maggior rischio tossicologico.

Nonostante queste ulteriori conferme sulla drammaticità della situazione rifiuti campana, che considerare emergenziale è ormai un eufemismo, le uniche soluzioni proposte, anche nelle ultime ore dal supercommissario De Gennaro, sono quelle che vanno nella direzione opposta ad ogni logica di reale tutela del territorio e della salute di quanti quel territorio lo abitano, oltre che completamente difforme alle norme europee in materia di rifiuti. In sostanza si continua a proporre l'apertura di nuove discariche o la riapertura di alcune già chiuse. Nel contempo si chiede ai cittadini di pazientare fin tanto che non sarà operativo il nuovo cancrovalorizzatore di Acerra.

Certo che i rifiuti bruciati non saranno più visibili agli occhi della gente, ma continueranno a far sentire la loro presenza nei terreni coltivati e nel sangue delle persone.

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martedì 29 gennaio 2008

Alla ThyssenKrupp verifiche ASL con tecnici inesperti

Il 6 dicembre 2007, sette operai della ThysseKrupp rimasero coinvolti in un'onda di fuoco che lì bruciò vivi. Il ricordo è ancora vivo ed a seguito di quella vicenda, tante furono le parole di indignazione e di cordoglio.
Nei giorni e nelle settimane successive, furono rinvenuti importanti documenti, dai quali si poteva evincere la scarsa attenzione dell'acciaieria tedesca in materia di prevenzione. Ma anche il cinismo dei suoi dirigenti, che in documenti riservati, rappresentavano i lavoratori superstiti come persone attente solo alla ricerca di popolarità e sui quali già si prefiguravano provvedimenti esemplari.

Non bisogna però dimenticare, che il sistema della sicurezza sul lavoro pone le sue basi anche su efficaci controlli degli organi competenti. Nella fattispecie, sono i tecnici della prevenzione delle ASL ad essere deputati alla verifica degli adempimenti in materia.
E' risaputo della insufficienza del numero di tecnici della prevenzione, così come è già stato detto che con il decreto 123/07 sono state sbloccate assunzioni solo per ispettori del lavoro, che non sono preposti al controllo del rispetto degli obblighi normativi in materia di prevenzione e protezione. In queste condizioni, si calcola che un'azienda possa essere sottoposta a controllo una volta ogni 33 anni.
Nonostante la scarsa probabilità, la ThyssenKrupp fu sottoposta a controllo da parte della ASL il 6 luglio 2006, ma il tecnico della prevenzione che condusse la verifica non aveva mai visto un impianto siderurgico prima di quella volta. E' stato lo stesso tecnico della ASL 1 di Torino Ugo Moratti ad ammetterlo, di fronte alla commissione d'inchiesta del Senato.
In realtà la stessa ASL contava nel suo organico un esperto nel settore, ma fu comunque inviato il dottor Moratti a visionare la ThysseKrupp ed in particolare proprio la linea 5, quella stessa linea dove hanno trovato la morte i sette operai. Il collega esperto in impianti siderurgici gli è subentrato nei controlli solo dopo la strage.
Tutto questo la dice lunga sul sistema di controlli che vengono eseguiti (quando vengono eseguiti, per i motivi già detti) nei luoghi di lavoro, da parte degli organi competenti.

Dal sito internet de La Stampa, riporto questo interessante stralcio di quanto dichiarato dal dottor Moratti davanti alla commissione d'inchiesta del Senato...

Pagina 107 della trascrizione, il presidente della commissione Oreste Tofani sembra spazientirsi con Moratti: «Non vorrei ripetere quanto ha già detto in modo molto chiaro il collega Zuccherini (“Lei ci dimostra di non avere conoscenze specifiche”). Al di là delle vostre competenze, bisognerebbe sapere cos’è la macchina, sia pure in linea di massima. Si sa bene che certi incidenti possono capitare; lo dimostra il fatto che lungo il percorso sono collocati degli estintori, proprio perché si verificano piccoli incendi. Lei dice di non averlo mai saputo perché nessuno gliel’ha mai detto. Com’è possibile?».
Moratti: «Se non li ho visti, non li ho visti». Presidente: «Per quale motivo c’erano gli estintori? A cosa servivano?».
Moratti: «E questo estintore presente in aula a cosa serve, allora?». Senatore Stefano Zuccherini: «Queste parole mi inducono a pensare che sussiste una responsabilità dell’Asl che ha mandato sul posto qualcuno che vedeva un processo produttivo per la prima volta». Moratti: «Un processo siderurgico sì».
Il tecnico si lancia: «L’azienda era senz’altro mal gestita sotto il profilo della prevenzione...». Presidente: «Ci sono stati sette morti».
Moratti: «A prescindere da questo incidente. Se me l’aveste chiesto nell’agosto 2007 avrei detto la stessa cosa».
In precedenza il tecnico parla delle irregolarità riscontrate nel corso dei sopralluoghi in fabbrica, fra cui la mancata valutazione, da parte dell’azienda, dei rischi di esplosione. E a domanda del presidente, precisa: «La Thyssen ha affidato la valutazione ad uno studio di consulenza esterno. Con questo documento, che chiaramente l’azienda ha controfirmato, ha dunque ottemperato alla nostra prescrizione. Per la ThyssenKrupp predisporre tale documento è un obbligo». Presidente: «A parte il documento, l’opera è stata realizzata?». Moratti aveva spiegato: «L’azienda a rischio esplosioni per vapori, gas o polveri deve zonizzare lo stabilimento». Cioè: indicare le aree a rischio e predisporvi adeguate protezioni. Preciso, il tecnico aveva aggiunto: «A questo riguardo, non si sa se classificare l’infortunio come incendio, esplosione o come fase intermedia». I problemi erano questi, tant’è che, tornando all’interrogativo di Tofani se la Thyssen avesse poi ottemperato alla prescrizione, Moratti risponde così: «Il documento di valutazione è stato realizzato, dopodiché hanno fatto una valutazione del rischio e la situazione appariva conforme».
Presidente: «L’opera è stata fatta?».
Moratti: «Cosa intende?». Presidente: «Lei ha detto che l’azienda deve indicare delle zone in cui si può individuare un rischio di esplosione».
Moratti: «Occorre individuare delle zone che presentano rischio di esplosione».
Presidente: «Quindi, se ci sono bisognerà pur fare qualcosa». Moratti: «Esattamente, si fa una valutazione, poi se occorrono degli interventi vengono fatti». Presidente:: «Tali interventi sono stati fatti?». Moratti: «No, dalla valutazione - e io non sono in grado di andare oltre - risultava che questo rischio non c’era, o meglio, che era controllato». Senatore Fedele Sanciu: «Era una valutazione di parte». La settimana successiva la commissione ascolta Maria Pia Chianale, direttore sanitario dell’Asl 1 di Torino. La sintesi disponibile è una smentita totale dei suoi sottoposti: «La dottoressa precisa che dalla documentazione consegnata da Buratti (il dirigente Spresal, ndr) non emerge alcun elemento atto a comprovare una particolare attenzione dell’Asl 1 - come attività di vigilanza preventiva - sulla linea 5. Da quella documentazione si evince una valutazione dei rischi limitata ai soli pericoli connessi all’impianto elettrico, ai pericoli di caduta in cavità presenti nell’impianto e ai pericoli di infortuni da taglio». La commissione ha accertato che i principi di incendio su quella linea erano 3-4 al mese.

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Manifestazione contro il Centro Oli. Venerdi 1° febbraio

(Ricevuto dal Comitato Natura Verde e pubblicato con piena condivisione, l'appello alla manifestazione del prossimo 1° febbraio contro il Centro Oli dell'Eni)


Venerdi 1° febbraio

Manifestazione sotto gli uffici dell'arta, contro il Centro Oli dell'Eni.

Raduno alle ore 14:00 presso lo stadio di Francavilla.

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lunedì 28 gennaio 2008

Centro Oli dell'Eni. L'alternativa vera è il patrimonio naturale.

Venerdi scorso a Pescara si è discusso dei possibili danni ambientali e per la salute, derivanti dalla sciagurata eventualità che l'Eni realizzi il Centro Oli sulla costa di Ortona. Una sciagura di cui hanno discusso scienziati, medici, rappresentanti degli agricoltori e delle associazioni. Erano presenti all'incontro i rappresentanti del Comitato Natura Verde, del Coordinamento per la Tutela della Costa Teatina, di Ecovie, Mare Libero e Abruzzo in Movimento, delle cantine sociali. Ed oggi, in merito ai danni sulla salute dell'uomo e dell'ambiente, si discute con certezza, forti di documenti elaborati da esperti di prim'ordine. Prima fra tutti, la professoressa Maria Rita D'Orsogna, docente fisico alla California State University, che ha già mostrato in una serie di conferenze i risultati della sua ricerca. Ma sono stati elaborati altri documenti, in merito alla pericolosità di un'eventuale attività del Centro Oli dell'Eni, come quello del Mario Negri Sud ed ultimo in ordine di tempo, la relazione di 88 dirigenti medici della ASL Chieti-Ortona.
Nell'incontro di venerdi scorso, si è anche parlato di tutela del patrimonio naturale dell'Abruzzo, regione verde d'Europa e scrigno del 30% della biodiversità presente in Europa, ma anche di valorizzazione delle tipicità locali...

Proprio il partimonio naturale dovrebbe rappresentare la reale alternativa al modello di sviluppo che si vorrebbe imporre in Abruzzo e nello specifico sulla costa di Ortona che, in controtendenza con gli allarmi di questi anni, si base sul petrolio quale fonte di profitto. Una visione energivora, che non tiene conto delle potenzialità abruzzesi in termini di sviluppo sostenibile. Nè può essere sbandierata l'idea assolutamente populista e demagogica dell'incremento occupazionale, utilizzata da più parti come un cavallo di troia, contro la salute umana, il rispetto per il territorio ed egoista per le generazioni a venire.
Uno sviluppo realmente virtuoso, non può non considerare la tutela ambientale e la difesa delle biodiveristà ed in questo senso l'Abruzzo potrebbe svolgere un ruolo di primo piano in tutta Europa, dove si contano oltre 43 mila parchi che abbracciano una superficie di 750 mila chilometri quadrati, il 14,6% del totale.
Solo in Italia sono presenti 21 parchi nazionali che significano un milione e mezzo di ettari, pari al 5% per cento del territorio nazionale. A questi occorre aggiungere aree verdi tutelate a livello regionale, che coprono circa un milione di ettari, oltre a quelli provinciali.
In questo quadro, l'Abruzzo può ben candidarsi ad essere tra le capofila dell'ecoturismo, vantanto il 30% di aree protette del proprio territorio. L'Abruzzo potrebbe perciò essere, una forte attrattiva per i 118 milioni di turisti che annualmente si muovono nei circuiti naturali italiani, animando un giro d’affari di 5,5 milioni di euro e che garantiscono un lavoro per 104 mila persone.
L'Abruzzo potrebbe così ben inserirsi nei primissimi posti in termini di visite sul proprio territorio, che vedono oggi tra le mete al top, l'arcipelago toscano, Cilento e Gargano, lo Stelvio, il Circeo, il Vesuvio. Tutti luoghi dove gli ecoturisti non cercano solo paesaggi, ma anche i tradizionali centri storici, i sapori della gastronomia locale, le attività culturali. Senza contare l'escursionismo, che rappresenta il 45,8% del turismo nelle aree protette e riesce a far muovere 1,4 miliardi di spesa solo nel perimetro dei Parchi nazionali. Ed in questo panorama, l'Abruzzo può certamente vantare un ventaglio di offerte da far gola anche ad ecoturisti più esigenti.
Pertanto la tutela del nostro territorio rappresenta oggi il vero affare. Prima di tutto per la salute degli abruzzesi e per la natura di oggi ancora riusciamo in parte a godere. Ma anche per l'intera economia regionale, se solo si volesse puntare sullo sviluppo di un turismo intelligente, che senza pensare di trasformare l'Abruzzo in un parco giochi per turisti, si ponga l'obiettivo primario di conservare la natura e le specie animali e vegetali.
L'Abruzzo vuole e deve continuare ad essere la Regione Verde d'Europa, perchè è da questo obiettivo che si possono trarre i migliori benefici in termini sia di tutela del territorio e della salute dei suoi abitanti, che in termini di crescita economica. Il nero del petrolio, sarebbe il caso che non rimanesse neppure nelle teste dei politicanti asserviti ad un capitalismo energivoro e senza scrupoli. Ma nella onesta riconversione delle menti di chi si arroga oggi un potere che va al di là della volontà popolare, nutro sinceramente ben poche e flebili speranze.

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Manifestazione 2 febbraio a Cosenza

(Dal sito www.cosenza2febbraio.org, copio questo comunicato stampa dell'associazione Liberi Tutti)

La requisitoria esposta dal Pm Domenico Fiordalisi non apporta nessun elemento di novità. In aula, sostanzialmente, la solita minestra. Le intercettazioni ammesse dalla Corte, che rigetta la richiesta di inammissibilità avanzata dalla difesa, evidenziano solo ed esclusivamente delle ipotesi di reato, più che conclamare delle prove certe. Eppure un magistrato, che opera in nome della giustizia, dovrebbe produrre in sede processuale delle prove concrete più che delle congetture ovvero una procura, dovrebbe essere più accorta prima di accettare nella sua sede, dibattimenti basati su elementi del genere. E tutto questo, stante l’alto rispetto per gli organi giudicanti.


Ancora una volta il Pm fa riferimenti a questioni di attualità come <<… come quando numerosi dimostranti hanno recentemente attaccato le caserme della Polizia a Roma…>>, citando il Presidente della Repubblica Italiana, forse per darsi un tono che non ha mai avuto. Ma non si ferma qui: <<>>

E’ un passaggio che rispediamo “ai mittenti”, la suddivisione tra buoni e cattivi, per noi, non esiste. I 25 di Genova e i 13 di Cosenza non saranno i capri espiatori di tutto quel movimento che è arrivato compatto sino ai giorni degli arresti, al Social Forum di Firenze, e che oggi si è sciolto confluendo ed articolando le numerose lotte sociali sparse nel nostro paese.
Questo processo, costruito “sapientemente” dagli addetti ai lavori è sempre stato presentato all’opinione pubblica come una brillante operazione messa in atto da parte dello Stato, per fermare una pericolosa associazione capace di sovvertire violentemente le regole internazionali. Per cui, il quadro prospettato dai più, lasciava presagire pene molto più severe, che i 50 anni prospettati dal Fiordalisi, specie se consideriamo quelle che sono state le proposte di condanna per i 25 di Genova. L’impianto accusatorio, quindi ne esce indebolito, per come presentato in sede dibattimentale. Escludendo tatticismi giuridici di alto livello, ecco la prova che al suo impianto, non ci ha mai creduto neanche egli stesso.

Abbiamo sempre nutrito dei forti dubbi rispetto alla professionalità, tanto acclamata e messa in campo dagli organi preposti. Nell'inchiesta Fiordalisi, la ricostruzione del teorema, su un piano simbolico ci spossessa del nostro agire, come infilati tra un “frame” e l'altro da registi occulti. Nelle carte del dottor Fiordalisi, obiettivamente, fatichiamo a ritrovare elementi di realtà storico - politica, men che meno che di natura giuridica. I due anni di intercettazioni operati a danno degli imputati, pagati con i soldi della collettività, non hanno mai evidenziato strani comportamenti da parte degli imputati stessi. Invero, si pensa ad una cellula sovversiva, quando i componenti della stessa si riuniscono in posti segreti e lontano dagli occhi di tutti; quando, ai suoi componenti vengono ritrovate armi da fuoco, ed ancora, tutto ciò che l’immaginario collettivo pensa quale strumento atto a concretizzare le pericolose azioni volte a sovvertire violentemente l’ordine economico dello Stato. Nulla di tutto ciò. Addirittura alcune intercettazioni, messe agli atti come prove inconfutabili, come nel caso del compagno tarantino che intercettato al telefono proponeva <>, suscita quantomeno dell’ilarità. Se l’intento del compagno pugliese era “inequivocabilmente” quello di recarsi a Genova con delle armi da fuoco, come mai non c’è stata prevenzione da parte degli organi di polizia giudiziaria, tallonando per tutta la durata delle giornate del G8 l'imputato?

L’altro aspetto negativo riguarda sicuramente la procura cosentina. Alla stessa respingiamo le sue accuse perché viviamo in una terra dove le emergenze sono ben altre: corruzione e malaffare nella gestione dei soldi pubblici; una città disegnata da parte della Direzione Distrettuale Nazionale Antimafia come caveau della malavita organizzata; la totale assenza di verità giudiziarie sull'ultima guerra di mafia combattuta dopo il 2000 per la gestione degli appalti sull'edilizia; le numerose inchieste e l’impunità di cui hanno goduto poliziotti e carabinieri (rimasti ancora in servizio) per reati contro il patrimonio e presunti rapporti con le cosche. Questo e molto altro succede dalle nostre parti.

E’ in questo contesto che la procura di Cosenza, preferisce indirizzare le sue attività verso chi produce delle lotte sociali, invece che fermare chi attenta quotidianamente ai nostri diritti; impegnando, inutilmente, una intera Corte d’Assise per ben sei anni.

A questo punto, le pene, ci risultano pesantissime non solo perché basate sul nulla, ma anche perché prevedono oltre 26 anni di libertà vigilata per sospetta pericolosità sociale. Una forma di restrizione della libertà che comporta provvedimenti come l'obbligo di dimora o di firma, il ritiro della patente e del passaporto, tutti provvedimenti adoperati dalle procure per indebolire e rendere difficile l’azione politica portata avanti dai movimenti sociali. A conti fatti, così come sulle nostre vite è cascato il più classico dei castelli accusatori - vecchio vizietto della giustizia italiana -anche noi nel corso del tempo abbiamo maturato una nostra interpretazione di tutta la vicenda. E cioè che tramite questa operazione si voglia colpire e criminalizzare qualunque azione che si svolga al di fuori dello stretto reticolato disegnato a suon di repressione, dai prepotenti del mondo e dai signorotti locali, che credono di poter gestire indisturbati i loro sporchi affari - utilizzandoci come pedine funzionali - indispensabili alla realizzazione dei loro disegni delinquenziali. E dunque con questo impianto accusatorio, anche un solo minuto di carcere, ci risulta inaccettabile!

Per questi motivi il corteo del 2 febbraio, a Cosenza, diventa tappa fondamentale per tutti coloro che non solo sono stanchi del contesto in cui viviamo, ma che hanno ancora voglia di far emergere la propria dignità rispetto a chi offende le nostre intelligenze con accuse inaccettabili, distrugge i nostri territori, rende precarie le nostre vite e reprime le nostre lotte!

Cosenza, 26.01.2008
Coordinamento “Liberi tutti”

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Per i padroni la morte degli operai è la vita del capitale

[Ricevuto da Partito Comunista Internazionale - Schio (VI) ed integralmente pubblicato]

Proletari!
Cosa segna oggigiorno l’aumento dello sfruttamento indiscriminato degli operai e il continuo e progressivo peggioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro? Purtroppo non sono solo i bassi salari e gli aumenti da fame, l’incremento della precarietà e della flessibilità, l’innalzamento dei ritmi e degli orari lavorativi, l’incertezza crescente legata alle pensioni e alle liquidazioni, i tagli spregiudicati alla sanità e allo stato sociale…Ma anche e soprattutto la sempre più massiccia carneficina degli omicidi sul lavoro e delle malattie cosiddette “professionali”.
Dopo la strage infame alla Thyssen-Krupp di Torino che pretende ancora vendetta, pure nel Veneto del supersfruttamento ci sono stati, non ultimi, ancora due proletari assassinati in modo assurdo a Porto Marghera, ennesime vittime sacrificate sul campo della guerra del capitale contro il lavoro salariato. Sempre in questa regione tra le prime per le morti da lavoro, negli scorsi tre anni si sono verificati 320 mila “infortuni”, di cui 327 mortali; mentre nei primi otto mesi del 2007 sono già state “registrate” 86 vittime, e nella sola provincia di Vicenza ci sono stati nel corso dell’anno passato complessivamente 21 mila “incidenti”. Rimanere uccisi a causa delle tremende condizioni che il capitalismo impone ai salariati sembra essere la normalità ottocentesca che in Italia conta sempre i suoi 4 morti al giorno (sono ufficialmente più di 1300 l’anno, senza contare tutti i casi non denunciati relativi al lavoro sommerso e in nero).
Le statistiche dimostrano che precari e giovani, donne e stranieri, sono le categorie di lavoratori più esposte agli “infortuni”. Dunque, sono sempre i proletari peggio pagati, più deboli e ricattabili, a rischiare la pelle con più frequenza. Non a caso, in Italia all’eccessivo e cronico numero di morti da lavoro corrisponde un salario medio tra i più bassi in Europa, e che negli ultimi 5 anni è aumentato solamente di poco più del 10%. Come mai allora si parla solo adesso dell’allarmante questione salariale e del conseguente potere d’acquisto dei lavoratori dimezzatosi in pochi anni?

Non è tutto però: al risparmio sui salari, i padroni d’azienda aggiungono il risparmio sulla manutenzione degli impianti produttivi e sui costi per la sicurezza e la salute negli ambienti lavorativi, che per lor signori sono spese improduttive. Così gli inadeguati investimenti nella sicurezza non possono che rispondere alla logica del mercato, secondo cui per il capitalista questi costi non hanno ritorno, non generando infatti alcun profitto. Allora ecco che più le condizioni lavorative e salariali sono precarie e ridotte, insicure e insalubri, più la manodopera è ricattabile e costretta ad accettare lavori pericolosi, dai ritmi e dagli orari sfiancanti. Meno la classe operaia è in grado di far sentire la sua voce, più il capitalismo è messo nelle migliori condizioni per funzionare a completo servizio del profitto, con un consistente risparmio di capitale costante nella messa in sicurezza dei luoghi di lavoro.
Quale maggiore “prevenzione” e “formazione”, quale maggiore “controllo” e migliore “applicazione delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro” per cercare di limitare le dimensioni di questo massacro nelle fabbriche, nei cantieri e in ogni ambiente lavorativo? Questi sono i soliti rimedi proposti da sindacalisti e politicanti che con lacrime da coccodrillo non vanno alle radici del problema e parlano spesso solo di “tragiche fatalità e di negligenze”, nascondendo volutamente che questa è invece la terribile e quotidiana realtà del capitalismo, con la sua logica del profitto e dell’immancabile “riduzione dei costi”!

Proletari!
I capi sindacali delle tre confederazioni, assieme ai politici e agli alti papaveri istituzionali, continuano a ripetere alla noia che “non è più tollerabile questo continuo stillicidio e che ognuno deve assumersi le proprie responsabilità”. Lo facciano loro per primi allora, che spalleggiando servilmente il padronato sono da decenni i garanti della competitività italica sul mercato mondiale, contribuendo a loro volta al pauroso abbassamento del costo del lavoro e dunque del salario reale e delle stesse condizioni di vita e di lavoro degli operai, che giornalmente si confrontano sempre di più con quelle dei proletari dell’est e del sud del pianeta.
In regime capitalistico anche il lavoro umano è una merce come tutti gli altri “beni prodotti”, ma una merce che in un mondo “globalizzato” senza più barriere è sempre più abbondante e per questo motivo viene scambiata ad un prezzo sempre più basso. Nel capitalismo dunque si “produce” sempre più pure la forza-lavoro, e a costi sempre minori. Per essere concorrenziali con il capitalismo cinese o indiano occorre sfruttare così a ritmo cinese e indiano i proletari europei e a maggior ragione quelli italiani, abbassando la soglia di sicurezza e di conseguenza continuando ad ammazzare operai indiscriminatamente. Quella della competitività delle merci è una legge economica, di fronte alla quale cozza ogni "rivendicazione" a tavolino proposta dai bonzi sindacali di Cgil-Cisl-Uil e diventa insopportabile l'abbraccio mostruoso fra i proletari che sopravvivono e le "autorità addolorate per l’ennesimo incidente”.
Chi oggi vuole ancora coinvolgere la classe lavoratrice nell’ipocrita cordoglio nazionale per le continue vittime del lavoro e ad essa vuole inoltre far credere che la soluzione della “questione degli infortuni” è quella socialmente pacifica di limitarsi a reclamare più sicurezza, il rispetto delle leggi, maggiori controlli, più formazione e “cultura della prevenzione”, sono coloro i quali (sindacati confederali e partiti più o meno di “sinistra”) da anni “concertano” con il padronato la svendita degli interessi di classe e delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari. Sono proprio loro i corresponsabili dell’acuirsi dello sfruttamento e dell’incessante spargimento di sangue degli operai!
D’altronde, è con i rinnovi contrattuali al costante ribasso e con le drastiche riforme strutturali dello stato sociale e del mercato del lavoro che i presunti difensori e rappresentanti dei lavoratori fanno incassare ai padroni il più possibile, salvaguardando in tal modo non gli interessi dei salariati ma i profitti delle aziende che alimentano l’economia nazionale.

Proletari!
Non è di certo con le blande e disarmanti iniziative di “lotta” promosse dalla triplice Cgil-Cisl-Uil che potete costringere i padroni a mettere in atto le misure necessarie alla sicurezza nei luoghi di lavoro e a far disporre l’opportuna manutenzione dei macchinari e degli impianti produttivi. Non è con gli scioperi farsa, articolati e sterili, e peggio ancora con le fiaccolate, che potete guidare la protesta rivendicativa contro “le morti bianche e gli infortuni”. Non è con la democratica pace sociale, supportando gli inutili tavoli di intesa tra autorità e parti sociali e confidando nelle commissioni parlamentari che sfornano continuamente inutili decreti, che riuscirete ad imporvi per una limitazione del problema degli omicidi e delle mutilazioni sul lavoro.
Queste “disgrazie” infatti sono connaturate al capitalismo, sono degli “inconvenienti sociali” la cui incidenza è collegata alla legge del profitto: anzi, le morti da lavoro e le malattie “professionali” sono una delle condizioni di esistenza e di rischio sociale proprie del capitalismo stesso.
Come state sperimentando sulla vostra pelle, e sull’onda delle sempre più acute e ricorrenti crisi economiche (e borsistiche) che minano il cuore del capitalismo, ogni governo che si alterna, meglio se sinistro e “amico”, per salvaguardare l’economia nazionale e la sua competitività sul mercato mondiale (leggi: interessi e profitti aziendali!) continua a sottoscrivere con questi sindacati accordi e riforme capestro sulla moderazione salariale, sugli straordinari, sulla flessibilità e la precarietà, sul contenimento della spesa previdenziale e sanitaria. Sono quindi proprio coloro che continuano a colpirvi e a controllarvi, ad agevolare e ad approfondire il vostro sfruttamento, dimostrandosi i migliori difensori e puntelli del sistema economico e politico capitalistico, e che assieme ai padroni vi vogliono silenziosi ed obbedienti in fabbrica, divisi e disorientati nelle vostre lotte, prigionieri delle solite e pacifiche “regole del confronto democratico”, deboli e ricattabili quando sul lavoro rischiate la vostra vita giornalmente o quando si minacciano i vostri posti di lavoro con le frequenti ristrutturazioni e delocalizzazioni.

Proletari, compagni!
Il capitalismo vi vuole dunque gli uni contro gli altri e in costante concorrenza tra di voi, anche quando a morire o ad invalidarsi sono i vostri compagni di lavoro. Ovviamente, nulla viene fatto invece per l’unità della classe operaia da parte di quelli che a parole dicono di “difendervi” e poi nei fatti “concertano” i soliti sacrifici sulla pelle di chi lavora e vive di solo salario.
Allora, unitevi ed organizzatevi sulla base di obiettivi comuni e chiari contro chi vi sfrutta e vi imbroglia!
Battetevi per forti aumenti salariali (maggiori per le categorie peggio pagate) e non per le solite elemosine; rivendicate la riduzione della giornata lavorativa, opponendovi alle continue richieste padronali di straordinari; reclamate migliori condizioni di lavoro, denunciando soprattutto i rischi e i pericoli per la sicurezza e la salute dei lavoratori.
Diffidate anche di quanti vi dicono che l’unica via di “lotta” da seguire è quella dei processi e della giustizia borghese, che alla fin fine punirà i responsabili delle morti da lavoro e delle malattie professionali (il caso del Petrolchimico di Marghera ne è, assieme ad altri, un beffardo esempio…).
Cercate di chiamare alla lotta tutte le categorie di tutte le aziende (senza distinzioni tra occupati e disoccupati, precari e stranieri), con scioperi improvvisi e decisi ad oltranza, e riuscirete ad ottenere unità e forza, solidarietà e coscienza.
Contrapponetevi ai dirigenti sindacali che frantumano le lotte, che indicano obiettivi in difesa delle aziende, dell’economia nazionale e dello Stato, che rifuggono dall’uso di classe dell’arma dello sciopero, che favoriscono la divisione degli operai con la crescente differenziazione dei salari e dei contratti, che si alleano coscientemente o non con i padroni, con i borghesi, col loro stato di oppressione e sfruttamento.
Combattette questa drammatica e concreta realtà, in cui vi si opprime e vi si uccide in nome del profitto, e la cui responsabilità cade sulle spalle di tutti coloro i quali continuano a negarla o a nasconderla!

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domenica 27 gennaio 2008

Quanti conoscono il significato di Porajmos?

27 gennaio. Giorno della memoria. Tutti abbiamo in mente la parola "shoah", che sta ad indicare lo sterminio di ebrei ad opera del nazionalsocialismo.
Quanti conoscono la parola "porajmos"? Dubito che siano in molti. porajmos è l'equivalente in lingua romanì, dell'ebraico shoah e anche questa significa "annientamento". Porajmos sta ad indicare il genocidio di mezzo milioni di rom e sinti ad opera della stessa barbarie nazista, che ha sterminato milioni di ebrei.

Ricordiamo anche lo sterminio di nomadi rom e sinti e di testimoni di geova, di omosessuali, di oppositori politici e tutti quanti coloro che sono stati uccisi dai deliri nazisti, per la "colpa" di essere in grado di contaminare la razza ariana.

Ricordiamolo noi, nel giorno dedicato alla memoria, anche alla nostra Repubblica, che all'art. 1 della Legge 211 del 20 luglio 2000, con la quale il giorno della memoria è stato istituito, ha dimenticato di ricordare tante centinaia di migliaia di vittime del delirio nazionalsocialista:

"La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati."

E ricordando tutte le vittime della barbarie nazista, gridiamo la nostra voglia di contaminazione.

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sabato 26 gennaio 2008

Shoah, il giorno dei vivi

Shoah, in ebraico "annientamento". Domani 27 gennaio, si celebra il giorno della memoria, al fine di ricordare lo sterminio perpetrato dal nazionalsocialismo, di ebrei, testimoni di geova, omosessuali, zingari, oppositori politici, comunisti.

Non è semplicemente un giorno per commemorare i morti dell'olocausto. E' il giorno dei vivi. Perchè la memoria appartiene ai vivi. E non semplicemente ai sopravvissuti dall'olocausto. E' soprattutto il nostro giorno, perchè a noi appartiene il dovere di non dimenticare.



Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per la via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Fuga di morte - Primo Levi

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venerdì 25 gennaio 2008

Cardinale Bagnasco, mi permetta una proposta ...

Eccellentissimo cardinale Angelo Bagnasco,

Adesso che il governo è caduto, spero vorrà mantenere l'impegno promesso agli organi di stampa, secondo il quale la chiesa sarebbe intenzionata ad "aiutare il Paese a riprendere il cammino, a recuperare fiducia nelle proprie possibilità, a riguadagnare un orizzonte comune". Anche perchè, come faceva Lei stesso notare, In Italia, dopo che si sono bloccati "lo slancio e la crescita economica, c'è paura del futuro e un senso di fatalistico declino. Sembra circolare una sfiducia diffusa e pericolosa. L'Italia ha bisogno di speranza". Ed io sono d'accordo, c'è bisogno di speranza, soprattutto in questi tempi di profonda crisi politica e spero che la chiesa voglia fattivamente contribuire a dare delle speranze, prima di tutti a tante persone che oggi vivono condizioni di profondo disagio.
Sono certo che la chiesa non abbia bisogno dei miei consigli (non erano ben voluti i commenti di emeriti scienziati figuriamoci i miei), ma comunque voglio lo stesso ricordarLe che un'occasione per dare concretezza ai propositi che Lei ha dichiarato, è a portata di mano. Eccola: BLOCCARE GLI SFRATTI di quelle famiglie che vivono negli alloggi di cui la chiesa (o gli enti ad essa legati) è proprietaria!

Sarà certamente informato, illustrissimo cardinale Bagnasco, che a febbraio si prevede un’altra ondata di sfratti, con numeri da capogiro: quasi 4mila in Italia, 2mila a Roma, di cui circa 200 richiesti dal Vaticano, dallo Ior (la banca della Santa Sede), da istituti e congregazioni religiose, enti ecclesiastici e confraternite. Come ben saprà, tra Vaticano ed enti ad esso legati si calcola che un quinto del patrimonio immobiliare della capitale appartenga alla chiesa, sui quali oltretutto è prevista l'esenzione dal pagamento dell’Ici ed il 50% di sconto dell’Ires, cioè l’imposta sul reddito derivante dai canoni di affitto.

Donne, uomini, anziani, bambini, giovani, famiglie, che già vivono sulla propria pelle il dramma quotidiano dei disagi economici e sociali, a febbraio subiranno sfratti per finita locazione, così da potere dare spazio a più redditizi bed and breakfast o per affittarli in modo clientelare e a prezzi di mercato.

Allora cardinale Angelo Bagnasco, giacchè è stato lei a dire che la chiesa vuole "aiutare il Paese a recuperare fiducia nelle proprie possibilità", cominci a mettere una buona parola per il blocco degli sfratti, così da dare una speranza a tante famiglie. Le assicuro che l'abrogazione della Legge 194, battaglia per la quale vi state ingiustamente ed illegittimamente battento a spada tratta, è l'ultimo dei problemi di quelle famiglie.

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Il governo Prodi è stato sconfitto dalla sua incapacità di ascolto

Il governo Prodi è caduto e questo è un dato che era facilmente prevedibile. L'uscita di Mastella e del suo Udeur, ha annullato i margini - già esigui - per andare avanti. Ad ogni modo, la crisi politica era nell'aria da diverso tempo. Ma soprattutto questo governo respirava da molto tempo ormai, un'aria di crisi sociale e di assenza di connessione sentimentale con il suo popolo, quel popolo di centro-sinistra che lo ha votato e che gli ha consentito di governare in questi due anni.

Mi chiedo se fosse stato possibile mettere in crisi questo esecutivo, se qualcuno avesse avuto il coraggio politico di uscire dalla maggioranza (soprattutto nel modo a cui abbiamo assistito), se Prodi ed i suoi ministri avessero avuto la capacità di ascolto e di interventi sociali che invece mi pare gli siano mancati.
Certo che alla disfatta del governo, ha contribuito la legge elettorale con il quale è stato votato. Questa legge elettorale (che ha necessità urgente di essere modificata), definita dallo stesso redattore senatore Calderoli (Lega Nord) come una porcata, ha reso necessarie maggioranze "coatte" tra partiti anche profondamente diversi tra loro, nella cultura politica e nelle istanze di cui sono portatori. Ma proprio qui sembrava racchiudersi la sfida che l'Unione lanciava alla politica: la trasformazione di una scelta obbligata, in una opportunità per mettere in pratica riforme necessarie. Ovviamente, proprio quelle unioni coatte, non potevano permettere l'accettazione tout court di riforme radicali, in campo economico, sociale, ambientale, sulle politiche estere. Si è cercato fin dall'inizio un compromesso, descritto nel programmone con il quale l'Unione si è presentata alle elezioni politiche. Quel programma di governo è stato però più volte disatteso specie nelle parti maggiormente qualificanti e simboliche, a causa dell'intromissione forzata e volutamente accolta dal governo, di poteri che viaggiano in senso contrario alle esigenze delle classi più deboli.


La stessa sinistra radicale, convinta di potere ottenere risultati qualificanti, in tema di salari, protezione ambientale, miglioramento delle condizioni sociali, ecc., ha puntato tutto sulla capacità di ascolto dell'ex premier Romano Prodi. Personalmente non ci ho mai creduto ed ogni compromesso raggiunto, mi pareva sempre un compromesso al ribasso, fin da quelli raggiunti per la formulazione del programma. Solo un esempio in tal senso: sul programma elettorale dell'Unione, non fu mai scritto che la Legge 30 sarebbe stata abrogata a favore di un normativa a tutela e garanzia del lavoro a tempo indeterminato, quale forma di lavoro tipico. Si parlava solo di superamento di quella Legge, termine generico adatto a qualunque scelta.
Ma, come dicevo, la fiducia riservata al governo Prodi dalla sinistra, risiedeva principalmente nella sua supposta capacità di ascolto delle istanze delle popolo e nella convinzione che quell'esecutivo, sarebbe stato permeabile alle richieste dei movimenti. Non ne sono mai stato convinto, ma soprattutto così non è stato.

A emblema del fallimento del governo, credo possa essere assunta la vicenda sul raddoppio della base militare americana a Vicenza. Anche in quel caso, il popolo vicentino ed in generale il popolo che si batteva e tuttora si batte per la pace, coltivava la speranza di essere ascoltato da un esecutivo di centro-sinistra. Un esecutivo che tra l'altro aveva previsto nel suo programma elettorale, il ripensamento delle servitù militari. Con il famoso editto rumeno, Romano Prodi ha voluto dare una prova di forza, dichiarando che la base militare si sarebbe realizzata, rassicurando l'alleato americano ed affossando le speranza di cambiamento del popolo della pace.
Altri e tanti esempi potrebbero essere fatti: dalla rinuncia ai Pacs, al peggioramento della riforma pensionistica; dall'aumento delle spese militari, al finanziamento delle scuole private; fino alla recente condanna dei professori e degli studenti della Sapienza, che protestavano pacificamente contro l'invito rivolto al papa per l'inaugurazione dell'anno accademico. Provvedimenti diversi adottati in ordine a diverse tematiche, ma tutte con lo stesso comune denominatore: il mancato ascolto dei cittadini e l'asservimento ai poteri forti. Poteri che di volta in volta hanno preso nomi diversi (Confindustria, USA, chiesa, lobbies varie), ai quali il governo Prodi non ha mai saputo rispondere, facendosi forte delle esigenze e delle legittime richieste del popolo.

I muscoli sono stati mostrati sempre e solo alle persone che rivendicavano delle legittime richieste e l'applicazione del programma, paventando per altro il rischio del ritorno di Berlusconi. E la stessa sinistra radicale, non ha saputo sbattere i pugni per rivendicare quello che il popolo della sinistra si aspettava. Al contrario sono stati sempre favoriti compromessi al ribasso (che dopo il compromesso sul programma elettorale, risultavano essere compromessi dei compromessi), anche qui guidati dalla paura di un ritorno delle destre, producendo anche in questo caso, un distacco tra la sinistra e le istanze della sua gente, che gli rimprovera giustamente l'inefficacia delle azioni parlamentari e governative.

Oggi, la priorità della politica e dei partiti, mi pare debba essere quella di un ricongiungimento con le persone in carne ed ossa, non facile in questo periodo di sentimenti antipolitici, ma necessario per riportare la politica a fare ciò che le compete: incidere per il perseguimento degli interessi della collettività.

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giovedì 24 gennaio 2008

In risposta alla rabbia di un lavoratore della Pietro Pilenga sul caso Giolivo Zanotti

(Ricevuto da un operaio della ditta Officine Pietro Pilenga di Comun Nuovo e pubblicato integralmente e senza modifiche, questo commento relativo al caso del Sig. Giolivo Zanotti, sospeso per avere denunciato le carenze di sicurezza all'interno della fabbrica).

Zanotti Giolivo non ha detto la verita', ha strumentalizzato il suo episodio solo per una vandetta personale nei confronti del suo datore di lavoro.
Zanotti Giolivo e' stato sospeso perche' ha formalmente denunciato un collega di lavoro, che fumava una sigaretta lavorando su di una macchina accanto alla sua, scrivendo il nome del collega su una bolla di produzione. Zanotti ha denunciato questo suo collega perche' ascoltava musica DURANTE IL TURNO DI NOTTE con un lettore mp3;una grave mancanza vero???? Zanotti Giolivo non e' un santo votato ad una giusta causa, ma un invidioso che chiama il proprio datore di lavoro PADRONE!!! Termine arcaico oserei dire....Un PADRONE che in 30 anni di attivita' non ha mai fatto un giorno di cassa integrazione, nemmeno nei momenti in cui avrebbe potuto usufruirne. Albani Valter e Zanotti Giolivo hanno screditato in TV un'azienda in cui lavorano 250 persone, la maggior parte ha famiglia..... Screditare un'azienda, che non ha nulla in comune con la tyssen krupp, senza pensare alle conseguenze...lo definirei stupido, soprattuto se dietro a Zanotti ed Albani c'e' un sindacato come la CGL che ha dato loro una mano per mettere in piedi un teatrino di bandiere rosse e false accuse. Le Officine Pietro PIlenga non sono la Tyssen Krupp!!! Come Zanotti ed Albani hanno voluto far credere in tv! Alcuni clienti pero' hanno dato credito a queste nefandezze ritardando delle commesse!! RISULTATO??! DOMANDA DI CASSA INTEGRAZIONE PER 86 PERSONE PER 3 SETTIMANE!!! E DA LUNEDI' 28/01/2008 86 PERSONE PRENDERANNO L'80% DI STIPENDIO PER 3 SETTIMANE. Un grazie va a Giolivo Zanotti e Albani Valter, PALADINI DELLA GIUSTIZIA! GRAZIE!!!

UN OPERAIO DELLA PIETRO PILENGA


Capisco il risentimento per la cassa integrazione che ora gli operai delle Officine Pietro Pilenga saranno costretti a subire. Così come capisco i disagi a cui gli stessi andranno incontro, per la riduzione del salario del 20% per tre settimane.
Capisco meno però, il senso di certe precisazioni contenute nel commento dell'operaio della ditta, come quelle che raccontano delle denuncie, che sarebbero state fatte da Giolivo Zannotti, nei confronti di colleghi (uno perchè fumava una sigaretta durante operazioni su un macchinario, l'altro perchè ascoltava musica con un lettore MP3 durante l'orario di lavoro). Non conoscendo la realtà aziendale e non avendo specificato nel commento, a quali macchine stessero operando i "denunciati", non posso di certo avanzare alcuna ipotesi sulla pericolosità dei comportamenti. A parte il divieto di fumo nei luoghi di lavoro, imposto dalla normativa vigente, mi pare però evidente che se il fumatore stava operando su una macchina suscettibile di innescare un incendio o di esplodere, bene ha fatto Giolivo Zanotti ha far presente la situazione. In riguardo all'MP3, rimane da considerare la possibilità che l'ascolto della musica, potesse inibire il lavoratore dal rilevare situazioni di pericolo. Se così fosse stato, il sig. Zanotti avrebbe dato dimostrazione di grande cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro.
Ma se anche così non fosse stato, se cioè Giolivo Zanotti avesse denunciato dei suoi colleghi per una qualunque rivalsa nei loro confronti (rimane il fatto che quei due colleghi non rispettavano certe precauzioni), non mi pare che cambi il senso della vicenda.
Insomma, è vero oppure no che il sig. Zanotti aveva fatto presente delle inadempienze all'azienda? E' vero o no che si sono registrati diversi ed anche gravi infortuni all'interno dell'azienda? E' vero o no che le Officine Pietro Pilenga
ha avuto 7 ispezioni della Asl, record assoluto in Italia? E rimane tuttavia il fatto che Giolivo Zanotti ha espressamente adempiuto all'obbligo impostogli dal Decreto 626/94, che all'art. 5, impone a lui ed ad ogni lavoratore di segnalare immediatamente al datore di lavoro, al dirigente o al preposto le deficienze dei mezzi e dispositivi, nonché le altre eventuali condizioni di pericolo di cui vengono a conoscenza. Mentre rimane in obbligo al datore di lavoro l'obbligo di rimuovere le cause di rischio.
Nel caso delle Officine Pietro Pilenga, al di là delle doti morali ed umane del sig. Zanotti (di cui non parlo, non conoscendo la persona) che si vorrebbero fare passare come una discriminante per gli obblighi imposti in materia di sicurezza in carico al datore di lavoro, i dirigenti anzichè rimuovere i fattori di rischio hanno sospeso il lavoratore. Questo, non altri, è il dato da considerare. E questo dato cosa significa, se non che la dirigenza della Officine Pietro Pilenga avevano valutato di accettare il rischio infortunio, perchè dal punto di vista economico non era conveniente rimuore le fonti del pericolo stesso? In sostanza anche in questo caso, l'azienda pare abbia valutato la probabilità che il rischio si trasformasse in infortunio, concludendo che la spesa economica per eliminare o almeno ridurre il rischio alla fonte (obbligo previsto dal D.Lgs. 626/94), non fosse conveniente. E non è forse questa la cultura d'impresa che ha spinto i dirigenti della ThyssenKrupp, ha non eseguire le manutenzioni necessarie ed a non mantenere efficienti i mezzi di estinzione incendi?
Questo logica, che non può essere da me confermata dalla conoscenza della realtà aziendale, è comunque ben visibile nel momento in cui Giolivo Zanotti racconta di alcuni infortuni gravi e nonostante ciò, gli impianti continuavano ad essere tenuti in modo da rimanere fonti di pericolo per gli operai.
Ecco allora, che nel momento in cui si subordina la tutela dell'integrità fisica dei lavoratori al vantaggio economico e per di più lo si fa in maniera arrogante (la sospensione di chi protesta su tali condizioni), si prefigura nell'esercizio delle funzioni del datore di lavoro un controllo - ma direi un dominio - economico, sociale ed individuale nei confronti dei lavoratori. Come chiamare una figura che si arroga questo potere, se non PADRONE?
Ora, l'operaio che mi scrive dice che, a causa di quella vicenda, alcuni clienti hanno ritardato le commesse ed in conseguenza a ciò, 86 persone saranno costrette alla cassa integrazione per tre settimane. E' questa, secondo lo stesso operaio, una cosa inaccettabile. Mi chiedo se invece possa essere accettata la condizione per la quale, pur di non perdere o tardare una commessa, si possa mettere a rischio la vita dei lavoratori. Io credo che il profitto non possa essere perseguito a mezzo di vite umane o comunque a scapito della salute dei lavoratori.

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Un dramma quotidiano e l'immoralità della politica

"Oggi 21 gennaio 2007, torno a casa alle ore 19 dopo una giornata passata in biblioteca su mattoni di libri. Apro la porta. Trovo tutte le luci spente solo la camera in fondo, quella dei miei genitori è accesa. Ma la luce è bassa come curvata è la schiena di quell'uomo seduto sul letto: mio padre, 55 anni, operaio da sempre, onesto, non ha mai rubato, mai accettato denaro... Questa mattina era uscito per andare a lavorare, come sempre. Eppure questa sera eccolo là, occhi bassi e in silenzio. Sapete perché? Perchéun uomo adulto sembra morto? Oggi nella pausa pranzo, il direttore lo chiama in ufficio, lo fa sedere e poi mettendogli un foglio davanti gli dice: «tieni Massimo firma qui. Se vuoi leggi comunque lo devi firmare per forza. E' il tuo licenziamento». Motivo? Tagli del personale! Addirittura senza un preavviso. Voglio solo dire che mentre mio padre è ancora lì, seduto e piange, io non ho neanche fame. Ho 23 anni studio per fare un qualcosa di grande nella mia vita ma dubito che questo Paese possa aiutarmi a crescere. Non è giusto. Non lo è per un uomo, per nessuno..."

Marty

Sono rimasto colpito alla lettura di questa lettera pubblicata su un quotidiano, immaginando la scena di un dramma così ben descritto. Ma anche direi così frequente e quotidiano.
Il sig. Massimo, questo padre, onesto cittadino, operaio di questa nostra Repubblica fondata sul lavoro, ha vissuto anche lui sulla propria pelle la mancata applicazione della Carta Costituzionale. "La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto", art. 4, comma 1 della Costituzione della Repubblica Italiana. Quello di Massimo è solo un esempio di centinaia di drammi quotidiani simili.

C'entra Massimo e con lui quelle tante centinaia di persone che si sentono dire, chessò: "Ci dispiace, ma dobbiare tagliare il personale"; oppure "non ci sono i soldi per pagarti il salario"; o ancora "sali su quella cazzo di impalcatura, senza fare troppe storie!"; c'entrano - dicevo - queste vicende quotidiane con l'attuale situazione politica? C'entrano con il caso Mastella e consorte, con Totò "vasa-vasa" Cuffaro condannato a cinque anni per favoreggiamento di un boss mafioso e con la crisi di Governo? Mi rendo conto che il nesso potrebbe apparire un po' forzato, ma se si considera che la politica dovrebbe considerarsi un'attività umana che attraverso la conquista del potere, si prefigge il compito della distribuzione delle risorse, sia materiali che immateriali, si impone una questione morale che mette in relazione le recenti vicende politiche, con la storia raccontata da Marty nella sua lettera e la moltitudine di vicissitudini quotidiane simili.
L'ex ministro Mastella, pare interferisse nelle nomine di primari nelle strutture sanitarie campane e di questa invadenza nella sfera civile, professionale, del diritto, ecc., Mastella si è arrogato il presunto potere politico, di cui chiedeva riconoscimento all'intero Parlamento.
Totò Cuffaro, si è praticamente vantato di essere stato condannato per aver favorito un boss mafioso e, tra i festeggiamenti per la condanna con cannoli siciliani e spumanti, dichiara di rimanere al proprio posto di presidente della Regione Sicilia. Continuando perciò a condizionare la vita di migliaia di cittadini, costretti a subire un l'arroganza di un potere che non si vergogna di essere legato alla mafia.
Insomma, queste due recenti vicende politche, mostrano una politica italiana che ha rinuncito al ruolo nobile che gli competerebbe e di cui dicevo prima. Si lascia condizionare - e guidare - da altri poteri forti quali Confindustria, chiesa, multinazionali varie ed a vario livello dalla criminalità organizzata. E tra le "linee guida" di quei poteri, che condizionano le scelte della politica, non sono comprese la tutela della dignità delle persone e la tutela e la garanzia dei diritti dei cittadini. Non c'è spazio per ottenere la giustizia sociale, nè per Massimo, nè per altri.
La politica italiana ha scelto di allearsi con altri poteri e con questi di condizionare, assogettandola, la vita dei cittadini, privandoli di quella libertà che dovrebbe invece essere garantita e della giustizia sociale necessaria.
Ecco, l'attuale crisi della politica italiana, mi pare possa essere rappresentata in maniera lampante anche (ma non solo) dalle vicende di Mastella e Cuffaro, che vive nutrendosi di un'immoralità che è propria di una politica che ricerca il governo, con il fine ultimo di preservare interessi particolari di altri poteri forti. E questa immoralità, si vorrebbe addirittura legittimarla in Parlamento e farla tollerare dal popolo, che dovrebbe perciò rassegnarsi a tali situazioni.
E allora mi chiedo, come può questa politica occuparsi di Massimo e di quanti vivono condizioni simili alle sue?

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mercoledì 23 gennaio 2008

La solidarietà del mondo accademico ai 67 colleghi "disubbidienti" della Sapienza

A proposito dei fatti relativi alla rinuncia di papa Benedetto XVI alla visita e al discorso all'Università Sapienza di Roma, in occasione della solenne inaugurazione dell'anno accademico, i sottoscritti, docenti e ricercatori degli atenei italiani, esprimono la più ferma e convinta solidarietà ai colleghi sottoposti nelle ultime giornate a un linciaggio morale, intellettuale e persino politico, senza precedenti. Noi firmatari di questo appello di solidarietà affermiamo che ci saremmo comportati come i 67 docenti della Sapienza, in nome della libertà della ricerca e della scienza. L'invito al papa in occasione dell'apertura dell'anno accademico costituisce offesa al sapere scientifico, ovvero un esecrabile cedimento nei confronti di un preteso principio d'autorità.

I colleghi della Sapienza, lungi dall'«impedire al papa di parlare» hanno semplicemente contestato l'opportunità di far inaugurare l'anno accademico - ossia il momento più solenne nella vita di un ateneo - da un capo religioso, e nel contempo capo di stato straniero. Tanto più che trattasi di un papa che ha espresso in reiterate occasioni l'idea che la ragione non possa che essere subordinata alla fede e ha assunto gravi prese di posizione che, mentre smantellano la Chiesa del Concilio Vaticano II, costituiscono gravi ingerenze nella sfera delle istituzioni politiche nazionali. In ogni caso, la protesta dei colleghi non contro Benedetto XVI era diretta, ma innanzi tutto contro l'autorità accademica che ha commesso la leggerezza di invitare un'autorità religiosa a una cerimonia che deve essere rigorosamente laica; tanto più grave, il gesto del rettore della Sapienza, in quanto ormai l'Italia è un paese multietnico e multireligioso e ciò nonostante un regime concordatario, obsoleto anche nelle sue revisioni, che continua a privare le scuole pubbliche non universitarie della possibilità di un approccio comparativo al mondo delle religioni assegnando invece la priorità esclusiva all'insegnamento della religione cattolica. E il papa di Roma rappresenta soltanto una parte dell'opinione pubblica, anche di quella provvista di fede religiosa. Si aggiunga altresì l'atteggiamento di vera e propria subalternità mostrata dalle autorità accademiche, di concerto con quelle ecclesiastiche, e dal coro mediatico che ne ha accompagnato le scelte, era la pretesa che a Ratzinger fosse riservata una zona franca, in cui le espressioni di dissenso dovessero essere impedite, quasi forme di delitto di lesa maestà.

Noi sottoscritti, davanti alla campagna mediatica in atto, esprimiamo la più vibrata protesta e la più ferma preoccupazione per le parole che abbiamo letto e ascoltato in questi giorni, in un penoso unanimismo di testate giornalistiche e di forze politiche. Ci impegniamo, accanto ai colleghi della Sapienza e di tutti gli studiosi che con rigore e passione lavorano nelle istituzioni universitarie italiane, a lottare perché venga salvaguardato, in un paese che sembra voler pericolosamente regredire all'epoca del «papa re», la libertà della ricerca scientifica, in ogni ambito, da ipoteche fideistiche e da nuovi e vecchi principi autoritativi.

Angelo d'Orsi, prof. Storia del pensiero politico Univ. Torino; Lucia Delogu, prof. Diritto privato, Univ. Torino; Gianni Vattimo; Simon Levis Sullam; Luisa Accati, prof. Storia moderna, Univ. Trieste; Alessandra Algostino, prof. Diritto costituz. comparato, Univ. Torino; Giovanna Angelini, prof. Storia delle dottrine politiche, Univ. Pavia; Corrado Agnes, Politecnico Torino Dip. di Fisica; Christophe Allouis, Ist. Ricerche sulla Combustione-Cnr; Fabrizio Arciprete, ricerc. Dip. di Fisica Univ. Roma Tor Vergata; Franco Bacchelli, ricer. di Storia della Filosofia, Univ. Bologna; Barbara Bacchelli, ricerc. Matematica, Univ. di Milano Bicocca; Valeria Bacchelli, prof. Analisi matematica, Politecnico Milano; Roberto Bartolino, prof. di Fisica, Univ. della Calabria; Riccardo Bellofiore, prof. di Economia monetaria, Univ. Bergamo; Tamara Bellone, prof. Topografia e cartografia, Politecnico Torino; Paolo Biscari, prof. Fisica Matematica, Politecnico Milano; Luigi Bobbio, prof. di Scienza politica, Univ. Torino; Alberto Burgio, prof. Storia della filosofia moderna Univ. Bologna; Linda Brodo, Informatica, Univ. Sassari; Renato Betti, prof. Geometria, Politecnico Milano; Ugo Bruzzo, prof. Geometria, Scuola Intern. Superiore di Studi Avanzati, Trieste; Paolo Berdini, ingegnere, urbanista; Luciano Boi, Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, Centre de Mathématiques Paris; Ovidio M. Bucci, prof. Campi Elettromagnetici,Univ. Napoli Federico II; Alessandro Bianchi, ricerc. Dip. di Inform. Univ. Bari; Brigida Bochicchio, ricerc. di Chimica Organica Univ. Basilicata; Piero Bevilacqua, prof. di Storia Contemp La Sapienza, Roma; Marco Berisso, Filologia It. Univ. di Genova; Pier Carlo Bontempelli, prof. Letterat. Tedesca Univ. «G. d'Annunzio» Chieti-Pescara; Livio Boni, Chargé de recherche Univ. de Paris VII Denis Diderot, Psychanalyse/Sciences Humaines; Derek Boothman, prof. Lingua e traduz. inglese, SSLMIT Univ. Bologna; Sandro Cardinali, prof. di Storia della filosofia mo. Univ. Ferrara; Paolo Casalegno, prof. Filosofia del Linguaggio Univ. degli Studi Milano; Luigi Cerlienco, prof. Algebra, Univ. Cagliari; Salvatore Cingari, prof. Storia delle dottrine politiche Univ. per Stranieri di Perugia; Claudio Cancelli, prof. Fluidodinamica Ambientale, Politecnico Torino; Pilar Capanaga, prof. di Lingua e Linguistica spagnola SSLMIT Univ. Bologna; Sandro Cardinali, prof. Storia della filosofia mod. Univ. Ferrara; Pietro Giuliano Cannata, prof. di Geologia Pianif. territoriale Univ. di Siena; Andrea Clematis, dir. di ricerca IMATI Cnr Genova; Andrea Cavazzini, dottore in filosofia; Ines Crispini, Filosofia morale Univ. della Calabria; Rita Caprini, prof. Glottologia Univ. Genova; Alessandra Ciattini, Antrop. religiosa La Sapienza di Roma; Tullia Catalan, Storia contemp. Univ. Trieste; Leonardo Castellani, Fisica Teorica Univ. del Piemonte Orientale; Luca Di Mauro, Storia, Ecole Normale Superieure Paris; Filippo Del Lucchese, Marie Curie Fellow, UPJV - Amiens / ECLS - Occidental College Los Angeles, CA, Usa; Marco Antonio D'Arcengeli, prof. di Storia della pedagogia Univ. L'Aquila; Adele D'Arcangelo, ricerc. Univ. di Bologna; Elisabetta Donini, già docente di Fisica Univ. Torino; Paolo Ercolani, Filosofia Univ. di Urbino; Ezio Faccioli, Tecnica delle costruz. Politecnico Milano; Laura Fregolent, prof. Analisi della città e del territorio, Univ. IUAV Venezia; Paolo Favilli, prof. Storia Contemp. Univ. Genova; Federica Fontana, Dip. di Scienze dell'Antichità Univ. Trieste; Paolo Fernandes, drig. di ricerca, Cnr Ist. di Matematica Appl. Tecnologie Inform. Genova; Gian Luca Fruci, assegnista di ricerca dip. di Storia Univ. Pisa; Antioco Floris, Discipline cinematogr. Univ. Cagliari; Marcello Frixione, Scienze della Comunic. Univ. Salerno; Giorgio Forti, emerito Facoltà di Scienze MFN Univ. degli Studi Milano; Luciano Gallino, emerito, già prof. di Sociologia Univ. Torino; Germana Gandino, ricerc. Storia medievale Univ. del Piemonte Orientale; Angelo Guerraggio, prof. di Storia delle matematiche Univ. dell'Insubria di Varese /Università «Bocconi» Milano; Laura Gaffuri, prof. Storia delle Chiese Univ. Torino; Mariuccia (Giuseppina) Giacomini, Antropologia culturale Univ. Milano Bicocca; Francesco Indovina, prof. Analisi delle strutture urbanistiche e territoriali Ist. Univ. di Architettura Venezia; Donatella Izzo, prof. Letterat. Americana Univ. degli Studi di Napoli «L'Orientale»; Cristina Lavinio, prof. Linguistica educativa Univ. Cagliari; Salvatore Lupo, prof. di Storia contemp. Univ. Palermo; Laura Luche, Lingue e Letterature Ispanoamericane Univ.Sassari; Maria Grazia Meriggi, prof. Storia Contemp. Univ. Bergamo; Alberto Magnaghi, prof. Pianificaz. Territoriale Univ. Firenze; Fabio Nuti Giovanetti, Giurisprudenza Univ. Bologna; Guido Panìco, prof. di Storia contemp. Univ. Salerno; Giovanna Procacci, prof. Storia contemp. Univ. Modena e Reggio; Giuseppe Prestipino, già prof. di Filosofia, Univ. Siena; Enrico Pugliese, dir. Irpps-Cnr, Roma; Carlo Remino, ingegnere Meccanico, Dip. Ing. Mecc. e Ind. Univ. Brescia; Giorgio Rochat, già prof. Storia contemp. Univ. Torino; Monica Savoca, prof. a contratto di Letterat. Spagnola, SSLiMIT Forlì; Giovanni Semeraro, prof. Univ. Federale Fluminense, Niterói/Rio de Janeiro; Antonio Mario Tamburro, prof. di Chimica Organica, Rettore Magn. Univ. della Basilicata; Giuseppe Trebbi, prof. Storia moderna Univ. Trieste; Dario Trevese, prof. Astrofisica Roma «La Sapienza»; Maria Turchetto, prof. Dip. di Studi Storici Univ. Ca' Foscari di Venezia; Settimo Termini, prof. Cibernetica Univ. Palermo; Giovanna Vertova, ricerc. di Economia Politica Univ. Bergamo; Nadia Venturini, prof. Storia del Nord America, Univ.; Gabriella Valera, prof. Metod. e Storia della Storiogr. Univ. Trieste; Stefano Visentin, Storia delle dottrine politiche Univ. Urbino «Carlo Bo»; Claudio Venza, Storia della Spagna contemp. Univ. Trieste; Simonetta Ulivieri, prof. Pedagogia Gen. e Sociale Univ. Firenze; Mario Vadacchino, prof. Dip. Fisica Politecnico Torino; Pasquale Voza, prof. Letterat. italiana Univ. degli Studi di Bari; Franco Vazzoler, Letterat. teatrale it. Univ. Genova; Massimo Vallerani, prof. di Storia medievale Univ. Torino; Sergio Vessella, prof. di Analisi Matematica Univ. Firenze; Fausto Vagnetti, prof. di Astrofisica, Univ. di Roma Tor Vergata; Maria Zalambani, prof. Russian Literature Univ. Bologna; Alessandro Zucchi, prof. Semiotica, Dip. di Filosofia Univ. degli Studi di Milano; Massimo Zucchetti, prof. di Impianti Nucleari Politecnico Torino

(L'appello è stato pubblicato sul "manifesto" di domenica 20 gennaio 2008)

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Bagnasco propone un manifesto politico oscurantista

Questa mattina mi sono svegliato, come al solito, alle sei. Ma a differenza del solito, al mio risveglio non è seguito il solito rituale: acqua fresca nel viso, per aiutarmi ad aprire gli occhi ancora stanchi; colazione; e tutto il solito iter prima di uscire per recarmi al lavoro. No, questa mattina per prima cosa sono andato in cucina ed ho rivolto uno sguardo al calendario. Avevo bisogno di una conferma che davvero stessi vivendo il giorno 23, del mese di gennaio, dell'anno 2008. Non mi era bastato spegnere la sveglia (chiaramente contemporanea), perchè ovviamente ero ancora pressochè dominato dalla stanchezza e dalla sonnolenza. Avevo il timore di essere capitato, sulla falsa riga di Troisi e Benigni nel loro "Non ci resta che piangere" e per chissà quali coincidenze astrali, in epoca medioevale.
Tiro un sospiro di sollievo alla vista del calendario e tutto mi pare sia tornato al proprio posto. La colazione, fatta sempre con caffè e latte e pochi biscotti, mi aiuta a svegliarmi completamente e sono perciò pronto a seguire la solita routine. E come al solito accendo il computer (ovviamente inesistente nel medio evo), mi collego ad internet e leggo qualche notizia. Tutto ormai mi dice che devo avere vissuto solo un brutto incubo. Ma i sogni - qualcuno dice - rappresentano le immagini rimosse dall'area della coscienza durante il giorno, ma che vengono riproposte come in una specie di teatro durante la notte. Ed allora quali immagini devo avere elaborato questa notte? Ma certo, è stata senza ombra di dubbio l'immagine del cardinale Angelo Bagnasco ed il suono delle sue parole, sintesi di un rigurgito oscurantista e della smania di potere temporale, mai completamente persi.
Infatti, aprendo i lavori del Consiglio permanente della Cei (Conferenza episcopale italiana) a Roma, il porporato torna sia sulla vicenda "La Sapienza", che sui temi etici quali aborto, unioni civili, omosessualità.
Sulla rinuncia del papa all'inaugurazione dell'anno accademico dell'università romana, Bagnasco parla di scelta necessaria in virtù "dei suggerimenti dell'autorità italiana e costituisce un atto di amore del Papa per la sua città", nato però da un "clima di ostilità, creato da una minoranza assolutamente esigua di docenti e studenti". Una frase, la prima, che assume quasi il sapore di un caso diplomatico tra due Stati. Sul clima di ostilità, ritornano alla mente periodi meno felici per la chiesa cattolica, durante i quali la stessa utilizzava il proprio potere temporale, per bruciare le idee che prendevano direzioni diverse da quelle indicate dalla stessa chiesa. Anche senza ricorrere al rogo, oggi come come ieri le contestazioni ai dettami ecclesiastici vengono criminalizzati.
Ma oggi come nel tragico periodo oscurantista medioevale, la chiesa si pone l'obiettivo di rinchiudere ogni aspetto della vita di ognuno, entro i recinti dei dogmi religiosi e del pensiero del della gerarchia cattolica. Proprio come nel medio evo, durante il quale i dogmi di fede non potevano essere discussi da nessuno, così oggi non può essere messa in discussione la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e perciò la chiesa di ce con Bagnasco di opporsi "alla regolamentazione per legge delle coppie di fatto, o all'introduzione di registri che surrogano lo stato civile" perchè priverebbe di diritti la cosiddetta famiglia tradizionale "che nessuno - continua il cardinale - può avere interesse a rendere inutile o a offuscare". Allo stesso modo la chiesa è "contraria all'equiparazione tra tendenze sessuali e differenze di sesso, razza ed età", ponendo di fatto dei limiti alle libertà individuali. Soprattutto però con quella frase, la chiesa accetta l'ipotesi di discrimazione degli omosessuali, nel momento in cui si accettano le diversità sessuali, le diversità di razza e quelle di età ma si è contrari ai differenti orientamenti sessuali. Di fatto, il cardinale Bagnasco giunge a noi direttamente dal medio evo, per contestare l'articolo 3 della Carta Costituzionale, laddove si pone pari dignità sociale a tutti i cittadini, senza fare distinzioni - tra l'altro - delle condizioni personali e sociali.
in perfetto stile oscurantista, Bagnasco impone ai cattolici di votare "secondo coscienza quando le proposte legislative sono intrinsecamente inique e in contraddizione con i dettami cristiani". Secondo il cardinale di Genova, "non possono esistere vincoli esterni di mandato, il voto di coscienza può e deve diventare una scelta trasversale rispetto agli schieramenti, e invocabile in ogni legislatura". E così deve essere in tema di aborto, di coppie di fatto, di omosessualità.
Per quanto Bagnasco si sforzi di dire "la chiesa non vuole e non cerca il potere", il suo discorso assume tutte le sembianze di un vero e proprio manifesto politico, un'ingerenza dirompente nella vita politica italiana, condotta con un tempismo - l'uscita di Mastella, il più vicino alla chiesa cattolica nel Governo - che fa pensare ad una scelta studiata.
Le gerarchie vaticane vogliono giocare un ruolo politico sulla scena italiana, conducendo principalmente battaglie sui diritti civili, destabilizzanti e reazionarie. Si legge nelle dichiarazioni di Bagnasco - ma la sensazione si avvertiva già da qualche tempo - la volontà di costiuire in maniera indiretta un nuovo partito guelfo, nel quale riunire tutti i cattolici, per condurre le proprie sfide politiche e di disintegrazione delle conquiste civili.
Tra i politici turbati dalla disubbidienza dei professori e degli studenti de La Sapienza e tra gli atei devoti, c'è ora qualcuno che abbia il coraggio di indignarsi per questo nuovo rigurgito oscurantista, che mina la laicità dello Stato direttamente nelle sue fondamenta? Il Presidente Napolitano, invierà una lettera aperta ai cittadini italiani, confermando la sua incondizionata difesa della Carta Costituzionale dagli attacchi di uno Stato estero, qual è quello vaticano?
In attesa di risposte, devo convincermi che non stavo vivendo un incubo. Come Troisi e Benigni in "Non ci resta che piangere", devo avere fatto un balzo indietro nel tempo di qualche centinaio di anni. Non credo che avrò la loro stessa capacità di adattamento.

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martedì 22 gennaio 2008

La crisi di un governo che ha rappresentato solo una speranza.

Maggioranza in crisi per decisione dell'Udeur e del suo leader Mastella, ex Guardasigilli, indagato per concussione dai magistrati di Santa Maria Capua Vetere.
Ora esiste ed è davanti agli occhi di tutti, la possibilità di una crisi dell'esecutivo, di una probabile caduta del Governo Prodi. Gli scenari prossimi futuri non sono affatto certi: Governo istituzionale; elezioni immediate; tenuta traballante; nessuno in questo momento può dire con certezza cosa accadrà. Almeno fintanto che non si avranno notizie dalla Camera dei Deputati, dove questa mattina si conoscerà l'esito della verifica di maggioranza, a seguito della quale si potrebbe replicare al Senato.
Con elezioni immediate, stando all'interpretazione grossolana degli umori degli italiani, difficilmente potrà essere replicato un Governo di centro-sinistra. Ma anche da quanto si legge dalle dichiarazioni degli esponenti politici dei maggiori partiti italiani, con Veltroni che pochi giorni fa aveva dichiarato la sua intenzione (e perciò quella del PD) di correre da solo alle prossime elezioni, invitanto nel contempo Berlusconi a fare lo stesso con il suo partito.
Provo a considerare la crescente preoccupazione degli italiani, specie di quanti avevano creduto in un possibile cambiamento delle politiche economiche, sociali, civili, estere, con questo governo ormai prossimo alla crisi. Ed in effetti, c'è poco di cui stare allegri, se si considera che eventuali elezioni anticipate, potrebbero vedere il ritorno della Casa delle Libertà, con i partiti di centro-destra ritrovati in nuova unione politico-elettorale. Ma neanche un eventuale governo istituzionale, farebbe dormire gli italiani di beati e tranquilli sonni. Ci sarebbe in ogni caso un dirompente ritorno di politiche pressochè conservatrici, liberiste, monetariste, che certo non farebbero bene alla persecuzione di obiettivi che da un Governo di centro-sinistra ci si aspetterebbe, anche se nei limiti di un riformismo che oggi ha perso tutto il senso del termine. Immagino così i possibili scenari futuri, nel caso di un nuovo Governo di centro-destra.
I lavoratori, che in questi ultimi cinque anni hanno visto ridursi il proprio salrario reale di poco meno di 2000 euro e che negli ultimi venti anni sono stati costretti a subire un vero e proprio scippo a favore dei capitali, non potranno più vedere realizzate politiche redistributive della ricchezza. Certo che nemmeno l'attuale esecutivo e la sua maggioranza, si sono affannati a trovare soluzioni strutturali e perciò di lungo termine in tal senso, però almeno poteva essere coltivata una speranza.
Penso anche a quanti ogni giorno muoiono sul lavoro. Con un Governo di centro-destra, a forte trazione liberista e capitalista come è per sua natura, non riesco davvero ad immaginare un concreto ed urgente intervento in favore della tutela dell'integrità fisica dei lavoratori. I 1300 morti ogni anno nei luoghi di lavoro, sono il prezzo pagato dai lavoratori alla crescita del profitto, perseguito anche attraverso la ricerca di una crescente produttività, fatta solo per mezzo della concessione al potere capitalista, di poter decidere sui tempi di lavoro e di vita dei lavoratori. Come potrà efficacemente mettere mano a tale situazione un Governo liberista come quello che è stato sconfitto alle scorse elezioni politiche? Certo che l'attuale maggioranza ha concesso molto agli industriali, non ultimo il recente accordo che permette maggiori straordinari e minori permessi retribuiti. Ma lameno ci si poteva illudere che nel futuro prossimo si sarebbe rispettato il programma elettorale, con il quale si affermava di voler superare la legge 30. Così come si poteva auspicare in un fattivo intervento per porre fine allo stillicidio quotidiano sul lavoro.
Anche i pensionandi se la sono scampata bella. Il precedente Governo con il suo ministro Maroni, avrebbe applicato per legge uno scalone, che da un giorno all'altro avrebbe spostato l'età pensionabile da 57 a 60 anni. Per loro fortuna questo Governo che si appresta ad essere sfiduciato, ha posto rimedio a questa sciagura: ora l'età pensionabile sarà aumentata gradualmente, fino a raggiungere i 63 anni con un meccanismo di quote tra età e anni di contribuzione, ma almeno non più in un colpo solo. Almeno però i pensionandi hanno potuto vivere una speranza.
Si, va bene, ma altri e tanti sono i motivi per cui dovremo scongiurare la caduta di questo Governo. Almeno i Valsusini in lotta contro il TAV, se il Governo Prodi riuscirà a mantenersi in piedi, potranno continuare ad augurarsi di avere un iterlocutore con il quale confrontarsi, per trovare una soluzione praticabile tesa ad evitare la devastazione del territorio e per cominciare a ragionare su soluzioni efficaci in termini di trasporti di merci e persone. Ehmm ... no, dimenticavo che il ministro Di Pietro ha categorigamente affermato che il TAV si farà, punto e basta.
Ah ... già! Ecco un buon motivo per sperare che il Governo non cada: il no alle guerre preventive ed alle sue logiche, con tutte le conseguenze che questa linea avrebbe comportato: ripensamento delle servitù militari; uscita dagli scenari di guerra preventiva americana; riduzione delle spese militari. Beh ... è vero, niente di tutto ciò è stato fatto: il Governo decide che la base militare di Vicenza si farà; le spese militari sono aumentate; i nostri soldati rimangono nei teatri di guerra. Ma almeno si poteva auspicare in un futuro cambio di rotta.
Eppoi mi scorrono nella mente altre promesse elettorali, grazie alle quali questa maggioranza ha vinto le elezioni: rilancio della scuola pubblica; maggiori finanziamenti da destinare alla ricerca; istituzione di una commissione d'inchiesta per i fatti del G8 genovese; riforme per migliorare la pachidermica pesantezza giudiziaria. Lo so che di queste e diverse altre promesse contenute nel programmone elettorale, tante sono state affossate ed altre ancora lontanissime dall'essere realizzate. Ma almeno con un Governo di centro-sinistra, si poteva ancora coltivare la speranza di una realizzazione di quelle promesse.
Ripenso a quante volte ho utilizzato i termini speranza, illusione, auspicio, augurio e mi accorgo di quello che fino ad ora è stato questo Governo: la fantasticheria di un reale cambiamento, infrantosi contro il servilismo della politica nei confronti di poteri forti, che a seconda delle circostanze prendevano il nome di gerarchia cattolica, confindustria, banche e lobbies varie.

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lunedì 21 gennaio 2008

Napolitano si scusa con il papa. Non anche da parte mia.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato a Benedetto XVI una lettera personale. Il rammarico e' il sentimento prevalente con cui la politica tutta, ha accolto la notizia dell'annullamento della visita alla Sapienza. Un sentimento di cui si e' fatto interprete il presidente Napolitano. Il dispiacere e' bipartisan: la stragrande maggioranza degli interventi ha condannato i 67 docenti che si sono opposti alla visita. Questa la notizia ANSA del 15 gennaio.

Una lettera personale scritta dal Presidente della Repubblica italiana, figura istituzionale che rappresenta l'unità nazionale, che si è sentito in dovere di porgere formalmente le proprie scuse a papa Benedetto XVI e che personalmente non condivido e quindi certamente non espressione del mio sentire sulla vicenda del rifiuto del papa, all'invito a La Sapienza.
Non condivido e perciò non mi sento rappresentato dalle scuse che Napolitano ha rivolto al pontefice, per l'intolleranza di cui quest'ultimo sarebbe stato vittima. Contrariamente a quanto è stato urlato da più organi di stampa, da tutti i telegiornali nazionali e da gran parte del mondo politico, la realtà dei fatti racconta altro e l'opposto di atti intolleranti, da parte di quanti si sono giustamente sentiti in dovere di esprimere il proprio dissenso.

La realtà dei fatti racconta di un'invito fatto al papa dal magnifico rettore dell'Università romana, in modo unilaterale e senza alcuna preventiva consultazione con il senato academico, a cui è seguita una lettera di dissenso del professor Cini e di altre decine di professori. A quel dissenso hanno aderito, sempre in maniera assolutamente pacifica, tanti studenti che avrebbero organizzato degli happening, a qualche centinanio di metri da dove Joseph Ratzinger avrebbe dovuto pronunciare il suo monologo, tra gli appalusi di quanti quel discorso avrebbero ed hanno successivamente condisviso, nella lettura data, nonostante la sua assenza.
E' proprio qui sta un'altro elemento determinante, che non mi permette di vedermi allineato al coro di scuse che al pontefice sono state rivolte, nè di vedermi rappresentato nella lettera di Napolitano al papa. Perchè la scuse richieste al pontefice, attengono ad una presunta negazione del dialogo, da parte dei professori e degli studenti, additati perciò come intolleranti nei confronti di un diverso modo di vedere il mondo e la scienza.
Ad onor del vero, papa Ratzinger non era di fronte ad alcuna forma di impedimento. Ha scelto di declinare l'invito del rettore, perchè non tollerava di non sentire risuonare nell'intera struttura universitaria, un plauso unanime. Non ha accettato il sommo pontefice la presenza, in altra parte della cittadella universitaria, di persone che manifestavano il loro dissenso, facendo esprimere le proprie libere coscienze di cittadini di questa Repubblica. Non è questa una semplice mia maliziosa allusione, dato che dagli stessi ambienti vaticani, è stato motivato il rifiuto del papa, con la precisazione che Ratzinger non gradiva recarsi in visita presso "una famiglia divisa".
La forma di monologo nella comunicazione; la scelta di non avere alcun interlocutore con cui dibattere i temi etici e morali, valori dei quali il papa si vorrebbe fare portatore unico ed universalmente accettato e condiviso; il non consentire il suono di alcuna voce di dissenso; queste cose sono tutt'altro che indice di propensione al dialogo. Al contrario, appaiono come espressione di un totalitarismo ideologico e perciò di vera intolleranza.
Mentre in una consolidata e realmente praticata democrazia, ogni voce seppure minoritaria - come è stata definita quella che ha contestato l'invito al papa - deve poter godere della massima dignità e deve avere garanzia di potersi esprimere e di essere ascoltata. Anche quando questa voce risuonasse isolata.
Oggi invece, mi pare si voglia consentire un'espressione confinata entro un determinato recinto, che è quello di un pensiero che si vorrebbe omologato e schiacciato su dogmi assunti a verità assoluta. Una dittatura del pensiero e delle coscienze a cui sembriamo quasi irrimediabilmente sottoposti e che come ogni dittatura utilizza oltre che il potere politico, anche quello mediatico ad uso di vera e propria propaganda.

Non apparirebbe perciò inopportuno se il Presidente Napolitano, nel rappresentare l'unità nazionale e perciò di tutti i cittadini nessuno escluso, dando valore al diritto costituzionale di libera manifestazione del pensiero, volesse porgere le proprie scuse a tutti quei cittadini della Repubblica Italiana, sottoposti alla mortificazione di un proprio diritto civile che dovrebbe essere costituzionalmente garantito.

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sabato 19 gennaio 2008

A Vasto il problema Centro Oli non è abbastanza sentito

Ieri nella sede dell'ARCI ad informare sul Centro Oli che L'eni vorrebbe realizzare ad Ortona, erano presenti Lino Salvatorelli (responsabile locale ARCI), Andrea Natale (responsabile regionale WWF) e Maria Rita D'Orsogna, giovane ed ottima ricercatrice, nostra corregionale negli USA.
Ad ascoltarli, forse una trentina di persone, per lo più conosciute come attive sul fronte della tutela del territorio, nelle proteste e nelle proposte. Ragazzi dell'ARCI, il rappresentante dell'Associazione Porta Nuova Michele Celenza, Antonio Colella di un Comitato per Vivere, il vice presidente del consiglio provinciale di Chieti Roberto Menna (Prc), i due consiglieri comunali del Prc (Fabio Smargiassi e Marco Marra) e pochi cittadini. In rappresentanza del Comune di Vasto: nessuno. Non il Sindaco, non l'assessore al turismo, non l'assessore all'urbanistica (che pure avrebbero di che preoccuparsi per l'eventuale presenza del petrolchimico), non altri consiglieri comunali. Alcuni dei quali probabilmente ancora in viaggio di ritorno da Perth (West Australia), dove hanno goduto di una ufficiosa vacanza, per rappresentare ufficialmente Vasto nel nuovo continente e scoprire il monumento donato alla comunità australiana.

Quanto è distante Vasto da Ortona! Ma quanto invece ci dovrebbe avvicinare il problema del Centro Oli che non è solo un problema degli ortonesi. Ma forse degli iter burocratici così stranamente rapidi, per l'approvazione del progetto; delle modifiche dei PRG che sembrano fatte ad arte; delle proposte alternative alla raffineria; delle valutazioni di impatto ambientale drasticamente sottostimate dall'Eni; dei certi e tragici scenari futuri per il torritorio abruzzese e per la saluti dei suoi abitanti; forse di tutte queste ed altre cose loro già sapevano e non avevano bisogno di doversi "sorbire" due ore di lucide spiegazioni.
Quanto è demoralizzante ricordare consigli comunali vastesi, che a volte si mostrano come rappresentazioni di un mercato rionale per le urla sentite e la confusione provocata, anche per piccole questioni e poi registrare un disinteresse per un problema che riguarda il futuro di tutto l'Abruzzo. Regione di cui Vasto fa parte.

Mi aspettavo (o forse era solo una speranza) di vedere la presenza di un numero più alto di semplici cittadini vastesi. Tanti magari non sapevano di questa conferenza; altri sicuramente avrebbero voluto esserci ma erano al lavoro o impegnati in altre faccende; altri certamente sapevano, ma non avevano voglia di ascoltare e sono certo, tanti non si accorgono di quanto il Centro Oli è una questione che riguarda anche loro.
A dimostrazione di quanto difficoltoso sia creare la necessaria consapevolezza, affinchè un problema possa essere sentito per quello che è: grave! Quella consapevolezza senza la quale nessuna battaglia può essere condotta con la speranza di essere vinta.

A quanti hanno a cuore il problema del Centro Oli dell'Eni, a quanti ieri erano presenti alla conferenza e magari ora sanno qualcosa di più, rinnovo l'invito fatto dalla brava professoressa D'Orsogna: quello di parlare e spiegare agli amici, ai parenti, ai colleghi di lavoro, che l'Abruzzo rischia di dover vivere un incubo. Ai cittadini in primo luogo, rimane il compito di coltivare il sogno di continuare ad essere la Regione Verde d'Europa.

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