giovedì 24 settembre 2009

Il coglione sono io (e molti di voi con me)...

...che pago le tasse? Il coglione sono io (e molti di voi con me), che le imposte le pago prima di ricevere lo stipendio? Sembra proprio di sì! Il coglione sono io e loro sono i furbi e sono sempre i soliti: speculatori, finanzieri, criminali, estorsori, barcarottisti e via discorrendo. Ed il governo, che dichiara di non avere soldi per lo stato sociale ma che regala soldi alle banche, di non avere soldi per i cassintegrati e disoccupati ma che li ha per le imprese, quel governo che dice che la crisi non c'è, fa un regalo a quei furbetti di prima.

Il governo Berlusconi regala a quella gente una bella amnistia ed un bel po' di soldi. Infatti i vari speculatori, riciclatori di denaro sporco (si, anche loro) e via discorrendo, potranno far rientrare i loro soldi nascosti nei conti correnti esteri, pagando un misero 5%. Guardate la vostra busta paga e fatevi i conti di quanto onestamente versate al fisco! Sostanzialmente, quindi, l'operazione del governo chiamata scudo fiscale è una sorta di apologia del crimine fiscale. Anche perchè, gli evasori godranno dell'anonimato ed i loro reati tributari non saranno perseguibili.

D'altronde, chi lo fa fare a quei criminali di pagare le tasse. L'Italia vanta un primato assoluto in termini di condoni. Se ne possono contare 14 dal 1985, uno ogni anno e mezzo. Un primato, quello vantato dall'Italia, dove chi evade il fisco è consapevole di poterla fare franca nel 90% dei casi. Senza contare che dopo 5 anni la dichiarazione falsa non può essere controllata. Praticamente l'Italia è il vero pradiso fiscale mondiale. Un paradiso per i criminali tributari, dei quali il governo si rende complice.

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lunedì 21 settembre 2009

Proviamo a ragionare laicamente, sul velo islamico e quello che rappresenta

Ieri è successo un fatto squallido: la europarlamentare Daniela Santanchè è stata aggredita davanti alla Fabbrica del Vapore a Milano. Non sta qui lo squallore, anche se non è un metodo, quello dell'aggressione fisica, per far valere le proprie ragioni. L'indecenza sta nel fatto che, durante una cerimonia solenne per l'Islam, qual è il festaggiamento della fine del Ramadan, una deputata del parlamento europeo, accompagnata da una manipolo di squadristi, abbia tentato di togliere il velo ad alcune donne. Atto gravissimo che mostra un disprezzo per la religione islamica, oltre che profonda ignoranza.

Da estremista laico quale sono (oltre che ateo), non riesco ad accettare un gesto del genere, qualunque sia la motivazione. Figuriamoci se le ragioni sono di origine xenofoba, per quanto quell'origine possa essere nascosta dietro l'ipocrita giustificazione di una emanicpazione femminile limitata alla cultura cattolica, o al meglio occidentale. Provando profonda indignazione per quel gesto infame, mi verrebbe da lanciare epiteti contro la Santanchè ed i suoi scagnozzi. Ma non lo farò, ritenendo più utile provare a ragionare sul velo islamico e quello che rappresenta. Ovviamente senza rivolgermi all'europarlamentare del PDL, visto che, come dice il proverbio, "a lavare la testa all'asino, si perde il tempo, l'acqua ed il sapone".

Diciamo innanzitutto che il burka con la religione islamica non ha niente a che fare, e soprattutto non ha niente a che fare con l'islam l'obbligatorietà del velo. Infatti, in nessun verso il Corano prescrive alle donne di coprirsi il capo. Esiste invece il consiglio, per le mogli del profeta, di coprire i capelli...
«O Profeta! Dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese. Ma Dio è indulgente clemente!»
Cor., XXXIII:59
...e di non mostrare gli organi della sessualità primaria (ossia la vagina) e secondaria (cioè il seno)...
«E dì alle credenti che abbassino gli sguardi e coprano le loro pudenda e non mostrino troppo le loro parti belle eccetto ciò che di fuori appare e pongano un velo sui loro seni»
Cor., XXIV:31
Come si vede, il Corano non si scaglia contro le donne che non indossano il velo ed a maggior ragione, non impone alle donne di coprirsi integralmente con il burka, che rimane una usanza tribale, che si sovrappone a quanto narrato in un hadith (l'equivalente degli Atti degli Apostoli, nella religione cattolica). O meglio, il velo che copre anche il volto, lasciando liberi solo gli occhi, è un'estremizzazione di una pratica tribale, che serve a riparare il corpo dalla polvere o dalla sabbia che si alza in talune aree di cultura araba. Ora, domandarsi il motivo per cui le donne di religione islamica indossino il velo, sarebbe un ottimo esercizio di umiltà ed aiuterebbe a scanzare molti pregiudizi.

Il hijab (e cioè il velo), che copre solo i capelli, se liberamente indossato da una donna, non dovrebbe nemmeno colpire l'attenzione di altri. Non c'è nulla di strano in quel velo, che fa parte anche della tradizione occidentale, ancora viva anche in Italia seppure stia scomparendo. Basti pensare a quante signore anziane ancora indossino un fazzoletto scuro in testa. Personalmente mi capita molto spesso di notarlo nel piccolo paese di mia nonna, dove ancora viene usato, soprattutto per andare a messa. Come avviene anche in Occidente in alcuni contesti, nei quali non è consentito di indossare ciò che si più si crede, anche per l'Islam si tende, con il velo, di porre un freno all'esibizione del corpo. E nemmeno di ciò dovremmo meravigliarci. Basti considerare che è vietato in Italia girare a torso nudo ovunque (come stabilito dall'articolo 6, commi 3 e 4 del TULPS). E comunque, anche nella "secolarizzata" Italia, fa parlare la gonna sopra il ginocchio di una insegnante, per la quale si può essere licenziate.

E seppure il velo avesse semplicemente valore di mantenimento della tradizione mussulmana, quale sarebbe il problema? Anche usato semplicemente come simbolo di una identità religiosa, che è propria della persona e non imposta a nessun altro che alla propria coscienza religiosa, quale fastidio può arrecare? Oppure si crede che quella islamica sia una cultura meritevole di minor considerazione e rispetto di altre culture? E quanti laicamente vorrebbero forzare ad una certa emancipazione le donne di religione islamica, considerando il velo solo un'imposizione religiosa o sociale, non stanno forse utilizzando un'imposizione pensando di scansarne un'altra? E cosa a che fare questo con la laicità? Mentre a quanti ostentano una presunta superiorità della religione cattolica, rispetto a quella mussulmana, consiglio di leggere questi versi della prima lettera dell'apostolo Paolo ai Corinzi, che è uno dei testi che compongono il Nuovo testamento:
Ogni uomo che prega o profetizza a capo coperto, fa disonore al suo capo; ma ogni donna che prega o profetizza senz’avere il capo coperto da un velo, fa disonore al suo capo, perché è lo stesso che se fosse rasa. Perché se la donna non si mette il velo, si faccia anche tagliare i capelli! Ma se è cosa vergognosa per una donna il farsi tagliare i capelli o radere il capo, si metta un velo. Poiché, quanto all’uomo, egli non deve velarsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio; ma la donna è la gloria dell’uomo; perché l’uomo non viene dalla donna, ma la donna dall’uomo; e l’uomo non fu creato a motivo della donna, ma la donna a motivo dell’uomo. Perciò la donna deve, a motivo degli angeli, aver sul capo un segno dell’autorità da cui dipende. [...] Giudicatene voi stessi: E’ egli conveniente che una donna preghi Iddio senz’esser velata? La natura stessa non v’insegna ella che se l’uomo porta la chioma, ciò è per lui un disonore? Mentre se una donna porta la chioma, ciò è per lei un onore; perché la chioma le è data a guisa di velo.
Così, tanto per cominciare a ragionare laicamente...

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venerdì 18 settembre 2009

Avrei pianto un soldato morto in una "guerra di Piero"

Eroismo, patriottismo, terrorismo, libertà, democrazia ... sono parole davvero troppo grosse e perciò usate a sproposito, per parlare della morte di sei militari italiani in Afghanistan. La loro morte non è servita a difendere una patria che non è in pericolo di invasione straniera; il terrorismo non è debellato ed è anzi alimentato dall'invasione militare delle forze Isaf; non sono più libero di prima e molti, in altre parti del mondo lo sono meno di prima; l'Italia è meno democratica rispetto all'inizio delle "guerre umanitarie", né è più democratico l'Afghanistan, né l'Iraq, né gli USA. E devo sentir parlare di eroi.

Non voglio fare della facile retorica accostando le morti sul lavoro e la morte dei soldati. Ma non mi si venga nemmeno a raccontare la storia dei soldati che sarebbero morti sul lavoro. Perchè allora dovrei accettare l'idea dell'uccisione come un'arte ed il soldato come mastro. E quindi dovrei considerare il killer un lavoratore ed il sangue delle persone uccise il prodotto di quel lavoro. Perchè, come faceva osservare San Cipriano, non si può accettare "che l'omicidio è crimine quando sono i singoli a commetterlo, ma diventa virtù quando è compiuto in nome dello stato". Perchè dovrei accettare che l'impunità, addirittura quella morale, debba tanto più garantita quanto più grande e feroce è il massacro, quanto più forte è la mano omicida e quanto più debole chi subisce la violenza? No, non l'accetto. Non sono tanto perverso.

Non ho la mente ancora tanto offuscata da non accorgermi che un soldato in missione ci va da volontario, dietro compensi che un operaio impiega mesi ad accumulare. Ma lui, mi si dice, è ricompensato del rischio che corre per la sua vita. Certo, ma questo significa che quel soldato, è consapevole ed accetta il rischio di poter saltare in aria o di poter incrociare uno che il fucile lo usa prima di lui. Il soldato in missione, sceglie di mettere in pericolo la propria vita, per andare a migliaia di chilometri da casa ad uccidere un suo simile, che non conosce, che non ha mai visto, con il quale non ha mai parlato e dal quale non ha subito alcun torto. Da un'altra parte del mondo ci sono persone non hanno mai fatto nemmeno un buffetto, né a quel soldato, né a me e né ad altri della nostra Italia guerrafondaia. Eppure quelle persone saranno uccise da soldati che hanno scelto di uccidere per un compenso offerto dalla propria patria, e saranno uccisi perchè il caso ha voluto che nascessero in una parte del mondo, dove una vita umana ha il prezzo dello stipendio di un soldato.

E lo chiamate patriottismo questo? E lo chiamate morire per la patria questo? Oppure devo credere alla favola della morte per una causa umanitaria? Di una causa che ha dovuto inventare una minaccia? Devo rassegnarmi alla possibilità di una guerra giusta? No, non lo faccio. Non mi rassegno a questo e non piango ipocritamente la morte di sei soldati in guerra, dopo aver manifestato per la pace, dopo essere sceso in piazza contro la guerra. Non sono di quelli che sventola la bandiera arcobaleno e poi ci si asciuga le lacrime considerando eroi dei soldati in guerra.

Ma non sono tanto barbaro da non provare un enorme dispiacere per la morte di esseri umani, italiani ed afghani (questi ultimi, civili). Non sono così meschino da non soffrire, per il dolore di quanti piangono i loro cari morti in guerra. Ho un rispetto enorme per la vita umana. Forse proprio per questo, però, non riesco a provare quel dolore che in tanti esprimono, per la morte di persone che hanno scelto la possibilità di togliere la vita ad altri esseri umani, in difesa di logiche guerrafondaie. Avrei pianto un soldato morto in una "guerra di Piero". Un soldato che, andando "triste come chi deve", ha il coraggio di rischiare la propria vita pur di non "vedere gli occhi di un uomo che muore".


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giovedì 17 settembre 2009

Brunetta: appropriazione indebita del sito del ministero

Brunetta ha basato tutta la sua attività misteriale sulla guerra ai dipendenti pubblici. Perchè di questo in effetti si tratta, ed è stato possibile perchè il ministro ha cavalcato il malcontento storico, generale e molto spesso pregiudiziale mosso nei confronti dei dipendenti pubblici. A tal proposito trovai illuminante la lettura pochi mesi fa, di un vecchio articolo di Federico Caffè per "Il Manifesto". In quel suo scritto, l'economista pescarese spiegava quanto deleterio potesse essere un continuo indiscriminato attacco alla pubblica amministrazione. Si era alla fine degli anni '70 del secolo scorso. Gli effetti, oggi, sono sotto gli occhi di tutti: siamo all'attacco finale per lo svuotamento del servizio pubblico, giustificandolo con la inefficienza del servizio stesso ed addossandone le colpe ai lavoratori, spacciandoli per fannulloni.

E così il ministero per la pubblica amministrazione (ripeto: per la pubblica amministrazione) anzichè lavorare per ampliare e migliorare i servizi pubblici, fa la guerra ai suoi dipendenti. L'ha chiamata, appunto, guerra ai fannulloni. E come ogni guerra, la propaganda ha una importante funzione. Quella del ministro Brunetta è scandalosa e soprattutto falsa, come dimostra un'inchiesta de L'Espresso che ha svelato il bluff della politica antifannulloni del ministro dal ghigno cattivo. E siccome Brunetta è in guerra, ritiene lecito ogni mezzo, come da proverbio. Il mezzo, in questo caso, è il sito internet del ministero a cui è a capo. Così, quello che dovrebbe essere un mezzo informativo dell'attività ministeriale, al servizio del cittadino, è usato da Brunetta a scopi praticamente personali. La home page del ministero è stata trasformata in una pagina di risposta al settimanale L'Espresso, con link a caratteri cubitali.

Quel furbetto di Brunetta si è praticamente appropriato in maniera indebita di uno spazio pubblico, quale è quello del sito del ministero, per rispondere ad un settimanale che lo aveva chiamato in causa. Avrebbe potuto farlo dal suo blog, sul quale invece non c'è traccia di commento all'inchiesta de L'Espresso. Ma lì gli accessi non sono probabilmente sufficienti a garantire l'efficacia della propaganda che, si sa, ha bisogno che sia diffusa. D'altronde, è o non è in guerra, il ministro Brunetta?

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mercoledì 16 settembre 2009

Ho riconosciuto Silvio IV da Arcore anche su Raitre

Ieri sera ero quasi tentato di guardare Porta a Porta, ma non ce l'ho fatta. Sono abituato a cambiare canale durante la pubblicità, che mi infastidisce già dai primi minuti, figurarsi se posso sopportarla per tre ore consecutive. Poi, ad un certo punto, mi costringo ad ascoltare lo spottone dell'imperatore Silvio IV da Arcore. Prima di quel momento non credo di essermi perso niente ed anche in quel momento mi accorgo senza stupore, che nel vespasiano arredato da trasmissione televisiva, la propaganda è la stessa degli ultimi quindici anni e forse anche peggio, per quel poco che ho visto e per quel di più che ho letto.

L'imperatore vede "comunisti" (termine da lui usato in maniera dispregiativa) che lo attaccano ovunque; dice che "D'Alema è uno stalinista" ed i giornalisti dei "farabutti"; "delinquente" sarebbe chi parla di conflitto di interessi del presidente del consiglio; ha dichiarato che "agli immigrati in mare serviamo le bibite e poi gli diamo asilo nido"; e via turpiloquiando. La demenza senile qui, c'entra poco purtroppo. Ma appare comunque uomo malato, così morbosamente legato al suo ego che zompetta tra la menzogna e l'ipocrisia.

No, non potevo reggere più del tempo della pubblicità mandata in onda tra il primo ed il secondo tempo su una delle reti ancora non di proprietà (per ora) di Berlusconi: raitre, dove stavano intanto trasmettendo un film ed anche qui Silvio IV era protagonista. L'ho riconosciuto, anche con i baffetti e seppure si facesse chiamare Adolf.

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lunedì 14 settembre 2009

E' morto berlusconi?!?!


No, non è vero. Berlusconi è vivo e vegeto ed a quanto si sa pure in buona salute. Un po' incazzato, un po' meno sorridente di qualche settimana fa, ma è ancora tra noi. Però...
Però, che volete: leggo notizie di precari in lotta per un posto di lavoro a salario indecente; sento che la scuola riapre dopo riforme che ammazzano l'istruzione pubblica; ci sono ministri leghisti che farneticano ed incitano alla secessione; la libertà di informazione è minacciata; mi dicono che la crisi economica è passata, ma non me ne sono accorto;... e nonostante tutto mi dicono che il peggio è alle spalle. Considerate che ad oggi il peggio per me è Silvio IV da Arcore e che saperlo alle mie spalle non mi fa stare tranquillo... Beh...
...allora capirete che questa immagine (l'autore è qui), che ho trovato girovagando nel web, per quanto assolutamente non sia vera, mi ha per un momento rasserenato. Certo, la morte non si augura a nessuno (si dice). Ed infatti non lo sto facendo, ma se dovessi leggere una notizia come quella ... me ne farei una ragione.


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venerdì 11 settembre 2009

Blitz nella notte. Volantino dove c'era la targa: "A peppino Impastato..."

Il sindaco di Ponteranica è un leghista doc. E non è un complimento. Significa avere idee chiaramente xenofobe, razziste, corporative e un tantino fascistelle. Siccome poi, lui in particolare, il sindaco di Ponteranica non vuole farsi mancare niente, ha pensato anche di aggiungere un tocco in più di indecenza. E così ha fatto togliere dalla Biblioteca Comunale, la targa dedicata a Peppino Impastato, ucciso dalla mafia. Il motivo è che Peppino Impastato era un terrore. E la lotta alla mafia, di cui Peppino è stato protagonista? E il riscatto sociale per cui Peppino si batteva? Chissenefrega, pensa il sindaco leghista, sempre terrone rimane.

Ma la mafia non è roba da terroni. E' roba da quattrini, e tanti. E dove ci sono quattrini, lì la mafia vuole stare. E la mafiosità è un modo di di agire ed uno di questi è ridurre al silenzio. Meglio non dire, non far sapere, non conoscere. Meglio non dire di Peppino Impastato, non far sapere chi era, non conoscere quali fossero le sue battaglie. Affinchè non se ne approprino le generazioni di oggi, così da poter continuare a fare ognuno i porci comodi mafiosi, nell'ignorante silenzio generale.

Ma c'è chi non accetta di dimenticare Peppino Impastato e con un blitz nella notte, al posto della targa ha posto un volantino con la scritta: "A Peppino Impastato, assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978 -. Il Comune di Ponteranica rifiuta il suo contributo di idee ed esperienza nella lotta contro il dominio mafioso e per il rinnovamento della società" Un gesto che onora la memoria del giornalista di Cinisi, e che getta simbolicamente addosso al sindaco di Ponteranica quello che gli spetta: una montagna di merda!

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mercoledì 9 settembre 2009

Dichiarano di voler "accettare" gli zingari! Fermiamoli!

Il web è un mondo tanto vasto, che a quanto pare è possibile qualsiasi atteggiamento, lecito ed illecito. La protezione è più o meno garantita dalla enorme quantità di pagine web, nel quale è possibile nascondersi. Aprire un sito internet, o un blog, oppure una pagina di facebook è come essere una goccia d'acqua nell'oceano, confusa tra miliardi di altre gocce d'acqua. In questo ambiente è stato possibile incitare alla tortura dei clandestini, come giocare stupidamente alla caccia ai barconi dei migranti. Si arriva anche ad istigare alla più brutale violenza.

Girovagando su Facebook, mi imbatto in un manipolo di razzisti imbecilli, riuniti nel gruppo "noi ACCETTIAMO gli zingari", dove "accettiamo" sta per prendere ad accettate. Simbolo del gruppo, appunto, una grossa scure. Il gruppo si dice "dedicato a tutti quelli che..... sarebbero disposti ad accettare gli zingari del nostro paese...". Tra gli oltre 2000 iscritti, ovviamente molti fasci, croci celtiche, croci uncinate e, al solito, molti manifesti leghisti che danno lo spunto alle discussioni.

E facile immaginare i messaggi degli aspiranti assassini, scritti con il solito barbaro, povero e squallido lessico fascista e razzista. Frasi già lette e sentite del tipo: "tutti al rogo"; "accettiamo sti cazzo di zingari"; ecc. sono quelle che si leggono. Di più, questi bastardi fascisti non sanno dire, che hanno trovato in questa pagina di Facebook il luogo virtuale dove il branco si riunisce e, magari, uscito dal quale meschinamente agisce.

Di questi istigatori alla violenza, dichiarati razzisti e xenofobi, aspiranti accettatori e potenziali assassini, ci sono nomi e cognomi. Sicuramente stanno violando la Legge Mancino sulla discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Già solo per questo sarebbe il caso che organi giudiziari competenti intervenissero rapidamente. Intanto invito tutti ad inviare una sdegnata segnalazione a Facebbok affinchè rimuova il contenuto di quella pagina.

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lunedì 7 settembre 2009

Prossima vittima, la trasmissione Report

Solo tette e culi in TV, perchè c'è bisogno di ottimismo! La crisi è alle spalle, l'Italia naviga a gonfie vele nelle acque dell'economia mondiale, ma "laggente" non spende comunque. Questo dicono dalle parti del governo e la colpa è di quelli che parlano dei posti di lavoro persi, dei soldi bruciati dalla speculazione finanziaria, della cassa integrazione e delle fabbriche chiuse. Sono in pochi a parlare di quelle cose con la giusta serietà ed onestà. Ma quei pochi danno fastidio. E perciò, come mosche vanno schiacciate, così da non far sentire più quel fastidioso ronzio alla "ggente" che non spende.

E questa volta non si tratta de La Repubblica, denunciata da Berlusconi per le dieci domande che il quotidiano gli aveva rivolto. Nè dell'Unità, pure duramente attaccata dal prsidente del consiglio. Nemmeno de L'Avvenire, contro il quale si è scagliato Il Giornale, quotidiano della famiglia Berlusconi. Non bastavano questi atti indegni di un Paese civile e democratico, con i quali Berlusconi è andato all'attacco degli organi di informazione a lui ostili. Lui che controlla gran parte dell'informazione nazionale, tanto da spingere i verdi olandesi a denunciare Silvio Berlusconi. Non bastavano e si andati avanti. La prossime vittime televisive potrebbero Anno zero, il cui inizio di viene rimandato di settimana in settimana perchè i contratti per la redazione del programma non sono pronti; un'altra vittima è la trasmissione Report. In quest'ultimo caso la strategia è meschina: non garantire più, da parte della Rai, la copertura legale ai giornalisti della trasmissione. Significa la morte della trasmissione, visto che i giornalisti che fanno inchiesta, sono pesantemente esposti ad azioni legali, le cui spese si vorrebbero far pagare ai giornalisti stessi.

L'attacco all'informazione critica è un sintomo evidente della natura antidemocratica di questo governo. Si può scegliere se restare ancora passivi di fronte alla deriva autoritaria verso la quale si sta muovendo l'Italia, oppure reagire. E contro chi vuole far tacere ogni voce critica, come questo governo sta facendo, è necessario far sentire forte il proprio dissenso. Una prima occasione per farci sentire, è la manifestazione in difesa della libertà di informazione indetta dalla FNSI per il prossimo 19 settembre a Roma. Lì occorrerà far sentire che non accettaremo ancora attacchi alla democrazia.

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lunedì 24 agosto 2009

Lo sfogo di chi ogni giorno si batte per avere più sicurezza nei luoghi di lavoro

Pubblico questa lettera inviatami da Marco Bazzoni. E' praticamente lo sfogo di un RLS, un lavoratore, una persona, che ogni giorno si batte per avere più sicurezza nei luoghi di lavoro. E' uno sfogo di chi vede che nonostante le tante parole di circostanza quando si verificano incidenti eclatanti; nonostante le battaglie per migliorare le condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro; nonostante i morti sul lavoro; nonostante i licenziamenti per difendere la salute e la sicurezza sul lavoro; nonostante tutto le condizioni vanno peggiorando. Anche grazie alla complicità di un'informazione silente, su questo tema.
Evidentemente tutti gli infortuni, gli invalidi, le malattie professionali e le morti sul lavoro non sono abbastanza se il Governo Berlusconi ha pensato bene di smantellare il Dlgs 81/08 (testo unico per la sicurezza sul lavoro) con il Dlgs 106/09 (decreto correttivo), piuttosto che renderlo funzionale. E pensare che il Ministro del Lavoro Sacconi dopo la strage sul lavoro al depuratore di Mineo (CT) dell'11 giugno 2008, che costò la vita a sei operai comunali, annunciò un piano straordinario per la sicurezza sul lavoro. Se per piano straordinario intendeva questo decreto, beh, allora stiamo freschi. Per anni è stato chiesto pene più severe per i datori di lavoro che sono responsabili di gravi infortuni e morti sul lavoro e per quelli che non rispettano la sicurezza sul lavoro. Ed il governo che fa, dimezza la maggior parte delle sanzioni ai datori di lavoro, dirigenti e preposti. Non contento, non potenzia neanche i controlli. Dio non voglia che qualche imprenditore becchi qualche multa: con lo scarso personale ispettivo delle Asl è praticamente impossibile ricevere un controllo, in quanto, se va bene un'azienda riceverà uno ogni 33 anni. Ma non è finita qui, onde evitare che qualche imprenditore finisse in galera si è previsto che al posto dell'arresto, possano pagare la multa, e faranno tutti così, statene certi. Inoltre, la salva manager non è stata cancellata, ma semplicemente riscritta, non è spudorata come la precedente, ma da sempre spazio a manovre e cavilli a favore dei manager. Non capisco ancora come Napolitano abbia potuto firmare questo decreto, sapendo che questa norma non era stata cancellata. L'intento di questa norma è evidente, scaricare le responsabilità dei manager su preposti, lavoratori,progettisti, fabbricanti, installatori e medici competenti. Non essendoci certezza della pena, anche se nella remota ipotesi un datore di lavoro venga condannato per la morte di un lavoratore, il carcere "lo vedrà con il binocolo". Quando penso al povero Andrea Gagliardoni, morto il 20 giugno del 2006 a soli 23 anni con la testa schiacciata in una pressa tampografica nella ditta Asoplast di Ortezzano (AP), al povero Matteo Valenti, morto bruciato, dopo 4 giorni di agonia per un gravissimo infortunio sul lavoro (8 novembre 2004) nella ditta Mobiloil di Viareggio, ai quattro operai morti carbonizzati nell'esplosione alla Umbria Olii di Campello sul Clitunno (25 novembre 2006), allo loro famiglie che non avuto neanche giustizia ( 8 mesi con la condizionale per la morte di Andrea Gagliardoni, 1 anno e 4 mesi con la condizionale per la morte di Matteo Valenti, mentre quello per la morte dei 4 operai alla Umbria Olii manco è iniziato, e non sappiamo neanche se inizierà mai), mi domando: ma in che paese viviamo? Ci definiamo una "Repubblica fondata sul lavoro", ma forse sarebbe più corretto dire, una "Repubblica fondata sulle morti sul lavoro". Come si fa a definire civile, un paese dove ogni anno ci sono 1200 morti sul lavoro? Qualcuno adesso dirà che nell'anno 2008 ci sono stati 1120 morti sul lavoro (secondo l'Inail) e che c'è stato anche un calo degli infortuni sul lavoro. Ma andrebbe ricordato a quel qualcuno, che nel 2008 c'è stata la più grossa crisi finanziaria ed economica dal secondo dopoguerra ad oggi, e che quel calo dipende più da questo (cassaintegrazione, mobilità, chiusure di aziende), che a una maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro. Che poi, se vogliamo proprio dirla tutta, i dati dell'Inail non sono oro colato, ma solo un punto di riferimento. Questi dati non tengono conto degli infortuni denunciati come malattia, che si stima siano intorno a 200 mila ogni ann, se non oltre, di tutti i lavoratori che muoiono in "nero" che vengono abbondonati fuori dai cantieri o dalle fabbriche. Poi ci sono gli Rls che denunciano la scarsa sicurezza in azienda, che vengono minacciati, multati o peggio ancora licenziati, come è successo al povero Dante De Angelis, la cui unica colpa è quella di aver denunciato prima alla sua azienda, e poi ai mezzi d'informazione la scarsa manutenzione e sicurezza sui treni eurostar. E' passato un anno dal suo licenziamento, ma ad oggi non è stato ancora reintegrato, nonostante le migliaia di firme raccolte a suo favore, nonostante che quello che aveva denunciato si sia rivelato tristemente vero, nonostante il 29 giugno 2009, ci sia stato a Viareggio un disastro ferroviario, che ha fatto a tutt'oggi 29 morti. E intanto abbiamo un ex sindacalista a capo di FS, che va dicendo a destra e a manca, che le ferrovie italiane sono le più sicure d'Europa...Vale la pena ricordare, che dal 14 giugno 2009 è stato introdotto il "macchinista unico", e purtroppo, gli incidenti ferroviari, sono destinati tristemente ad aumentare. Ha davvero ancora senso andare avanti con questa "battaglia" per più sicurezza, o tanto varrebbe mollare qui? Perchè è quello che sto pensando di fare.

Marco Bazzoni
Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza

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giovedì 13 agosto 2009

Il Quirinale risponde alle critiche di questo blog e di Marco Bazzoni

Sabato 8 agosto, sul quotidiano Liberazione, erano apparse due lettere molto critiche nei confronti del Presidente della Repubblica, per avere emanato il decreto che è definito, in modo eufemistico, "correttivo" al Testo Unico della sicurezza sul lavoro. Una lettera era di Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e RLS; l'altra era mia, ripresa da questo mio post.
A quelle due lettere il Quirinale ha risposto con una lettera inviata al quotidiano Liberazione e pubblicata sullo stesso quotidiano martedi 11 agosto. Risposta che pubblico qua sotto, ma dopo una piccola premessa, che può aiutare nella lettura. Il decreto "correttivo", che modifica 149 articoli su 306 del Testo Unico della sicurezza sul lavoro emanato dal governo Prodi, è stato approvato dal governo venerdi 31 luglio, ed emanato dal Presidente della Repubblica il lunedi immeditamente successivo. Quelle modifiche sono devastanti. Di alcune di esse ho già scritto, di altre ne scriverò.
Intanto dalla risposta del quirinale, si è capita una cosa: che a quanto pare, l'ostinazione a qualcosa porta. Certo, solo una risposta da parte dell'ufficio stampa della Presidenza della Repubblica. Non è molto ma è qualcosa, credo di significativo. Sicuramente l'attenzione che abbiamo suscitato, io e Marco con quelle due lettere, ci invita a continuare ad informare, nel nostro piccolo, sulla materia sicurezza sul lavoro.
Questa la replica del Quirinale.
Caro direttore,
nella edizione di sabato Liberazione ha pubblicato, sotto il titolo "Sicurezza, un decreto devastante", due lettere critiche nei confronti del Presidente della Repubblica per aver emanato - secondo i suoi lettori, "a occhi chiusi" - il decreto legislativo approvato dal Governo in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.
Mi permetta innanzitutto di rilevare come i temi affrontati nel decreto stiano particolarmente a cuore al Capo dello Stato: proprio sabato scorso, nel ricordare il sacrificio dei minatori vittime della tragedia di Marcinelle, egli ha sottolineato l'esigenza costante del massimo e coerente impegno delle Istituzioni e di tutte le forze sociali.
E' in questo stesso spirito che il Presidente Napolitano, pur nei limiti delle proprie attribuzioni, ha seguito con grande attenzione l'iter del decreto in questione, iniziato alla fine di marzo 2009, e lo ha emanato, dopo un approfondito esame, in un testo che comprende numerose e significative modifiche rispetto allo schema originario approvato dal Governo.
In particolare, l'attenzione del Presidente della Repubblica, manifestata in diverse occasioni pubbliche - come il 23 aprile scorso a Torino - nell'incontro con i familiari delle vittime del rogo della Thyssen, e allo stesso ministro Sacconi nell'udienza al Quirinale del 2 aprile 2009, si è concentrata sulle norme del decreto che suscitavano particolari preoccupazioni per l'ipotizzata riduzione dei casi e delle forme di responsabilità dei datori di lavoro rischiando, in contrasto con i principi direttivi della legge di delega (n. 123 del 2007) e con consolidati orientamenti della giurisprudenza, di compromettere la tutela di beni primari.
Il Governo è infine pervenuto, il 31 luglio scorso, dopo il confronto con le parti sociali e le Regioni, all'approvazione di un testo definitivo del decreto profondamente diverso dallo schema originario, che recepisce le osservazioni contenute nei pareri delle Commissioni Parlamentari e tiene conto delle perplessità espresse dal Capo dello Stato con riferimento al rispetto dei principi direttivi della legge di delega e dei limiti fissati dalla Corte costituzionale in tema di decreti legislativi correttivi (Corte Cost. n. 206 del 2001). Il Presidente Napolitano ha quindi proceduto alla emanazione del provvedimento, nell'esercizio delle sue prerogative, che ovviamente prescindono da valutazioni sulle scelte di merito che rientrano nella esclusiva responsabilità del Governo.
Cordialmente

Pasquale Cascella Consigliere per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica

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venerdì 7 agosto 2009

Ci hanno fregato di nuovo. Eppure stiamo ancora zitti.

Ieri mi sono sbagliato. Ho scritto un post sulla sicurezza sul lavoro, raccontando una sotoria possibile di infortunio. Ho scritto ciò che verosimilmente potrebbe accadere in quel caso, a seguito di una delle tante aberranti modifiche al Testo Unico della sicurezza sul lavoro, che il governo ha modificato con un decreto. Il post terminava con l'invito a scrivere a Napolitano affinchè non firmasse il decreto, considerando che di motivazioni, sia tecniche che di rapporti istituzionali ce n'erano in abbondanza. Ed ecco il mio sbaglio.

Non nel fatto che invitavo ad aderire ad un appello, pur ragionevolmente convinto che Napolitano avrebbe firmato. Non nel fatto che gli appelli on-line hanno scarsa eco. Non nel fatto che una protesta deve essere di piazza e partecipata, per sperare di essere efficace (anche perchè, con un blog come questo non si organizza una manifestazione). Mi ero sbagliato, perchè in realtà non mi ero accorto che il presidente della Repubblica quel decreto correttivo l'aveva già firmato. Quando? Il 3 agosto, dopo che il governo aveva approvato il provvedimento solo il 31 luglio.

Napolitano, quindi, o a firmato ad occhi chiusi (e mi auguro che non sia così), oppure lo scorso fine settimana, anzichè concedersi un po' di riposo, si è studiato per bene il decreto correttivo (che modifica 147 articoli su 306 del testo unico senza contare tutti gli allegati, che sono diverse decine) e ne ha accettato i contenuti anche più controversi. O forse ancora, Napolitano si è consultato con esperti in materia e, dopo un ragionamento più o meno lungo, ha appoggiato le considerazioni del governo (i cui ministri non si sono mai mostrati paladini della tutela della sicurezza sul lavoro), respingendo le opposizioni al decreto mosse dai sindacati, da alcuni partiti politici, da addetti alla sicurezza sul lavoro, da rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e dai lavoratori e dalle lavoratrici stessi.

In silenzio, tra le distrazioni agostane, tra un gossip sui TG ed i soliti inviti a fare partenze intelligenti, è stato quindi approvato il decreto legislativo 3 agosto 2009, n. 106. Ma l'informazione non s'è degnata di darne notizia, impegnata a citare solo la firma da parte di Napolitano del decreto anticrisi, seppure firmato insieme al decreto di modifica al testo unico per la sicurezza. Un decreto che hanno chiamato correttivo, ma che è una vera e propria riscrittura del decreto approvato dal governo Prodi. Il nuovo T.U. riscritto in chiave padronale, sarà in vigore dal prossimo 20 agosto. Da quella data, i lavoratori e le lavoratrici saranno ancora meno sicuri. Dovranno dare un abbraccio più forte ed un bacio in più ai loro figli, quando la mattina usciranno di casa per andare al lavoro. Ed alla prossima tragedia, che certamente ci sarà, proverò ancora più rabbia ed ancora meno fiducia nelle istituzioni, soprattutto quando sentirò le solite ipocrite parole di cordoglio.
Rimane il fatto che ci hanno fregato di nuovo. Eppure non si sentono accenni di protesta.

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giovedì 6 agosto 2009

Tra un mese Giovanni si infortunerà gravemente sul lavoro e...

Giovanni fa l'operaio in una fabbrica metalmeccanica. Lavora come carpentiere e tra un mese, come quasi tutti i giorni, si troverà a tagliare delle barre di ferro alla sega circolare. Tra un mese, quella sega circolare sarà come era il mese scorso e quello prima ancora: senza tutte le protezioni previste dalle norme in materia di sicurezza sul lavoro. Deve stare attento, Giovanni a dove mette le mani, ogni volta che ha davanti quella macchina, perchè una distrazione potrebbe costargli qualche dito, o forse tutta la mano ed addirittura potrebbe perdere un braccio.

Ma tra un mese Giovanni, forse per la stanchezza dovuta ai ritmi di lavoro, forse perchè distratto dalla prossima rata del mutuo, che chissà se riuscirà a pagarla; insomma, per una qualche piccola disattenzione, Giovanni toccherà la lama di quella maledetta sega circolare. Quella lama, che gira a qualche centinaio di giri al minuto, con i suoi denti elicoidali affilatissimi, non si fermerà al contatto con la mano di Giovanni. Quella lama continuerà a girare nonostante le urla di dolore del povero Giovanni. E Giovanni perderà forza in quella mano destra che finirà a contatto con la sega, perchè la lama gli avrà lacerato i tendini ed tra qualche mese, quando sarà guarito, non avrà più la presa che aveva prima.

Quella sega non doveva funzionare in quel modo. Quella sega doveva avere tutte le protezioni. Giovanni stesso lo diceva sempre, e lo diceva anche al titolare, che gli rispondeva che solo un imbecille avrebbe potuto mettere le mani sotto quella lama. Eppure Giovanni non è un imbecille ed è un esperto carpentiere, nonostante i suoi 38 anni. Ma a quell'età, praticamente nel pieno delle forze, Giovanni non avrà la forza nella sua mano destra, necessaria a svolgere il lavoro che faceva da quando aveva 17 anni. Il mestiere di carpentiere non riuscirà più a farlo, perchè non potrà più sollevare pezzi di ferro, non riuscirà a fare abbastanza presa con quella sua mano rimarrà invalida tra un mese. Lo dirà anche il medico di fabbrica, che lo visiterà al rientro dal periodo di convalescenza. Sul giudizio di idoneità del medico, ci sarà scritto "inidoneità permanente ... con le seguenti limitazioni ...".

Perciò il datore di lavoro di Giovanni, dovendo attuare per obbligo di legge le prescrizioni del medico competente, adibirà Giovanni "ad altra mansione compatibile con il suo stato di salute", secondo quanto recita l'art. 42 del T.U. della sicurezza sul lavoro.
E invece no! Il padrone della fabbrica, adibirà Giovanni ad altra mansione, ma può darsi che se ne sbatterà della compatibilità della mansione allo stato di salute di Giovanni. Potrà fottersene dello stato di salute di Giovanni, perchè tra qualche giorno saranno già in vigore le modifiche al T.U. della sicurezza sul lavoro, che questo governo ha approvato lo scorso 31 luglio. A meno che Napolitano si astenga dal firmare il decreto di modifica al T.U.Tra quelle modifiche, quella che dall'art. 42 del T.U. cancella le parole "compatibile con il suo stato di salute".

Giovanni è tanti operai e tante operaie. Giovanni è un lavoratore o una lavoratrice qualunque. Il suo infortunio è uno del milione e passa di infortuni che avvengono ogni anno in Italia, ma potrebbe essere una qualunque invalidità o malattia professionale, già accaduti o che possono accadere. Io potrei essere Giovanni e potresti esserlo tu. E se vuoi puoi aderire a questo appello.

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martedì 4 agosto 2009

Innse: i manganelli a difesa della speculazione.

Quando ad una lotta operia, di lavoratori che pretendono i loro diritti, si risponde con la forza, allora è davvero il tempo di preoccuparsi. Nei rapporti di lavoro alla Innse si è inserito il governo, non con il ministero delle attività produttive, non con il ministero del lavoro. Il governo interviene con il ministero dell'interno, con la polizia schierata in assetto antisommossa, con la forza dei manganelli. Il governo italiano, come nelle peggiori tradizioni dei governi dittatoriali, tra i bisogni dei lavoratori ed il cinismo speculativo padronale, si schiera con quest'ultimo.

Questo sta accadendo alla Innse, dove 50 operai resistono da oltre un anno alla chiusura di un'azienda non in crisi, occupandola e gestendola. Ma con la speculazione aziendale, con la vendita dei macchinari e con i terreni su cui è costruito il capannone che sono una attrazione troppo forte in vista dell'Expo milanese del 2015, si fanno molti soldi e si fanno veloci, pensa Genta, il padrone della Innse. Soprattutto se si tiene conto che lo stesso Genta, il magnaccio di un lavoro considerato prostituzione, ha acquistato pochi anni fa l'azienda a quattro soldi.

Ora quegli operai, trattati come qualsiasi merce usa e getta, non servono più. La fabbrica, dice Genta, deve chiudere per fare spazio alla speculazione e gli operai devono uscire dall'azienda che hanno occupato. Devono uscire anche con la forza, pensano i papponi del lavoro fatto merce. Ma la forza, pensano quelle stesse persone, è bene usarla una domenica mattina di agosto. Quando regna il sonnambulismo dell'Italia in ferie e delle distrazioni vacanziere. Nessuno deve accorgersi dello sgombero forzato di una fabbrica da oltre un anno autogestita dai lavoratori.
I padroni hanno paura di 50 operai uniti nella lotta per il lavoro. Perchè sanno che una vittoria all'Innse, sarebbe una vittoria simbolo della lotta dei lavoratori per i loro diritti e quella vittoria potrebbe stimolare nuove rivendicazioni. Questo è il timore che hanno i padroni. E se questo è l'effetto che fa la lotta di 50 operai, cosa si può ottenere in una lotta unitaria e generalizzata? L'autunno è vicino. Speriamo sia caldo.

Intanto, dopo il fallimento degli incontri istituzionali avvenuti in Regione e Prefettura, continua il presido degli operai in lotta. Quattro di loro sono riusciti a forzare il blocco delle forze dell'ordine e sono entrati all'INNSE di via Rubattino a Milano. Due dei quanttro lavoratori sono saliti su una gru e si rifiutano di scendere. Minacciano di restare su quella gru fino a quando non saranno accolte le richieste dei lavoratori dell'Innse. Hanno bisogno di tutto il sostegno possibile. Chiunque possa, si rechi in Via Rubattino a Milano, per sostenere la lotta degli operai dell'Innse. La loro lotta è la lotta di tutti.

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venerdì 31 luglio 2009

Berlusconi viola palesemente la legge. Video.

Guardate questo video. Si tratta di una cerimonia a L'Aquila, alla quale ha preso parte Berlusconi, con un codazzo di cortigiani. Viene issata una bandiera tricolore sui tetti delle nuove costruzioni per i terremotati. Nel video si vede Berlusconi salire su una piattaforma aerea del cantiere, andare su fino al colmo di un tetto e battere divertito le mani allo sventolio della bandiera della protezione civile. E poi Berlusconi in cima al tetto di un edificio, applaudire un tricolore che sventola.

Ma Berlusconi & co. stanno palesemente violando le più elementari norme di sicurezza. Il Presidente del Consiglio (ed il suo seguito) non indossa il caschetto di protezione della testa, nè la cintura di sicurezza, entrambi obbligatori in base alla normativa sulla sicurezza sul lavoro. Peggio fanno Berlusconi & co. quando salgono sul tetto di un edificio. Qui, il rischio di caduta dall'alto è ancora più alto, mancando un parapetto regolamentare che impedisca la caduta. E' stata posizionata solo una corda, che dal punto di vista della protezione contro le cadute dall'alto, non trova alcuna giustificazione tecnica o normativa.

So bene che molti di voi avrebbero voluto vedere quali possano essere gli effetti dell'assenza di quelle protezioni. Ma a parte questo, c'è da dire che siamo di fronte a gravi indempimenti di legge. Se quel cantiere fosse stato sottoposto a controlli da parte della ASL, sarebbe dovuto essere stato chiuso. Secondo le norme antinfortunistiche, le inadempienze del Presidente del Consiglio e del suo seguito, costituiscono "gravi violazioni ai fini dell'adozione del provvedimento di sospensione dell'attività imprenditoriale".
Ed invece è successo che Berlusconi si è riunito oggi con i suoi ministri ed ha modificato il T.U. della sicurezza sul lavoro. Vi lascio immaginare cosa possa essere venuto fuori. Nè riparleremo...

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