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venerdì 18 settembre 2009

Avrei pianto un soldato morto in una "guerra di Piero"

Eroismo, patriottismo, terrorismo, libertà, democrazia ... sono parole davvero troppo grosse e perciò usate a sproposito, per parlare della morte di sei militari italiani in Afghanistan. La loro morte non è servita a difendere una patria che non è in pericolo di invasione straniera; il terrorismo non è debellato ed è anzi alimentato dall'invasione militare delle forze Isaf; non sono più libero di prima e molti, in altre parti del mondo lo sono meno di prima; l'Italia è meno democratica rispetto all'inizio delle "guerre umanitarie", né è più democratico l'Afghanistan, né l'Iraq, né gli USA. E devo sentir parlare di eroi.

Non voglio fare della facile retorica accostando le morti sul lavoro e la morte dei soldati. Ma non mi si venga nemmeno a raccontare la storia dei soldati che sarebbero morti sul lavoro. Perchè allora dovrei accettare l'idea dell'uccisione come un'arte ed il soldato come mastro. E quindi dovrei considerare il killer un lavoratore ed il sangue delle persone uccise il prodotto di quel lavoro. Perchè, come faceva osservare San Cipriano, non si può accettare "che l'omicidio è crimine quando sono i singoli a commetterlo, ma diventa virtù quando è compiuto in nome dello stato". Perchè dovrei accettare che l'impunità, addirittura quella morale, debba tanto più garantita quanto più grande e feroce è il massacro, quanto più forte è la mano omicida e quanto più debole chi subisce la violenza? No, non l'accetto. Non sono tanto perverso.

Non ho la mente ancora tanto offuscata da non accorgermi che un soldato in missione ci va da volontario, dietro compensi che un operaio impiega mesi ad accumulare. Ma lui, mi si dice, è ricompensato del rischio che corre per la sua vita. Certo, ma questo significa che quel soldato, è consapevole ed accetta il rischio di poter saltare in aria o di poter incrociare uno che il fucile lo usa prima di lui. Il soldato in missione, sceglie di mettere in pericolo la propria vita, per andare a migliaia di chilometri da casa ad uccidere un suo simile, che non conosce, che non ha mai visto, con il quale non ha mai parlato e dal quale non ha subito alcun torto. Da un'altra parte del mondo ci sono persone non hanno mai fatto nemmeno un buffetto, né a quel soldato, né a me e né ad altri della nostra Italia guerrafondaia. Eppure quelle persone saranno uccise da soldati che hanno scelto di uccidere per un compenso offerto dalla propria patria, e saranno uccisi perchè il caso ha voluto che nascessero in una parte del mondo, dove una vita umana ha il prezzo dello stipendio di un soldato.

E lo chiamate patriottismo questo? E lo chiamate morire per la patria questo? Oppure devo credere alla favola della morte per una causa umanitaria? Di una causa che ha dovuto inventare una minaccia? Devo rassegnarmi alla possibilità di una guerra giusta? No, non lo faccio. Non mi rassegno a questo e non piango ipocritamente la morte di sei soldati in guerra, dopo aver manifestato per la pace, dopo essere sceso in piazza contro la guerra. Non sono di quelli che sventola la bandiera arcobaleno e poi ci si asciuga le lacrime considerando eroi dei soldati in guerra.

Ma non sono tanto barbaro da non provare un enorme dispiacere per la morte di esseri umani, italiani ed afghani (questi ultimi, civili). Non sono così meschino da non soffrire, per il dolore di quanti piangono i loro cari morti in guerra. Ho un rispetto enorme per la vita umana. Forse proprio per questo, però, non riesco a provare quel dolore che in tanti esprimono, per la morte di persone che hanno scelto la possibilità di togliere la vita ad altri esseri umani, in difesa di logiche guerrafondaie. Avrei pianto un soldato morto in una "guerra di Piero". Un soldato che, andando "triste come chi deve", ha il coraggio di rischiare la propria vita pur di non "vedere gli occhi di un uomo che muore".


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lunedì 9 febbraio 2009

Appello contro l'installazione in Italia del comando Africom

Nello scorso dicembre, la decisione del ministero degli esteri italiano di ospitare l'Africom (U.S.Africa Command) è passata quasi completamente inosservata.
Africom è il comando statunitense per l'Africa con l'obiettivo dichiarato di portare aiuto in quel continente, ma a sostegno "della politica estera degli Stati Uniti". Nel progetto è previsto il sostegno alle unità militari di crisi, alle forze antiterroristiche in nord Africa e la formazione degli eserciti nazionali africani. A questo progetto, partorito nel 2007 dalla mente guerrafondaia e colonialista di Bush, è stato opposto il rifiuto di offrire ospitalità da parte degli stessi Paesi africani.
A quel punto, occorreva trovare una base operativa in una nazione vicina al continente africano. La Spagna era stata la prima scelta americana, ma Zapatero ha opposto il suo rifiuto, per la gioia del governo italiano, che ha prontamente offerto la sua ospitalità a centinaia di militari e mezzi da guerra USA sul proprio territorio, e precisamente a Napoli e Vicenza.
Il governo italiano, in pieno stile autoritario ed applicando quel decisionismo che in troppi continuano incoscientemente a reclamare, ha pensato di comunicare questa sua decisione ad alcuni Stati africani, ma ha preferito non informare il Parlamento ed i cittadini italiani.
Contro questo atto assolutamente antidemocratico del governo italiano, è nato un appello di molti studiosi africanisti e di diverse aree disciplinari.

Appello contro l'installazione in Italia del comando Africom delle forze armate USA

Nel Dicembre 2008 il Ministro degli Esteri annunciava un importante accordo dalle pesanti ricadute in politica interna e internazionale: Africom sarebbe stato ospitato in Italia. Pochissimi ne hanno preso atto con la serietà e la preoccupazione che sarebbe stata necessaria, pochi di più ne sanno qualcosa. Non se ne parla affatto, né ne è stato discusso in Parlamento o nelle amministrazioni locali delle regioni interessate, eppure, il nostro Paese ospiterà il comando del Pentagono, coordinato tra Vicenza e Napoli, nella basi operative americane Ederle, Dal Molin e Sigonella; a quest'ultima - come s'è appurato nel 2005 - fa già capo la centrale d'intelligence per le operazioni anti-terrorismo in Africa: un osservatorio di telecomunicazioni e aerei P-3C Orion gestiscono il controllo di un’area compresa tra Golfo di Guinea e Corno d’Africa e ora sopraggiungeranno altri soldati (750), armamenti e logistica. Alex Zanotelli e la sua rete stanno facendo molto per sensibilizzare la cittadinanza circa i modi in cui una decisione di tale importanza sia stata presa senza alcun riguardo per le Istituzioni: noi, in qualità di studiosi, invitiamo a prendere in seria considerazione le implicazioni di un simile accordo.

Qui per leggere tutto l'appello

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venerdì 16 gennaio 2009

Ibrahim gridava: "Papà, sto morendo!" ...

Tutto. Bombardano tutto. Gli aerei israeliani sorvolano i cieli di Gaza e fanno cadere le loro bombe su scuole, ospedali, sedi ONU. Dove c'erano bambini, dove si trovavano feriti e malati, dove erano immagazzinati aiuti alla popolazione.
Bambardano tutto e tutti. Anche dove c'è la parte più indifesa della popolazione civile. Perchè anche così si genera paura. Terrore.
Smentite arrivano spesso da parte israeliana. Poi una difesa, dicendo che in quei luoghi si nascondono miliziani di Hamas. Poi a volte le scuse, ufficiali ed inutili. Ridicole ed ipocrite. Poi, siccome è bene che non si sappia quello che succede da quelle parti, si attacca la torre ash-Sharq che ospitava diversi uffici di tv e agenzie stampa, tra cui la Reuters.

Si attaccano le sedi dell'informazione perchè non si deve sapere. Non devono essere divulgate le testimonianze che raccontano della brutalità delle azioni israeliane. Non si deve sapere della ferocia criminale dei soldati isareliani. Non deve venire fuori dei massacri perpetrati su corpi innocenti ed inermi, che non trovano alcun rifugio ai colpi israeliani.

Non si deve sapere di Ibrahim, ucciso a sangue fraddo da soldati israeliani. Ibrahim, 9 anni, aveva chiesto alla mamma di poter fare colazione in giardino quella mattina. Voleva godere di un momento di pace. Voleva sentire, per il tempo breve della colazione, che sapore avesse la serenità. Ma quando il tavolo è posizionato in giardino, un missile distrugge la casa di Ibrahim. Il piccolo è colpito ed al padre che si precipita al suo fianco grida: «Papà, sto morendo!».
Ma il suo papà non ha potuto tentare di salvarlo, perchè due soldati si sono avvicinati al piccolo. Uno ha girato il corpo di Ibrahim e l'altro lo ha finito con un colpo alla testa. Poi entusiasti del loro gesto disumano, si sono allontanati.

Non si deve sapere che per cinque giorni il corpo senza vita di Shahd, un bambino di 4 anni, è rimasto dove è stato raggiunto dai proiettili israeliani. Per cinque giorni! Cinque giorni durante i quali il fratello di Shahd, Matar, e suo cugino, Mohamed, hanno cercato invano di raggiungere il suo corpo. Ma dovevano ogni volta indietreggiare, sotto la pioggia di proiettili israeliani. Per cinque giorni hanno tentato di recuperare quel corpicino. Invano.
Perchè al quinto giorno, quando il corpo del piccolo Shahd era già diventato pasto per i cani randagi, nell'ennesimo tentativo di dare dignità alla morte del piccolo, anche Matar e Mohamed hanno trovato lo stesso destino di morte che aveva raggiunto Shahd. Anche loro, colpiti a morte dai proiettili dell'esercito israeliano.

Non si deve sapere. E' la propaganda che si deve diffondere, che deve essere ascoltata ed accettata. Solo così Ibrahim e Shahd e Matar e Mohamed e altri trecento bambini, diventano terroristi. E' così che smettono di essere bambini.

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lunedì 12 gennaio 2009

Sito estremista pro-israele istiga all'uccisione dei volontari dell'ISM.

L'International Solidarity Movement (ISM) è un'organizzazione non governativa, che ha lo scopo di organizzare proteste contro l'occupazione israeliana delle terre palestinesi.
Attraverso l'ISM, civili di tutto il mondo partecipano ad iniziative non violente, in protesta alla colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza, da parte di Israele.
Dal sito dell'ISM-Italia, si legge che gli obiettivi principali dell'organizzazione, sono quelli di: organizzare la partecipazione italiana alla campagna di boicottaggio internazionale di Israele; contribuire alla partecipazione italiana alle campagne dell'ISM in Palestina; promuovere l'informazione sulla situazione palestinese.
E' quello che ISM sta facendo anche in questi giorni. I suoi membri a Gaza, con le loro azioni non violente di appoggio e solidarietà alla popolazione palestinese massacrata dall'esercito israeliano, mettono a rischio anche la loro vita. Ne sono consapevoli e ne è consapevole anche Vittorio Arrigoni, amico blogger e membro dell'ISM, attualmente a Gaza.
Ma la sua vita, come quella degli altri attivisti dell'ISM, non è messa a rischio solo per le bombe sganciate dall'esercito di Israele. Su di loro sono puntati i mirini dell'odio anti-palestinese, che attraverso il sito "StoptheISM.com" si propone la ricerca e l'uccisione degli attivisti dell'ISM.
Un sito criminale in lingua inglese (segnalato da infopal) che ha messo in rete le foto dei volontari dell'International Solidarity Movement, invita a segnalare il loro avvistamento ed istica alla loro uccisione. Di Vittorio Arrigoni, sono pubblicate foto, si chiede di trovarlo e di sbarazzarsi di lui in modo permanente.
Non so esattamente cosa si possa fare per fermare questi squilibrati criminali. Certamente si dovrebbe tentare di premere per la chiusura del sito web. Ma nessuno pare essersi accorto di niente. Nessun giornale, nessuna TV, nessuna istituzione. Non mi appare strano. Mi fa solo schifo e rabbia!

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venerdì 9 gennaio 2009

Non chiamatela guerra sproporzionata

Ho letto diversi interventi sulla guerra etnocida che Israele sta conducendo contro il popolo inerme palestinese. Spesso sono di condanna. Invece non consiglio la lettura delle opinioni favorevoli all'intervento criminale israeliano, che si muovono in genere tra l'idiozia e la farneticazione.
Una frase ricorrente che ho letto e sentito suona pressapoco così: "La reazione di Israele è sproporzionata". Sproporzionata. Sproporzionata. Sproporzionata. Questa parola l'ho letta più e più volte, quando l'ho trovata scritta in un commento. L'ho ripetuta a mente quando mi sono trovato ad ascoltarla. Ed in genere ho provato un profondo fastidio. Anche se mi rendo conto che non sempre è usata con lo stesso significato.

Ma troppo spesso, la sproporzione che viene denunciata non definisce una reale condanna all'attacco israeliano. Come a dire: ha fatto bene Israele ad attaccare Gaza, ma ha esagerato. Ma che cazzo significa? L'atto criminale di Israele ha provocato oltre 700 morti in pochi giorni, dei quali quasi la metà sono donne e bambini. Sarebbe stato proporzionato se anzichè uccidere sommariamente 700 civili, l'esercito israeliano avesse cancellato "solo" 300 vite? Se decine e decine di bambini innocenti fossero stati massacrati nelle loro abitazioni, invece di venire bombardati nelle loro scuole, Israele sarebbe stato meno crinimale? E sarebbe cambiato qualcosa nella disumanità degli attacchi, se invece di sparare sulle ambulanze, i soldati israeliani avessero fatto saltare in aria l'auto di un qualunque cittadino che disperatamente accompagnava il proprio figlio in ospedale?

Qual è allora la proporzione da adottare? Rispondere in egual misura ad un attacco? Uno, dieci, cento civili morti da una parte ed altrettanti morti dall'altra? Certo che no. Sarebbe vendetta. Mentre in guerra (perchè questa è una guerra), si cerca di annientare il nemico. Con ogni mezzo, si tenta di ucciderlo fisicamente, moralmente ed anche culturalmente. Questa è la guerra, bellezza!

Ecco perchè sentire ripetere la parola "sproporzionata" per definire l'azione criminale israeliana, mi provoca un senso di gelo lungo la schiena. Perchè quella definizione sta tutta dentro una la logica di guerra. Non la ripudia. Non dico che la giustifica, ma forse un po' la accetta. O quanto meno ha imparato a conviverci. E questo fa davvero molta paura.

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mercoledì 7 gennaio 2009

Non ho idea di cosa sia una guerra ...

Non ho idea di cosa sia una guerra. Ne ho sentito parlare. Ho letto di bombardamenti a tappeto. Ho ascoltato delle testimonianze, anche atroci. Ho visto delle immagini, sempre orribili.
Non ho idea di cosa sia una guerra. Perchè non ho mai sentito il fischio con il quale una bomba si annuncia. Ma da Gaza, raccontano essere un sibilo orrendo, che carica di paura chi lo ascolta. Così le bombe annunciano il loro prepotente arrivo ed avvertono che qualcuno, non si sa chi, non potrà sottrarsi al suo destino di morte.
Non ho idea di cosa sia una guerra. Perchè non ho dovuto cercare un riparo dal freddo in una gelida casa senza finestre. Non ho dovuto lasciare aperte le finestre, nonostante il freddo invernale, per non essere colpito dai frammenti di vetro che si spaccano a causa di esplosioni vicine.
Non ho mai dovuto spiegare a mio figlio che dovrà resistere ai morsi della fame, perchè la spietata barbarie di Stato israliano non permette di lavorare, uscire a comprare un pezzo di pane, rifornirsi di acqua. Non ho dovuto insegnare a mio figlio il significato della parola embargo. E mio figlio non ha dovuto imparare il suo significato materiale.
Da dove mi trovo, non si sentono sirene di ambulanze che raccolgono feriti e cadaveri tra una folla che si muove irrazionalmente, in strade devastate dal terrore israeliano. Centinaia di persone che corrono come impazzite, provando a scappare dalla follia genocida di uno Stato barbaro, dal nome Israele. Ne da qui si possono udire le urla di rabbia e dolore e terrore di un popolo martire, qual è quello palestinese.
Non ho idea di cosa sia la guerra, perchè non ho dovuto sopportare lo strazio di vedere bambini piangere di paura. Terrorizzati al punto da pisciarsi sotto. Bambini costretti ad urlare fino a consumare tutte le proprie forze. Fanciulli tremolanti abbracciati ai propri genitori, in cerca di una rassicurazione che non troveranno. Innocenti creature che saranno per sempre segnate dall'olocausto israeliano, se riuscissero a rimanere in vita. Se i loro corpi non verranno dilaniati dall'onda d'urto di un bomba. Se non verranno martoriati da propiettili troppo precisi, sparati con metodica criminale. Se i loro piccoli corpi non saranno arsi dalle bombe al fosforo. Se i loro cuori reggeranno al terrore provocato dalla minuziosa strategia di terrore di Israele.
Ma comunque quasi certamente quei bambini, quelle donne e quegli uomini rimarranno anonimi. Saranno semplicemente parte di una cinica conta dei morti ammazzati del terrore del governo israeliano, che si macchia di crimini contro l'umanità. Anche Cristine, morta a sedici anni di paura, di stenti e di freddo, dopo aver sopportato giorni e giorni di terrore, non sarà che un nome senza persona su un pezzo di freddo marmo.
Non ho idea di cosa sia una guerra. Anche se ho visto troppe volte una sua qualche rappresentazione in televisione, in tanti spettacoli di merda, con squallidi attori che sembrano spettatori. Mentre a pagare è chi è costretto a rimetterci la propria vita. Fatta valere poco più di una pallottola.

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lunedì 3 novembre 2008

Sarà una brutta giornata di coma culturale domani

Il 4 novembre 1918, il Generale Armando Diaz emette il Bollettino della vittoria, con il quale si annuncia la fine della Prima Guerra Mondiale. Venne in quel modo proclamata la fine di una guerra che per l'Italia fu di aggressione e che provocò quasi 9 milioni di morti. Centinaia di migliaia furono i morti italiani, chiamati a combattere una guerra di cui non conoscevano nemmeno le cause e che solo una retorica patriottarda può definire eroi.
Solo con una espressione di virilità militaresca, si può definire la Grande Guerra come parte di un "ciclo delle campagne nazionali per l'Unità d'Italia", riferendosi all'annessione forzata di di Trento e Trieste. Un territorio che si sarebbe potuto ottenere in cambio della nautralità italiana alla guerra.
Solo la retorica simil-fascista può orgogliosamente festaggiare la vittoria in un'inutile strage di milioni di persone, condotta con i mezzi di combattimento più avanzati per l'epoca, fino anche con i gas per provocare uccisioni di massa. Quella stessa retorica, permette di inviare in centinaia di scuole italiane, emissari del governo a promuovere festeggiamenti per una carneficina mondiale, che la oratoria patriottarda definisce vittoria.

Assisteremo di nuovo alle parate militari, con i fori imperiali invasi da carri armati, blindati, armi più o meno distruttive, migliaia di divise inamidate e saluti militari. Lo Stato spenderà milioni di euro per mettere in mostra i muscoli e farsi vedere bello e forte. Orgoglioso di affermarsi in teatri di guerra, oggi dall'Afghanistan all'Iraq e ovunque ci sia da sparare e guadagnare sparando, 90 anni fa nella Prima Guerra Mondiale. E questo è l'orgoglio che verrà portato nelle scuole.
In quei luoghi dove piccoli cittadini cominciano a formarsi, per un giorno verrà prepotentemente affermata la supremazia della forza delle armi e degli eserciti, sul valore della pace. Domani nelle aule frequentate da bambini e bambine, verrà imposto il valore della patria e della nazionalità, sopra quello di apertura culturale e collaborazione sociale.

Sarà una brutta giornata di coma culturale domani nelle scuole italiane. Dove verrà rinnovata la retorica nazionalista che non spiegherà come la Prima Guerra Mondiale, aprì la strada al fascismo ed al nazismo. Dittature che prepararono alla follia guerrafondaia della Seconda Guerra Mondiale ed al suo delirio omicida. Non si racconterà domani che le inenarrabili sofferenze di quelle guerre, furono tanto vomitevoli da farci ripudiare qualunque guerra e sancire tale ripudio nella Costituzione italiana.
La giornata di domani, avrebbe potuto assumere il significato di affermare il rifiuto di ogni guerra. Ed invece saranno rispolverati concetti nazionalismo e militarismo ed insegnati come virtù che assumono, nella situazione odierna, il significato di esaltazione della chiusura culturale e dell'uso della forza come mezzo per la loro affermazione.
Mentre la scuola subisce tagli economici e riforme che allontanano dalle cattedre migliaia di insegnanti, in una scuola che va assumendo sempre più dei caratteri a-democratici, si sostituiscono gli insegnamenti di professori precari con la presenza e la retorica dei militari. Di questi tempi appare un pericoloso avvertimento ed un cattivo presagio.

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venerdì 20 giugno 2008

Il progetto Dal Molin è illegale. Lo ha stabilito il TAR

Ora lo ha stabilito anche il TAR del Veneto: illegale è il governo USA, illegale è il governo italiano. Hanno ragione i vicentini, e tutti quanti si sono opposti alla costruzione della nuova base militare americana a Vicenza.
Il Tar del Veneto ha detto no alla costruzione della nuova base militare americana, perchè i cittadini non sono stati consultati, nonostante la consultazione dei cittadini fosse prevista dal memorandum Usa-Italia, con il quale si era il governo italiano aveva accettato le richieste USA.

Ma non è tutto. Nella sentenza si legge anche che un'altra importante motivazione, sul no del TAR al raddoppio della base militare Dal Molin: sono emersi infatti anche «gravi dubbi sulla Vinca» (la valutazione di incidenza ambientale). In pratica, il TAR ha avanzato forti perplessità sulla corretta valutazione dell'incidenza che la cementificazione e lo sfruttamento di risorse di quel territorio, avrebbe avuto sull'ambiente.
Sono stati smascherati coloro che avrebbero voluto distruggere un territorio, per creare un nuovo avamposto alla guerra permanente. Avevano ragione i cittadini ed i movimenti pacifisti, che vedevano nella costruzione della nuova base, una violazione dell'artiicolo 11 della nostra Costituzione. Avevano ragione tutti i cittadini di Vicenza a temere per i pericoli reali per l'ambiente, che sarebbero derivati dal getto di migliaia di metri cubi di cemento. Ed avevano ragione a chiedere un referendum cittadino, per avere parola e poter decidere delle sorti della proprio territorio.

La lotta dei No-Dal Molin è stata ed è, una lotta contro il tentativo di scippo di un terriorio, che avrebbe favorito un'economia di guerra. Con questa sentenza ai vicentini è stato restituito il diritto ad essere sovrani dell'utilizzo consapevole del proprio territorio. Una sovranità che dovrebbe permettere alla popolazione di potere liberamente scegliere come vivere un determinato luogo.
Certamente non è finita qui, perchè ci sarà chi tenterà di affossare questa sentenza. Ma oggi nutro qualche speranza in più, di vedere ristabilito un ordine realmente democratico in questo nostro malato Paese.

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martedì 11 marzo 2008

Liberi di torturare. G.W. Bush segna ancora la sua presidenza

George W. Bush, è riuscito a segnare nuovamente la sua presidenza degli USA, continuando sulla scia dell'assoluto mancato rispetto delle dignità umana.
Questa volta, il presidente USA ha posto il suo veto alla proposta di legge del Senato americano, di limitare la tortura inflitta negli interrogatori condotti dalla Cia.
Attenzione: quella legge non avrebbe abolito queste pratiche inumane, ma ne avrebbe solo limitato il numero di quelle consentite e considerate "leggere". Tra queste figura il waterboarding (una simulazione di annegamento), considerata essenziale nell'attività di intelligence.
Secondo i sostenitori delle torture leggere, si tratterebbe di tecniche che non dovrebbero arrecare danni permanenti.

In realtà, i danni provocati dalle "torture leggere", sono del tutto simili ai danni da stress post traumatico, provocati alle vittime di torture fisiche. Queste considerazioni sono state le risultanze di uno studio condotto da Metin Basoglu del King’s College di Londra, pubblicato sull'Archives of General Psychiatry ed offerto a consultazione gratuita.

Questo veto dello sceriffo americano George W. Bush, dimostra quanta strada ancora rimane da fare, affinchè la dignità umana sia considerata un valore irrinuciabile, in ogni luogo della terra. Una nuova macchia si è aggiunta sull'amministrazione Bush, che ha deciso che per condurre la "guerra al Terrore", debba essere utilizzato qualsiasi metodo, compresi quelli che calpestano il rispetto per la dignità umana.
Ricordiamocelo, prima di sostenere un presunto alto valore morale dell'amministrazione americana, nella difesa della democrazia mondiale. Chi sostiene pratiche di tortura fisica o psichica, non può essere incluso nell'alveo della civiltà umana, nemmeno quando si tratta dell'imperatore americano George Walker Bush.

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martedì 12 febbraio 2008

Chiesta la pena capitale per sei detenuti a Guantanamo

La notizia è stata pubblicata ieri e riguarda l'annuncio da parte del Pentagono, dell'incriminazione di sei prigionieri islamici detenuti nella prigione di Guantanamo, per l'attentato dell'11 settembre 2001. La richiesta dei procuratori militari è stata la pena capitale.
I sei presunti terroristi avrebbero confessato di avere preparato l'attentato ed in particolare di avere predisposto il progetto d'attacco e di avere preso parte a tutte le fasi successive, fino all'attuazione dell'attentato, nel quale persero la vita quasi 3000 persone.
Potremmo già disquisire sul fatto che solo poche settimane fa, si è festeggiato giustamente per la moratoria ONU sulla pena di morte, mentre nessuna parola di ferma condanna è stata espressa per la richiesta di pena capitale in questo caso.Ma più che su questo aspetto, mi soffermerei su un altro in particolare: la confessione dei detenuti. Nessun riferimento mi pare di avere potuto leggere o sentire, ai metodi utilizzati per estorcere le confessioni.

Perchè non è certamente indifferente, come invece si lascia supporre, il fatto che una confessione venga rilasciata volontariamente, dopo che l'imputato si senta incastrato o invece, come in questo caso, a seguito di atroci torture.
Amnesty International racconta che cinque dei sei uomini incriminati sono stati vittime di sparizione forzata, avendo trascorso piu' di tre anni in centri di detenzione segreti della Cia, situati in luoghi sconosciuti, prima di essere trasferiti a Guantánamo nel settembre 2006. Cosa possa essere avvenuto in quei centri ancora non è dato sapere, ma è certo che i detenuti non siano stati trattati secondo criteri di tutela dei diritti umani. Inoltre la stessa Cia ha confermato che almeno uno dei sei, e' stato sottoposto alla tecnica waterboarding, o semiannegamento. Altri di loro sono stati tenuti incappucciati, nudi, sottoposti a umiliazioni sessuali, alla deprivazione sensoriale, a temperature estreme, a musica assordante e a rumore bianco.
Si potrebbe pensare - e sono certo che in molti faranno questa riflessione - che non deve avere troppa importanza il trattamento riservato ai sei imputati, visto che questi avrebbero ucciso con il loro attentato, 2973 persone innocenti. Non importa perchè - è certamente il pensiero di molti - se questo è servito per arrivare alla confessione e perciò alla verità sull'attentato ed infine alla condanna degli attentatori, ben vengano anche metodi "poco ortodossi".
A parte la mia personale ripugnanza verso le torture ed a parte il fatto che la tortura è considerata a ragione un crimine internazionale, mi chiedo chi potrebbe resistere per anni a torture fisiche e psicologiche, senza dire ciò che i torturatori vogliono sentirsi dire. In pratica, ciò che voglio dire, è che non possiamo essere certi della colpevolezza di alcuno, fintanto che il rispetto dei diritti umani non verrà affermato con certezza e fintanto che agli accusati non venga garantito un processo equo.
A questo proposito, credo sia utile tornare a leggere queste dichiarazioni, riportate dal Corriere della Sera del 14 marzo 2004.

"Noi inglesi, due anni a Guantanamo in catene imploravamo le condanne"
I tre musulmani liberati: brutalita' e pestaggi, puniti anche se cantavamo "Si cacciano i topi per non impazzire, chi non prova il suo alibi sparisce" "Per cinque mesi Iqbal costretto a restare solo con prigionieri cinesi Interrogatori di 12 ore, ammanettati al pavimento"

LA LOTTA AL TERRORISMO: "Trecento di noi sono stati ammassati in container, qualcuno sparo' per bucarlo e farci respirare, molti vennero uccisi cosi'. Quando vidi quella gente in ceppi in tuta arancione pensai a una allucinazione". "Ci dissero che eravamo stati filmati assieme a Bin Laden e al capo dei dirottatori dell' 11 settembre. Ma in quel periodo eravamo in Europa. Non ci credevano. Poi i nostri servizi segreti sono riusciti a provarlo".

"Quando mi svegliai, non avevo idea di dove fossi. Ero sdraiato sopra a dei cadaveri, respirando il fetore del sangue e dell'urina. Avevano ammassato forse 300 di noi in ciascun container, stipati cosi' stretti che le nostre ginocchia erano pressate contro il petto, quasi subito iniziammo a soffocare. Siamo sopravvissuti perche' qualcuno fece dei buchi con la mitragliatrice, anche se sparavano basso e ne sono morti ancora di piu' a causa dei proiettili. Quando uscimmo, circa 20 in ogni container erano ancora vivi".

In una casa sicura nel Sud dell'Inghilterra, il cittadino britannico Asif Iqbal racconta come e' sopravvissuto, insieme ai suoi amici Ruhal Ahmed e Shafiq Rasul (tutti e tre originari di Tipton, in Gran Bretagna), dopo un massacro compiuto in Afghanistan nell'autunno del 2001 dalle forze dell'Alleanza del Nord, spalleggiate dagli americani, l'inizio di un incubo durato 26 mesi, finito la scorsa settimana con il loro rilascio dal campo di detenzione statunitense della baia di Guantanamo.

Un giorno, forse, ci sara' qualche inchiesta su Guantanamo. Fino ad allora, alcune delle loro affermazioni - che gli Stati Uniti con tutta probabilita' smentiranno - non potranno essere confermate. Lo scorso ottobre ho trascorso quattro giorni a Guantanamo. Molto di quanto i tre uomini raccontano l'ho visto o sentito narrare da ufficiali statunitensi.

Dopo essere sopravvissuti al massacro all'interno del container, i tre sono quasi morti di fame in una prigione gestita dal signore della guerra afghano, il generale Dostum. Poi con il consenso degli ufficiali britannici, furono consegnati agli americani, prima per settimane di abusi fisici in un campo di prigionia a Kandahar, poi per oltre due anni nella desolazione di Guantanamo.

Mese dopo mese sono stati interrogati, per 12 ore alla volta o piu', dalle commissioni di sicurezza statunitensi e ripetutamente dall'Mi5. In totale, dicono, hanno sopportato ciascuno 200 "sessioni".

Le autorita' da ambo le parti dell' Atlantico sono state costrette ad accettare quello che i tre uomini hanno sostenuto per tutto questo tempo - che non sono mai stati membri delle forze talebane, di Al Qaeda o di qualsiasi altro gruppo militante. Gli americani hanno giustificato la loro prigionia sostenendo che erano "combattenti nemici", ma essi non sono mai stati armati, e non hanno combattuto.

"Formalmente ci hanno detto che stavamo tornando a casa domenica scorsa", dice Rasul. "Abbiamo avuto un ultimo incontro con l'Fbi, e hanno tentato di spingerci a firmare un pezzo di carta che diceva qualcosa del tipo che ammettevo di avere avuto legami con il terrorismo, e che se avessi mai rifatto qualcosa di simile, gli Stati Uniti avrebbero potuto arrestarmi".

Come gli altri due prigionieri liberati la settimana scorsa, Tarek Dergoul e Jamal al-Harith, i tre si sono rifiutati di farlo.

SANGUE - Sono le 3 del mattino del 13 gennaio 2002 quando Rasul, detenuto a Kandahar, viene spostato in una nuova tenda con Iqbal. La mattina seguente i loro numeri di riconoscimento furono chiamati ad alta voce e furono obbligati a starsene seduti mentre dei soldati li incatenavano stretti, li facevano sedere all'interno di una tenda e fissavano un' altra catena a un gancio nel pavimento.

Al posto delle tute blu, vennero vestiti con completi arancioni, incatenati e ammanettati e obbligati a portare dei guanti spessi, cuciti alle maniche. Poi, dice Rasul, "ci fecero sedere fuori, sulla ghiaia, mentre processavano tutti. Non ci e' stata data acqua per tutto il giorno".

Il dispositivo di controllo che ora erano costretti a indossare sarebbe diventato molto familiare per i 26 mesi successivi, il "completo tre pezzi", la cintura con una catena metallica che conduceva giu' fino ai ceppi delle gambe e a cui erano attaccate le manette.

Rasul racconta: "Dissi alla guardia che me l'avevano stretto troppo addosso, e lui rispose, sopravvivrai". In aereo vennero incatenati al pavimento senza schienali cui appoggiarsi, e persino quando chiesero di andare in bagno non furono liberati dalle catene. "Ti pisciavi tutto addosso, sulle gambe. L'unica cosa che alleviava questa deprivazione sensoriale e che mi tenne occupato nelle 22 ore di volo fu che sentivo un dolore molto forte", dice Rasul.

"Le guardie mi dicevano di dormire, ma la cintura mi stava scavando nella carne. Quando sbarcammo a Cuba, stavo sanguinando. Ho perso la sensibilita' nelle mani per i sei mesi successivi".

OBBEDIENZA - Rasul e Iqbal si trovavano sul secondo volo verso il nuovo Campo Raggi X (il primo aveva avuto luogo tre giorni prima). Quando Rasul e Iqbal atterrarono, non avevano nessuna idea di dove fossero: "Tutto quello che sapevo era che mi trovavo da qualche parte dove faceva un caldo terribile", dice Rasul.

"Una voce americana urlo': sono il sergente Tizio Caio, Marina degli Stati Uniti, state arrivando alla vostra destinazione finale. Il sole batteva senza tregua e il sudore mi colava negli occhi. Urlai per chiedere un dottore, qualcuno mi verso' dell'acqua negli occhi e poi lo sentii di nuovo: traditore, traditore".

Rasul fu l'ultimo a essere processato, e quando alla fine raggiunse la sua cella, era ormai buio. Per prima cosa venne completamente spogliato e, senza che gli venissero tolti i ceppi e le catene, ricevette un pezzo di sapone e gli fu detto di farsi una doccia, la prima dalla sua cattura.

Iqbal ricorda il momento in cui i suoi ceppi furono rimossi: "Alzo lo sguardo e vedo tutta quest'altra gente che non era ancora stata processata, in vestiti arancioni e ceppi, e penso che sto avendo un'allucinazione". Nei primi giorni trascorsi al Campo Raggi X, le condizioni di prigionia erano estreme.

Ai detenuti era proibito parlare con la persona che era nella cella a fianco e, ricorda Rasul, gli venivano somministrate minuscole porzioni di cibo: "Ti davano questo enorme piatto con un piccolissimo mucchietto di riso e pochi fagioli".

Dopo circa una settimana ai prigionieri fu permesso di parlare con i detenuti delle celle adiacenti, e poche settimane piu' tardi gli furono consegnate delle copie del Corano, un tappeto di preghiera, lenzuola e asciugamani.

Tuttavia ciascuno di loro fu testimone di attacchi brutali o ne subi' in prima persona, in modo particolare da parte della squadra anti sommossa di Guantanamo, la Extreme Reaction Force. Il suo acronimo aveva portato alla nascita di un nuovo verbo, una creazione originale dei detenuti di Guantanamo: erf-ing, "erf-are".

"Essere erf-ati, dice Rasul, significa essere sbattuti a terra da un soldato che brandisce uno scudo anti sommossa, essere inchiodati al terreno e assaliti". Iqbal e Rasul si trovavano alle estremita' opposte dello stesso blocco di celle e gli era proibito parlarsi.

Non c'era quasi niente da fare. "Il tempo passa", dice Rasul. "Fissi nel vuoto e le ore trascorrono ticchettando. Osservavi la gente e ti rendevi conto che avevano dato i numeri. Non c'era piu' niente nei loro occhi. Non parlavano".

Mentre le settimane di prigionia diventavano mesi, qualche volta vedevano degli psichiatri. La risposta era sempre la stessa: un'offerta di Prozac. Durante la mia visita a Guantanamo, lo staff medico del campo mi disse che almeno un quinto dei detenuti prendeva degli antidepressivi.


DIVIETI - Era impossibile conoscere a fondo le regole e sapere come evitare le punizioni. Solo una regola era importante, dice Rasul: "Devi obbedire a qualsiasi cosa il personale del governo statunitense ti dica di fare".

A meta' del 2002 i prigionieri vennero spostati dalle gabbie aperte con muri di rete del Campo Raggi X ai blocchi di celle metalliche prefabbricate di Camp Delta. La', la punizione standard era essere trasferiti in isolamento, nell'ala di deprivazione sensoriale. Una volta, dice Ahmed, ci fu mandato per aver scritto "Buona giornata" su una tazza di polistirene. Questo venne considerato "un danno premeditato alle proprieta' del governo americano".

In un'altra occasione fu punito per aver cantato. Le celle erano all'incirca delle dimensioni di un materasso matrimoniale, fatte di rete e metallo, esposte all'implacabile afa tropicale, senza aria condizionata. Al loro interno c'era un buco nel pavimento da utilizzare come gabinetto, un rubinetto che lasciava uscire acqua gialla e che era piazzato cosi' in basso che bisognava inginocchiarsi per usarlo, e uno stretto riparo di metallo.

A parte gli interrogatori, l'unica pausa in questa monotonia erano le docce e i 20 minuti di esercizi fisici, due o tre volte la settimana.

"Quando ci trovavamo nello stesso blocco di celle con persone che parlavano inglese, ritornavamo sulle stesse conversazioni, piu' e piu' volte", dice Ahmed. "Presto avevi esaurito tutte le possibilita', e ti ritrovavi a ripetere la stessa storia quattro o cinque volte".

Perfino questo, comunque, era meglio del blocco di punizione in isolamento, o del destino che Iqbal dovette sopportare per cinque mesi nel 2002: essere messo in un'ala in cui tutti gli altri prigionieri parlavano solo cinese.

Nel secondo semestre del 2002, gli interrogatori furono sospesi. Ma dall'inizio del 2003 gli incontri con l'Mi5, l'Fbi, la Cia e i servizi segreti militari statunitensi divennero sempre piu' frequenti.

Rasul dice: "Iniziarono a chiamarci e richiamarci, ci mostravano delle foto e ci dicevano: questo tizio dice che hai fatto questo, questo dice che hai fatto quest'altro. Quello che volevano dire era che altri detenuti stavano imbastendo delle storie che pensavano potessero aiutarli a uscire dal campo".

IL VIDEO - Gli addetti agli interrogatori utilizzavano anche lo schema del buon poliziotto e del cattivo poliziotto. "Faceva paura, anche se sapevo che cosa stavano facendo". Meno divertenti erano le condizioni in cui gli interrogatori venivano condotti.

Durante le loro "interviste", i detenuti indossavano il completo tre pezzi ed erano ammanettati al pavimento. L'estate scorsa la situazione dei tre di Tipton prese improvvisamente una brutta piega.

Gli americani avevano un video di un incontro avvenuto nell'agosto 2000 tra Osama Bin Laden e Mohamed Atta, il capo dei dirottatori dell'11 settembre. Dietro Bin Laden c'erano tre uomini, e nel maggio 2003 qualcuno sostenne che erano Iqbal, Rasul e Ahmed. Alla fine, dice Rasul, uno dei capi addetti agli interrogatori arrivo' da Washington e gli mostro' il video.

Dichiaro' con fermezza che l'uomo nel video non gli assomigliava, ne' a lui ne' ai suoi amici, e che nessuno di loro aveva mai avuto la barba. Nell'agosto 2000, quando il video era stato girato, lui stava lavorando per una filiale della catena di negozi di elettronica Curry's, ed era iscritto all'Universita' dell'Inghilterra centrale.

Un fatto, suggeri', che si poteva facilmente controllare. Invece "mi dissero che potevo aver trovato qualcuno che lavorava con me da Curry's che poteva aver falsificato i dati sul mio impiego. Arrivai al punto di non poterne semplicemente piu'. Fate quel che dovete fare, gli dissi. Me ne ero rimasto seduto la', in isolamento, per tre mesi, percio' dissi si', sono io. Andate avanti e processatemi".

Gli altri due fecero una confessione analoga.
Lo scorso settembre, fu l'Mi5 che per una volta li aiuto', quando i suoi funzionari arrivarono al campo con le prove che dimostravano che i tre non potevano trovarsi in Afghanistan nel momento relativo alle accuse.

Rasul dice: "Potevamo provare il nostro alibi. Ma che cosa succedera' agli altri, in particolare quelli che vengono da Paesi in cui dati simili potrebbero non essere disponibili?".

Per coloro che confessano, e non riescono a sostenere i loro alibi, e' in attesa un processo da parte di una commissione militare statunitense e una possibile condanna a morte. Quelli che sono stati accusati non si trovano piu' a Camp Delta, rivelano i tre uomini. Sono stati spostati in un nuovo centro di massima sicurezza, al di fuori del recinto principale, Camp Echo (Campo Eco).

Li', dicono i tre, ci sono anche i britannici Feroz Abbasi e Moazzem Begg, e l'australiano David Hicks.
Un dettaglio della vita di Hicks all'interno della baia di Guantanamo rivela i mezzi disperati escogitati dai prigionieri nel tentativo di mantenere la propria sanita' mentale.

Tiene occupata la propria mente cacciando e uccidendo topi. Piu' di un anno fa, raccontano i tre uomini, Hicks ha rinunciato all'Islam e si e' rasato la barba. Non risponde piu' al richiamo per la preghiera.

David Rose

Note:
Fonte: Corriere della sera, domenica 14 marzo 2004
(c) The Observer - Traduzione di Gabriela Jacomella


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giovedì 31 gennaio 2008

Dal 2003, oltre un milione di morti iracheni

Uno studio condotto dall'istituto britannico ORB (Opinion Research Business) e dalla controparte irachena IIACSS (Independent Institute for Administration and Civil Society Studies), hanno dichiarato che le vittime irachene della guerra preventiva e permanente che il civile occidente ha dichiato nel 2003, con in testa gli USA, ha provocato fino ad ora 1.033.000 morti.
La stima appare veritiera ed stata condotta attraverso interviste a quasi 2500 adulti iracheni, il 20% dei quali ha dichiarato che uno o più dei propri parenti è stato ucciso. Poichè nel 1997 erano censite in iraq oltre 4 milioni di famiglie, è stato calcolato di conseguenza il numero di iracheni caduti in questa assurda guerra.
Ed il numero di vittime è probabilmente sottositmato, visto che lo studio ha riguardato 15 delle 18 province irachene e che le tre rimaste fuori dal computo sono quelle di Kerbala (sciita), Anbar (sunnita) e la provincia curda settentrionale di Erbil, dove si sono registrate tra le maggiori e più sanguinose violenze. La stesso istituto britannico infatti, pone un margine di errore nella stima, ma comunque la conta dei morti ammazzati nella popolazione irachena non andrebbe al di sotto dei 950.000 unità. Ma non sono gli unici numeri di questa folle guerra.

Tra le vittime della guerra irachena, devono essere inclusi i suicidi dei reduci americani, che sono stati stimati, tra il 1995 e il 2007, in 2200. In realtà, in questo caso pare il Pentagono abbia voluto mascherare la reale portata di questa guerra intestina. Altre fonti parlano infatti di almeno 15.000 suicidi. Una vera epidemia. Che va ad aggiungersi alle migliaia di soldati morti nei teatri di guerra iracheni.
Numeri volutamente nascosti dall'amministrazione americana, che ha basato tutta la sua politica (sia estera che interna) sulla guerra preventiva e permanente. Con la maschera di difensori della civiltà, hanno propagandato la necessità di portare la guerra in Iraq a causa della disponibilità del paese mediorientale di armi di distruzioni di massa. Ovviamente tutti oggi sappiamo che quelle armi lì non c'erano, confermati da alcuni dossier che indicavano, già prima degli attacchi del 2003, l'assenza di tali armamenti in Iraq.
E forse quei numeri sono volutamente ridotti, per minimizzare il dramma e l'atrocità di questa guerra. Così si nascondono il numero dei suicidi e le loro cause, spesso riconducibili alla disperazione, per la vista costante di corpi martoriati, smembrati e spesso di bambini uccisi, vittime innocenti.
Proprio su di loro, sui bambini, si abbatte più spitatamente la crudeltà di questa guerra infame, che ha già fatto oltre 4.000.000 di orfani, tanti altri sono morti, di cui (dato del 2005) oltre 120.000 non avevano ancora compiuto 5 anni.
E ancora si calcola che ogni mese 25.000 bambini siano costretti a cercare rifugio in altre parti del paese o fuori dai confini, seguendo le sorti degli altri 75.000 bambini che fino a quest'anno erano stati costretti a fuggire altrove.
Ma quando riescono a beffare la morte provocata da una bomba a grappolo o quando una bomba al fosforo bianco è stata fatta esplodere lontano dalle loro case, quei bambini rischiano la morte per la malnutrizione, che li colpisce una volta su quattro. E seppure riusciranno a vivere di stenti, si porteranno anche il ricordo dell'assenza di cibo, perchè malattie croniche ed acute da malnutrinzione li accompagneranno probabilmente per tutta la vita.

Noi intanto, siamo fortunati. Non siamo più neanche costretti a vedere crude immagini di questa assurda guerra in televisione. E comunque non abbiamo nulla da temere, nel caso dovessero da un momento all'altro ricomparire, possiamo sempre cambiare canale.

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