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martedì 4 agosto 2009

Innse: i manganelli a difesa della speculazione.

Quando ad una lotta operia, di lavoratori che pretendono i loro diritti, si risponde con la forza, allora è davvero il tempo di preoccuparsi. Nei rapporti di lavoro alla Innse si è inserito il governo, non con il ministero delle attività produttive, non con il ministero del lavoro. Il governo interviene con il ministero dell'interno, con la polizia schierata in assetto antisommossa, con la forza dei manganelli. Il governo italiano, come nelle peggiori tradizioni dei governi dittatoriali, tra i bisogni dei lavoratori ed il cinismo speculativo padronale, si schiera con quest'ultimo.

Questo sta accadendo alla Innse, dove 50 operai resistono da oltre un anno alla chiusura di un'azienda non in crisi, occupandola e gestendola. Ma con la speculazione aziendale, con la vendita dei macchinari e con i terreni su cui è costruito il capannone che sono una attrazione troppo forte in vista dell'Expo milanese del 2015, si fanno molti soldi e si fanno veloci, pensa Genta, il padrone della Innse. Soprattutto se si tiene conto che lo stesso Genta, il magnaccio di un lavoro considerato prostituzione, ha acquistato pochi anni fa l'azienda a quattro soldi.

Ora quegli operai, trattati come qualsiasi merce usa e getta, non servono più. La fabbrica, dice Genta, deve chiudere per fare spazio alla speculazione e gli operai devono uscire dall'azienda che hanno occupato. Devono uscire anche con la forza, pensano i papponi del lavoro fatto merce. Ma la forza, pensano quelle stesse persone, è bene usarla una domenica mattina di agosto. Quando regna il sonnambulismo dell'Italia in ferie e delle distrazioni vacanziere. Nessuno deve accorgersi dello sgombero forzato di una fabbrica da oltre un anno autogestita dai lavoratori.
I padroni hanno paura di 50 operai uniti nella lotta per il lavoro. Perchè sanno che una vittoria all'Innse, sarebbe una vittoria simbolo della lotta dei lavoratori per i loro diritti e quella vittoria potrebbe stimolare nuove rivendicazioni. Questo è il timore che hanno i padroni. E se questo è l'effetto che fa la lotta di 50 operai, cosa si può ottenere in una lotta unitaria e generalizzata? L'autunno è vicino. Speriamo sia caldo.

Intanto, dopo il fallimento degli incontri istituzionali avvenuti in Regione e Prefettura, continua il presido degli operai in lotta. Quattro di loro sono riusciti a forzare il blocco delle forze dell'ordine e sono entrati all'INNSE di via Rubattino a Milano. Due dei quanttro lavoratori sono saliti su una gru e si rifiutano di scendere. Minacciano di restare su quella gru fino a quando non saranno accolte le richieste dei lavoratori dell'Innse. Hanno bisogno di tutto il sostegno possibile. Chiunque possa, si rechi in Via Rubattino a Milano, per sostenere la lotta degli operai dell'Innse. La loro lotta è la lotta di tutti.

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lunedì 26 gennaio 2009

La paura in appalto

Paura. Paura. Paura. E' la parola d'ordine della politica italiana. E' l'attuale imperativo politico del governo.
Una paura fatta percepire come se nessuna donna potesse più passeggiare nelle strade cittadine. Come se nessuno potesse più dormire tranquillo in casa propria. Come se da ogni angolo dovesse sbucare un rapinatore armato di coltello. E quello stupratore, quel ladro, quel rapinatore, è quasi necessariamente straniero. Meglio: extracomunitario. Se di colore di colore o con un accento dell'Est europeo, meglio ancora.

Importa che i reati violenti sono in diminuzione costante da diversi anni ad oggi? No, non conta. E non conta che le violenze sulle donne avvengono, per la stragrande maggioranza dei casi, entro le mura domestiche. Non conta che circa un terzo dei detenuti siano in attesa di primo giudizio. Ciò che conta, è che si abbia paura.
Perchè la paura genera profitto! Non può essere solo per un mero rafforzamento del consenso politico, che si alimenta la paura. Non avrebbe senso. Della paura c'è bisogno perchè la paura alimenta un suo mercato. Negli USA esiste già ed è un mercato floridissimo, come ha spiegato in "Shock economy" Naomi Klein. E gli spunti per questo ragionamento in questi giorni non sono mancati.

Di nuovo è emergenza criminalità e parte un nuovo balletto di proposte: la Gelmini vorrebbe installare un telecamera di videosorveglianza in ogni aula scolastica; il ministro Alfano propone la costruzione delle carceri per mano di privati; Maroni e La Russa intendono spargere per le strade italiane 30mila militari.
Ognuna di quelle proposte ha dietro di sè un mercato enorme. Anche l'invio dei militari nelle città potrebbe essere la premessa ad un futuro sistema di appalti di alcuni servizi militari, con la giustificazione di un risparmio per le casse dello Stato. Come spiegare altrimenti un'operazione che secondo il Siulp (il sindacato di polizia)potrebbe arrivare a costare 620 milionidi euro, senza che possa dare risultati concreti? Con quella cifra, dice lo stesso Siulp, «potrebbero essere assunti quasi 20.000 poliziotti che sono professionisti della sicurezza e non della guerra come i militari».

La politica della tolleranza zero, della sicurezza, della paura, sta facendo il suo salto di qualità. Sta andando oltre l'aspetto prettamente politico. Non siamo più al livello di dibattito sul come prevenire o come reprimere gli episodi criminalità. Siamo molto oltre. Siamo al salto di qualità della deriva autoritaria in nome di una guerra ad un presunto, inventato ed indefinito «esercito del male».
Si stanno aprendo le gare di appalto per dare in gestione le linee di produzione della fabbrica della paura. Ed intanto si sta svendendo un pezzo per volta la democrazia di questo sgangherato paese.
Siamo in emergenza democratica. Ma non ce ne accorgiamo. Perchè siamo troppo impegnati a dargli ad un qualche immigrato.

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giovedì 22 gennaio 2009

11° : vietato manifestare ...

... non è scritto sulle tavole della legge che Dio consegnò a Mosè sul Monte Sinai. L'undicesimo comandamento lo sta scrivendo il ministro Maroni, anche se non direttamente sulle tavole. Che ci vorrebbe martello e scalpello, ma non tanto per la durezza delle pietre, quanto per il merito della proposta che ha un sapore del passato, vecchio ... un po' fascista.
Il ministro Maroni sta infatti lavorando ad una direttiva, che sarà inviata ai prefetti nei prossimi giorni e che impedisca di manifestare vicino a luoghi di culto, centri commerciali, monumenti. E lo stesso ministro ad avere motivato la direttiva, dicendo che sarà emessa «affinchè fatti come quelli avvenuti davanti al Duomo di Milano non abbiano a ripetersi». E con questa premessa non credo sia plausibile ipotizzare che tra le intenzioni di Maroni, ci sia quella di vietare una processione del santo patrono nelle vicinanze di una sinagoga, o di una moschea o anche di una chiesa valdese. Ancor meno si riesce ad immaginare che venga impedito il passaggio della via crucis nelle vicinanze del Colosseo.

Ed allora le ipotesi si riducono sostanzialmente a due: la prima è quella che si tratti di un'iniziativa di facciata. La solita per mantenere alto l'animalesco sentimento xenofobo del popolo celodurista. Un'operazione per accontentare elettori, che spesso tengono insieme l'avversione contro ogni diversità (religiosa, culturale, etnica, fino alle differenze di acconciatura) e l'idolatria del libero mercato. Anche perchè quando una manifestazione occupa spazi pubblici, gli organizzatori sono già costretti a richiedere autorizzazione alla Questura. Questa deciderà sull'autorizzazione a manifestare ed anche nel merito del percorso. Pertanto delle limitazioni a manifestare ovunque si ritiene opportuno, a ragione o a torto esistono già.

La seconda ipotesi è che l'annunciata direttiva di Maroni, volendo impedire manifestazioni nei pressi di luoghi di culto, monumenti e centri commerciali, sia un impedimento di fatto ad esprimere un dissenso, visto che di chiese sono disseminate tutte le italiche città, dal centro storico fino alla periferia. Così come di monumenti che, seppure nelle periferie non pullulino, ci sono i centri commerciali a fare da altare innalzato ad un dio commercio, anche questo, a detta di Maroni, inviolabile.
Un divieto a dissentire verso determinati gruppi. Infatti, come se non bastasse, Maroni ha in mente di fare pagare agli organizzatori una cauzione come garanzia per eventuali danni. Con molta probabilità family-day e simili non avranno bisogno di fornire garanzie. E comunque è facile pensare che queste manifestazioni non abbiano problemi finanziari.
Insomma, i luoghi preposti alle manifestazioni contro le politiche autoritarie, per l'integrazione, per il lavoro e contro la precarietà, ecc., si riducono alle paludi metropolitane, dove l'unica risposta alle rivendicazioni che può essere percepita è l'eco degli slogan.
Ma a conti fatti, quelle due ipotesi sono possibili entrambi. Anzi credo che l'una alimenti l'altra, in un gioco perverso in cui a rimetterci è la democrazia italiana.

Si sta per chiudere il cerchio che questo prepotente governo sta tracciando. Prima scelte autoritarie contro intere cittadinanze; poi l'esercito nelle strade ed i manganelli a garantire le imposizioni del regime; pochi giorni fa l'abrogazione di norme che garantiscono i cittadini contro i soprusi delle forze dell'ordine, ed anche la reintroduzione del reato penale di oltraggio a pubblico ufficiale. Fino a oggi, con il divieto di fatto a manifestare.
Ormai solo l'imbecillità può fare non temere per la democrazia in questo Paese.

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giovedì 15 gennaio 2009

"Signorsì"; "mi scusi"; "ha perfettamente ragione"; "le porgo i miei ossequi" ... signor poliziotto

"Signorsì"; "mi scusi"; "ha perfettamente ragione"; "ho commesso un errore"; "lei fa solo il suo dovere"; "me lo sono meritato"; "le porgo i miei ossequi" ...
Da oggi in poi, non è possibile rivolgersi ad un pubblico ufficiale che con termini come questi. Il rischio è quello di soggiornare per tre anni nelle patrie galere. Perchè il Senato ha reintrodotto nel codice penale, il reato di oltraggio a pubblico ufficiale abrogato dieci anni fa. E poichè poco prima, quel "satiro" di Calderoli aveva invece abrogato l'articolo 4 del decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 14 settembre 1944, nel quale era previsto che i cittadini sono esenti da sanzioni «quando il pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio o pubblico impiegato» abbia causato la reazione dei cittadini «eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni», si capisce come il Partito dei Liberticidi cerchi di imporre una totale sottomissione dei cittadini all'autorità.

La parola di un pubblico ufficiale torna ad essere insindacabile, non contestabile. I suoi atteggiamenti possono anche essere sbagliati o arbitrari, può compiere abusi ed andare oltre le sue funzioni, ma comunque sempre non contestabili. Trovarsi di fronte ad una divisa vorrà dire doversi prostrare al suo cospetto, senza contraddire chi quella divisa la indossa, per non rischiare una denuncia.
Ovviamente esultano i sindacati di polizia, che parlano di «rafforzamento dell'autorevolezza dello stato e di credibilità delle Istituzioni». I poliziotti ritengono che «su questa strada bisogna proseguire per rendere più incisiva l'azione di polizia e più autorevole l'immagine della Polizia di Stato». La divisa torna ad essere simbolo di autorità incontestabile e chi la indossa un uomo al servizio di questa e quindi dell'autorità, più che del cittadino. L'autorevolezza ed il prestigio ricercati nella sottomissione dei cittadini, anzichè nel rafforzamento della stima di questi.

Ma le forze di polizia il loro credito l'hanno perso in Piazza Alimonda a Genova nel Luglio del 2001; la loro onorabilità è rimasta fuori dalle stanze della caserma di Bolzaneto e della scuola Diaz. Le divise si sono macchiate quando hanno massacrato Federico Aldrovandi, fino ad ucciderlo. Il rispetto per la divisa non lo si può chiedere a chi si ritrova con le ossa rotte ed il naso spaccato dai tonfa usati impugnandoli al rovescio.
Un pennacchio portato su un cappello non è garanzia di prestigio ed onorabilità incondizionata, anche quando stabilito per legge.

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venerdì 14 novembre 2008

Pensavo fosse Stato di diritto ed invece era cesarismo

In questi giorni ho provato un senso di profondo disorientamento. Alcuni avvenimenti politici, di cronaca, notizie in genere, hanno rischiato di mandarmi seriamente in confusione. Ho temuto che quel poco che avevo imparato dalla vita e da qualche lettura, non fosse ad un tratto più valido.
Tra le altre cose, sapevo ad esempio, che lo stato di diritto ponesse le sue basi su un agire (dello Stato) sempre conforme alle leggi. In primo luogo su un agire sottoposto ai vincoli costituzionali.
Supponevo, forse ingenuamente, che quello italiano fosse uno stato di diritto. Mi aspettavo quindi che lo Stato italiano, si dovesse porre a salvaguardia del diritto e delle libertà dei cittadini che abitano la Repubblica. Poi, appunto, quei fatti politici e di cronaca.

Ho scoperto, quindi, che lo Stato italiano, con la sua forma approssimata di separazione dei poteri, tutela il "diritto" delle forze dell'ordine alla "libertà" di pestaggio e di tortura. Questo diritto è tanto tutelato dallo Stato italiano, che non solo assolve chi è a capo dei pestatori e dei torturatori, ma addirittura li promuove. Ho scoperto questa cosa, grazie a dei giudici che hanno preferito non giudicare. Quei giudici si sono sottratti dal giudicare un potere, che a Genova, nel 2001, in occasione delle manifestazioni contro il G8, ha deciso di mostrare il suo autoritarismo sospendendo i diritti costituzionali più elementari. Fino ad autorizzare se stesso all'uccisione sommaria in una pubblica piazza.
Ed ho scoperto che lo Stato italiano tutela il "diritto" di un governo a mortificare le libertà dei suoi cittadini, esautorando propri rappresentanti che credono ancora nella validità dei dettati costituzionali. Ad esempio, rimuovendo dalle proprie funzioni il prefetto di Roma, Carlo Mosca in carica soltanto da poco più di anno. Ma quel prefetto, forse ingenuo come me, aveva osato rifiutarsi dall'eseguire l'ordine superiore di prelevare le impronte digitali ai bambini di etnia rom. Constatando (l'ingenuo prefetto) che quell'ordine andava contro alcuni principi fondamentali della Costituzione.

Insomma, ho dovuto scoprire che lo Stato decide di arrogarsi in maniera violenta il diritto a porsi al di sopra delle sue leggi e della sua Costituzione. Mentre ai cittadini rimane il dovere di adeguarsi alla volontà dell'autorità, che si fonda sull'arroganza di potere arbitrario.
Ed ho scoperto quindi che lo Stato ci vuole non cittadini ma sudditi, pacati, consenzienti e timorosi del suo cesarismo. Ma io, magari ingenuamente, continuerò a voler essere un cittadino. Che vuole resistere.

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giovedì 30 ottobre 2008

Roma, 29 ottobre 2008. L'insegnamento di Kossiga.


Il 23 ottobre scorso, Quotidiano Nazionale pubblica un'intervista di Kossiga che dice:
"Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero ministro dell'Interno. In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perche' pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito... Lasciar fare gli universitari. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle universita', infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le citta. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovra' sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pieta' e mandarli tutti in ospedale - ha continuato - Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in liberta', ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine si".

Poi capita che ...



Non c'è troppo da stupirsi. I metodi sono vecchi di 40 anni. Sono metodi di repressione già ampiamente applicati nel G8 di Genova nel 2001. Il governo è quello di sette anni fa, con qualche velina in più e sempre meno democrazia.

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mercoledì 29 ottobre 2008

Prove di ordinaria repressione

Mi riesce un po' difficile scrivere in questo momento. Sono parecchio incazzato e profondamente indignato.
Questa mattina è stato approvato il DL 137/2008. La riforma della scuola ad opera di Gelmini. Qualcuno dice che di riforma non si tratta, trascurando come pesantemente metterà mano al sistema scolastico. Se per strada vi dovesse capitare di imbattervi in qualcuno che nega quanto il decreto sia devastante per l'istruzione pubblica italiana, stategli alla larga. Perchè potrebbe essere con molta probabilità, uno squallido fascista al soldo dei tutori dell'ordine costituito, o da costituirsi in forma autoritaria.

Le teste pensanti del costituendo regime, sono nascoste in sedi padronali, in organi di informazione e nelle stesse stanze politiche. Sempre in alto, ovunque esse si trovino. Sempre in posizioni ben visibii e protette e dalle quali possono sbraitare qualunque cosa, senza temere alcuna conseguenza. Tanto sono gli stessi che impongono le regole del gioco antidemocratico.
E poi ci sono i mandanti delle pratiche di regime. Seduti comodamente su comode poltrone politiche. Assumono il controllo esecutivo e rappresentativo e tentano l'assalto al potere giudiziario.
Ed infine, in basso a questo organigramma di potere dispotico mascherato, gli esecutori materiali delle decisioni prese. Armati di bastoni, completamente neri o ornati del tricolore. In divisa completamente nera o con uno "spezzato", e con ai piedi generalmente degli anfibi. E soprattutto con in comune l'inclinazione al pestaggio.
Tutti questi strani figuri, ovunque gerarchicamente si trovino, mostrano una particolare propensione alla repressione delle forme di dissenso. Ed il percorso di approvazione della riforma "ammazza-scuola", ne è l'ultimo emblamatico esempio.

Nel corso della sua approvazione, organi di informazione incitano ad usare la forza contro chi manifesta pacificamente la propria contrarietà al provvedimento. Il governo ascolta ed annuncia l'uso della polizia. Per la gioia degli istigatori.
Ma non è così che si ferma una protesta. Ci vuole dell'altro. Lo sa bene Kossiga, che consiglia di infiltrare loschi personaggi nella protesta, accendere la miccia della violenza ed avere così la giustificazione a reprimere nel sangue il dissenso. E guarda caso oggi, a decreto approvato, mercenari fascisti armati di bastone, parassiti della democrazia, introducono nella protesta in germe della violenza. Al grido di "Duce, Duce" hanno scientemente provocato incidenti e picchiato pacifici studenti. E mentre questi servi di un potere autoritario picchiavano, altri uomini con altre divise sembravano distratti.

Salutiamo allora l'arrivo al potere di un nuovo regime. Ma non certo con un inchino. Semmai al grido di RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE!

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giovedì 23 ottobre 2008

Ora il re (Silvio IV) è nudo ... ed ha paura.

L'arroganza del potere non ha spaventato studenti ed insegnanti in lotta. Dalla scalinata della facoltà di lettere e filosofia de La Sapienza, si sente urlare "Noi non abbiamo paura di Berlusconi e non abbiamo paura della Gelmini". Il movimento nato dalla protesta contro la riforma della scuola e delle università targata Gelmini, non teme le minaccie di Berlusconi.
Ed ora il re (Silvio IV) è nudo. Ha gettato definitivamente la maschera. Si è mostrato in tutta la sua versione reazionaria. Sotto il doppiopetto si scorge ormai la divisa. E come nella fiaba di Andersen, mentre una gran folla di cittadini e cortigiani elogia le politiche berlusconiane di decisionismo e tolleranza zero, l'incantesimo si spezza davanti agli occhi dei più giovani, che gridano quello che altri non vogliono vedere: una politica fatta a servizio di pochi, contro i diritti di tutti gli altri.

Adesso è il re ad avere paura. Ora ha (deve) avere paura del giudizio dei cittadini. Ora il re e la sua corte temono di dover indietrggiare. Perchè se non passerà la riforma della scuola, se la Gelmini sarà costretta a dimettersi dalla carica di ministro, il governo avrà perso una battaglia importante. Una sconfitta politica sulla riforma della scuola e delle università, potrebbe trascinare con sè l'intero impianto conservatore di questo governo.
Nella riforma scolastica sono infatti racchiusi i peggiori elementi reazionari, delle politiche di questo governo di parrucconi: diritti a pagamento; razzismo; restaurazione; sostegno al capitalismo; svuotamento del servizio pubblico; privatizzazioni; licenziamenti; precarietà; ...
Ora il re ha paura, perchè essendo rimasto nudo teme che anche tutti gli altri possano vederlo senza vesti. Così alla lotta contro la riforma della scuola e delle università, potrebbero unirsi i lavoratori, i precari, i pensionati. Potrebbe nascere un movimento che comprenda, oltre agli studenti, anche il mondo del lavoro e delle reti antirazziste, uniti a chi lotta in difesa del territorio contro scempi ambientali, insieme alla sinistra extraparlamentare. Augurando magari a Veltroni ed il suo PD, un risveglio dallo stato di allucinazione politica nel quale si sono trascinati, che fa vedere loro re Silvio IV ancora in doppiopetto. Magari solo un po' sbottonato.

Re Silvio IV ora ha paura, perchè sa bene che se gli studenti gridano tanto forte da svegliare dall'ipnosi la maggioranza dei cittadini, questa comincerà a guardare lui anzichè l'abito che si è fatto cucire addosso.

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mercoledì 22 ottobre 2008

Non sentite uno strano ronzio?

Non sentite uno strano ronzio? Non avvertite una certa corrente d'aria intorno a voi? Eppure le zanzare dovrebbero aver cessato di dare fastidio con la fine dell'estate. E quell'aria non somiglia affatto ad una gradevole brezza marina.
Non effetti della calura estiva quindi, ma dell'affacciarsi dell'autunno caldo certamente. Quel ronzio e quell'aria, sono gli effetti della risposta del regime berlusconiano alla protesta contro il decreto Gelmini. Si tratta del rumore e dello spostamento d'aria, dovuti al mulinare dei manganelli di Stato. Quello Stato che si mostra sempre più autoritario, che assume sempre più i contorni di un Stato repressivo.
Berlusconi ha accompagnato la Gelmini in conferenza stampa, come fosse il curatore di una ministra interdetta ed in perfetto stile dispotico, riferendosi all'occupazione di scuole ed università, ha fatto il suo annuncio:
"convocherò oggi pomeriggio Maroni per dargli indicazioni su come devono intervenire le forze dell'ordine ... L'ordine deve essere garantito ... Al ministro Gelmini dico: andiamo avanti".
Mancava da dire solo qualcosa del tipo "Nessuno può fermarla. Nessuno la fermerà" e "Vincere e viceremo", che la simmetria con un certo passato sarebbe stata nitida.

Lo stato da ordine e polizia si va sempre più delineando. Dopo il primo consiglio dei ministri a Napoli, con la minaccia di uso della forza per garantire le decisioni dell'autorità; ora gli avvertimenti repressivi sono indirizzati verso studenti, professori, ricercatori, genitori che si oppongono alla riforma della scuola e delle università targata Gelmini. I primi segnali sono stati già dati ieri a Milano, dove i manganelli e gli scarponi della polizia hanno cominciato a fare sentire il loro peso.
Rimane una constatazione: questo movimento fa paura. Questo autunno appena iniziato comincia a fare sentire il suo calore. Comincia a bruciare le chiappe ad un governo che vuole imporre decisioni con la forza. Questo movimento, nato quasi spontaneamente e sviluppatosi molto rapidamente, potrebbe strappare le carte dove il governo sta appuntando le sue sciagurate ipotesi di stato sociale, di sistema economico, di apparato politico.

Se questo movimento durerà abbastanza per fermare la virata autoritaria, nessuno credo lo possa dire, in questo momento. Ma credo sia necessario legare questo movimento, a tutti gli altri movimenti in lotta per il lavoro e per la difesa del territorio. Altrimenti questo governo potrebbe avere gioco facile nella repressione del dissenso, tipico di regimi anche più recenti di quello fascista. Si notano già importanti similitudini con l'affermazione di diverse forme di governo autoritarie: la smania di decisionismo; l'uso sistematico della forza; la situazione di grave crisi economica.

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lunedì 21 luglio 2008

Michele Fabiani esce dal carcere. Ma continua la battaglia per la verità e la libertà

Michele Fabiani è un giovane anarchico di Spoleto. Fu arrestato il 23 ottobre 2007 insieme a quattro suoi amici: Andrea Di Nucci, Dario Polinori, Damiano Corrias e Fabrizio Reali Roscini; nell'ambito della cosidetta "Operazione Brushwood" con l'accusa di far farte di una cellula anarco-insurrezionalista denominata COOP-FAI.
Dal blog Liberate Michele Fabiani sono felice di apprendere che a Michele sono stati almeno concessi i domiciliari, dopo aver passato quasi 9 mesi in carcere, 100 giorni di isolamento a Perugia e la detenzione in EIV a Sulmona.
E' stato fatto un importante passo avanti. Almeno gli occhi di Michele potranno ora osservare oltre le grigia mura di un carcere. Non significa però che la repressione ai suoi danni sia conclusa, perchè di fatto la verità non è ancora venuta a galla e di fatto non gli è stata ancora restituita la libertà.

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martedì 15 luglio 2008

Sentenza Bolzaneto: il gattopardo in tribunale

Mai era avvenuto nella storia dell'Italia repubblicana, che un gruppo sostanzioso di responsabili delle forze dell'ordine (oltre che di personale sanitario) fosse condannato da un tribunale. E' accaduto per la prima volta per il processo sulle infami violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 di Genova del luglio 2001: dopo 11 ore di camera di consiglio, il tribunale di Genova ha condannato 15 dei 45 imputati a ventitre anni e nove mesi di reclusione, contro la richiesta dei pm di condanne per oltre 76 anni di carcere.

Si può essere dunque soddisfatti di questa sentenza? Si può perciò dire che è stata fatta giustizia, almeno in parte? Certo, di fatto è stato confermato che in quella caserma sono avvenute delle violenze, ed è stata riconosciuta una responsabilità di certi funzionari. Sembra poi di poter leggere nella sentenza del tribunale di Genova un riferimento a responsabilità politiche, nelle violenze avvenute a Bolzaneto, visto che il ministero dell'interno è stato condannato a risarcire le vittime di quelle violenze.
E allora ripeto la domanda: si può essere dunque soddisfatti di questa sentenza? No! E' la mia risposta. Non tanto perchè i condannati non faranno nemmeno un giorno di carcere, grazie anche alla prescrizione del reato. Questa sentenza rimane ingiusta perchè vi si legge il tentativo di far credere che i colpevoli di reati del genere non rimangono impuniti, ma nel frattempo si mantengono di fatto posizioni di privilegio, che consentono a chi si trova su certo lato della barricata, di godere di una certa "libertà di azione", permessa anche quando questa limita arbitrariamente l'altrui libertà ed i diritti fondamentali della persona.
Un atteggiamento gattopardesco che ha permesso la prescrizione di reati gravissimi ed addirittura di considerarli lievi, e che spesso ha consentito la promozione di funzionari imputati nei processi sulle violenze del G8 genovese. Un atteggiamento favorito da una politica "distratta", che non si è accorta della portata dell'intera vicenda e che non ha mai ritenuto necessario introdurre nel codice penale il reato di tortura, a più di vent'anni dalla ratifica della convenzione Onu che vieta la tortura.
Un'atteggiamento che ancora nasconde le responsabilità politiche sulle violenze poliziesche avvenute nelle piazze della manifestazione no-global, sulle torture di Bolzaneto e sulla macelleria messicana della scuola Diaz. Ed in questo clima, nel quale anche i media enfatizzano le assoluzioni titolando che non ci fu tortura, piuttosto che informare sulle condanne, non si può essere troppo ottimisti nemmeno sulla prossima sentenza sull'irruzione alla scuola Diaz.

Forse la sentenza sui fatti di Bolzaneto è stato fatto un piccolo passo avanti, ma la verità e la giustizia su quanto avvenuto a Genova nel luglio 2001, sono ancora lontani dall'essere raggiunti. Ed intanto lo stato di diritto e la democrazia reale nel nostro Paese, appaiono ancora concetti astratti.

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venerdì 16 maggio 2008

Non vogliamo l'integrazione, ma l'assorbimento dell'altro

«Questi extracomunitari vengono qui, ma non si vogliono integrare». Quante volte ho sentito pronunciare questa frase. Altrettante mi sono chiesto cosa intendesse dire, con quella frase, chi la pronuncia. Ed in particolare, mi sono ogni volta chiesto quale significato si volesse dare alla parola integrazione.
Wikipedia dice che:

"Il termine integrazione indica l'insieme di processi sociali e culturali che rendono l'individuo membro di una società."

Ora, se il significato del termine "integrazione" è quello detto sopra (e lo è), devo dedurre che quando lo stesso termine viene utilizzato, spesso gli si dà un significato diverso. In molti casi, "integrare" è utilizzato per significare "assorbire".
Quando sento una persona che si lamenta, perchè ad una comunità musulmana viene concesso uno spazio dove poter pregare, non credo di poter cogliere una volontà di integrazione, da parte di chi si lamenta. Allo stesso modo, pure sforzandomi, non riesco a riconoscere una volontà di confronto con l'altro, se noto che una piazza si svuota perchè frequentata da extracomunitari.
Se per essere accettato, un extracomunitario, un musulmano, un rom, una persona in genere con una cultura diversa, deve svuotarsi del suo essere per diventare quello che noi siamo, è chiaro che non c'è "integrazione", ma "assorbimento".
In casi se possibile peggiori, cioè quando si accetta che quelle stesse persone, facciano lavori quanto più umili e disprezzati dalla nostra cultura e nelle forme del peggiore sfruttamento del lavoro, e poi si protesta per la loro presenza, non si può usare il termine "integrazione". Si dovrebbe parlare di "consumo" di quelle persone, come forza lavoro da sfruttare. Braccia da "consumare" che quando diventano inutilizzabili, bisogna avere la possibilità di rispedire nelle discariche umane.
L'integrazione è ben altra cosa: è un rapporto tra diverse culture, che prevede anche la possibilità, consapevole ed accettata di modificare i propri usi e costumi, i propri valori e le proprie tradizioni. Una modificazione che significa arricchimento anche attraverso lo scambio delle esperienze e delle conoscenze.
D'altronde è proprio attraverso il mutamento e l'adattamento a nuove e diverse condizioni di vita, che le civiltà si sono evolute. Ma mi rendo conto sempre più, che quella che stiamo vivendo è una fase di forte regressione.

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giovedì 15 maggio 2008

E' ripartita la caccia alle streghe ... che oggi si chiamano rom

E' ripartita la caccia alle streghe e con essa un coro di banali, sempre uguali pregiudizi, carichi di ignoranza e mancanza di volontà a capire.
E' successo che una quattordicenne di etnia rom, è entrata in un'abitazione a Ponticelli nella periferia Est di Napoli per rubare, e quando è stata scoperta dalla proprietaria, questa la vede con in braccio sua figlia di pochi mesi. La ragazzina rom, malmenata dalla proprietaria di casa e quasi linciata dagli abitanti del quartiere, è salva forse solo grazie all'intervento della polizia.
A seguito del tentativo di furto e del presunto tentativo di rapimento, gli abitanti di Ponticelli danno alle fiamme il campo rom, con lancio di molotov. Prima ancora, un rumeno residente nella zona, regolare, operaio, non appartenente all'etnia rom, è accoltellato, per vendetta all'episodio del furto.
In quanti sarebbero potuti morire nel rogo? E quanti bambini avrebbero potuto bruciare vivi? Cosa importa. «Sono rom, bestie che rubano in casa e rapiscono i bambini!», secondo i luoghi comuni di cui parlavo prima. Detti da persone che «non sono razzista, ma gli zingari ...».
Luoghi comuni alimentati ad arte, dalla stampa con titoli a caratteri cubitali, per identificare nel rumeno, nel rom, nell'albanese, un potenziale delinquente. Dalla TV che sottolinea la nazionalità del pirata della strada di turno o del presunto protagonista di un fatto di cronaca. Dalla politica, che si ritrova il terreno pronto per la creazione di un nuovo stato di emergenza.
Emergenza sicurezza, emergenza immigrati, emergenza clandestini, emergenza rom; a cui fare seguire pacchetti sicurezza, leggi che creano la clandestinità che vorrebbero reprimere, leggi razziali e commissari speciali. E poi, e quindi, ancora paure, ancora rancori e tanta rabbia, scatenata verso quello più povero ed escluso, con il quale si dovrebbe tentare di creare un'idea di società della convivenza e di tutela dei diritti.
E invece ci tocca sentire il post-fascista Alemanno, neo-sindaco di Roma dire che «il lassismo [dello Stato] può generare la cultura della giustizia fai da te». Si grida la necessità di più sicurezza, più detenzione, pene più severe, che alimenteranno inevitabilmente, nuove emarginazioni, nuove paure ed altri rancori, utili per giustificare provvedimenti repressivi ed antidemocratici e le peggiori politiche sociali.

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martedì 18 marzo 2008

I giochi olimpici oscureranno la repressione

Come in ogni azione di repressione da parte di un determinato potere, anche per la vicenda tibetana di questi giorni, è in corso una vera e propria propaganda. Così, mentre il Dalai Lama accusa il governo cinese di compiere un «genocidio culturale», il primo ministro cinese parla di rivoltosi che hanno compiuto «saccheggi e incendi» ed hanno ucciso «in modo estremamente crudele cittadini innocenti». Intanto il governo cinese ha ora propibito l'accesso internet al sito Youtube, dopo che in rete sono comparsi diversi filamti amatoriali sulla repressione cinese in Tibet.
Rimane la certezza di una violenta e sistematica violezione dei diritti umani nei confrotni dei Tibetani, per le quali in questi giorni si elevano indignazioni da più parti. Ma alzi la mano chi conosce reali e concrete manifestazioni di protesta o presa di posizioni da parte di governi o altri centri di potere, che non siano semplici parole di condanna.

Nessuno di quei potentati che si mettono in fila per esprimere a turno parole di condanna, hanno mai fatto notare un'incrinazione nei rapporti politici ed economici con la Cina. Non è conveniente visto che, seppure si notano rallentamenti nell'economia cinese, rimane pur sempre un mercato da continuare a sfruttare. Dove poter importare prodotti per una popolazione molto numerosa; dove poter impiantare ancora per un po' fabbriche con mano d'opera a basso costo; dove quest'anno si svolgeranno le olimpiadi, fonte di guadagno per diversi poteri economici.
Sembra infatti siano stati spesi, per i prossimi giochi olimpici, circa 37 miliardi di dollari e di più ne frutteranno, secondo le stime. E' difficile allora immaginare un boicottaggio delle prossime olimpiadi. Potrebbe darsi che qualche atleta, spinto da personali convinzioni, decida non partecipare, ma resterebbe un caso isolato, che produrrebbe al più un piccolo spazio nei giornali o un accenno in qualche TG, per poi finire dimenticato il giorno successivo. Mentre un'azione di boicottaggio, per avere effetti concreti, dovrebbe partire dai comitati olimpici nazionali ed internazionali; dai governi; dalle federazioni sportive.
Possiamo stare pur certi che ciò non avverrà ed allora assistiamo oggi alle solite, ipocrite, insensate, inutili e nemmeno troppo dure parole di condanna verso la repressione cinese nei confronti dei tibetani; tra qualche mese, quando tutto sarà già dimenticato o scientemente oscurato, ci sarà concesso di goderci i giochi olimpici all'insegna del "volemose tanto bene", animati da penetrante spirito decoubertiniano.
Possiamo essere certi, che quell'evento non sarà disturbato dal fruscìo di tonache arancioni, che si muovono in corteo sulle strade; tantomeno dallo scoppio dei fucili della repressione cinese.




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