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mercoledì 1 luglio 2009

Con tutti questi incidenti ferroviari, nessuno può parlare di fatalità

Era una tragedia annunciata. Anche questa volta. L'ennesima volta. A Viareggio un treno deraglia ed il GPL contenuto nei vagoni cisterna esplode, coinvolgendo le case nei pressi dell'incidente e provocando molti e feriti. Una strage, appunto, annunciata.

Infatti non è la prima volta che eventi del genere si verificano. I delegati dell'assemblea nazionale dei ferrovieri, fanno presente che "La rottura di un asse di un carrello del vagone merci è un incidente tipico che non è stato mai tenuto nella giusta considerazione nonostante l'elevatissimo rischio connesso. Esso si è ripetuto innumerevoli volte, sempre fortunatamente con conseguenze meno gravi, da ultimo nei giorni scorsi sempre in Toscana, a Pisa S.Rossore ed a Prato". Ed a guardare gli incidenti ferroviari accaduti nel passato anche recentissimo, non si può che definire annunciata questa strage, per la quale è lecito chiedere le dimissioni dei vertici di RSI e del ministro dei trasporti. Dal 1944, sono avvenuti 338 incidenti ferroviari, nei quali hanno perso la vita 171 macchinisti ed altre 1353 persone non lavoratori nelle ferrovie. E per rimanere a quest'anno, quello di ieri è stato l'ultimo di 13 incidenti.

E nonostante quei numeri, c'è chi ha l'osceno coraggio di chiamare in causa la fatalità, il destino, il caso o la sfiga. I detrattori della fatalità, che sono gli stessi difensori del profitto ad ogni costo, non parlano di tagli alla manutenzione e riduzione dei costi sulla sicurezza; dei licenziamenti per chi denunciava certe pericolose condizioni di lavoro; dello smembramento del TU sulla sicurezza sul lavoro. Quei signori, quei manager la cui unica preoccupazione è avere il maggiore utile possibile, i rischi di incidente li conoscono bene e lì valutano e stabiliscono che certi rischi possono essere accettati. E questo atteggiamento, tipico della spietata cultura d'impresa dominante, è odiosa e barbara e perciò inaccettabile.

Quegli stessi signori, quegli stessi menager ed i politici che li appoggiano nelle loro scelte, gonfiano il petto di fronte alla presentazione di un nuovo treno ad alta velocità, che dovrebbe sfrecciare a 300 km/h su binari inadeguati e che rischiano di spezzarsi come già accaduto e come denunciato da Dante De Angelis, che per questa denuncia è rimasto vittima della violenta reazione padronale, subendo un ingiusto licenziamento. Ed invece gli amministratori delle RFI e Trenitalia percepiscono milionari compensi e buonuscite. Mentre c'è chi piange le vittime di una strage che ha almeno un esecutore: il profitto ad ogni costo. Sperando che i mandanti siano presto consegnati alla giustizia.

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lunedì 26 gennaio 2009

La paura in appalto

Paura. Paura. Paura. E' la parola d'ordine della politica italiana. E' l'attuale imperativo politico del governo.
Una paura fatta percepire come se nessuna donna potesse più passeggiare nelle strade cittadine. Come se nessuno potesse più dormire tranquillo in casa propria. Come se da ogni angolo dovesse sbucare un rapinatore armato di coltello. E quello stupratore, quel ladro, quel rapinatore, è quasi necessariamente straniero. Meglio: extracomunitario. Se di colore di colore o con un accento dell'Est europeo, meglio ancora.

Importa che i reati violenti sono in diminuzione costante da diversi anni ad oggi? No, non conta. E non conta che le violenze sulle donne avvengono, per la stragrande maggioranza dei casi, entro le mura domestiche. Non conta che circa un terzo dei detenuti siano in attesa di primo giudizio. Ciò che conta, è che si abbia paura.
Perchè la paura genera profitto! Non può essere solo per un mero rafforzamento del consenso politico, che si alimenta la paura. Non avrebbe senso. Della paura c'è bisogno perchè la paura alimenta un suo mercato. Negli USA esiste già ed è un mercato floridissimo, come ha spiegato in "Shock economy" Naomi Klein. E gli spunti per questo ragionamento in questi giorni non sono mancati.

Di nuovo è emergenza criminalità e parte un nuovo balletto di proposte: la Gelmini vorrebbe installare un telecamera di videosorveglianza in ogni aula scolastica; il ministro Alfano propone la costruzione delle carceri per mano di privati; Maroni e La Russa intendono spargere per le strade italiane 30mila militari.
Ognuna di quelle proposte ha dietro di sè un mercato enorme. Anche l'invio dei militari nelle città potrebbe essere la premessa ad un futuro sistema di appalti di alcuni servizi militari, con la giustificazione di un risparmio per le casse dello Stato. Come spiegare altrimenti un'operazione che secondo il Siulp (il sindacato di polizia)potrebbe arrivare a costare 620 milionidi euro, senza che possa dare risultati concreti? Con quella cifra, dice lo stesso Siulp, «potrebbero essere assunti quasi 20.000 poliziotti che sono professionisti della sicurezza e non della guerra come i militari».

La politica della tolleranza zero, della sicurezza, della paura, sta facendo il suo salto di qualità. Sta andando oltre l'aspetto prettamente politico. Non siamo più al livello di dibattito sul come prevenire o come reprimere gli episodi criminalità. Siamo molto oltre. Siamo al salto di qualità della deriva autoritaria in nome di una guerra ad un presunto, inventato ed indefinito «esercito del male».
Si stanno aprendo le gare di appalto per dare in gestione le linee di produzione della fabbrica della paura. Ed intanto si sta svendendo un pezzo per volta la democrazia di questo sgangherato paese.
Siamo in emergenza democratica. Ma non ce ne accorgiamo. Perchè siamo troppo impegnati a dargli ad un qualche immigrato.

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martedì 5 agosto 2008

Esercito nelle strade: non mi sento affatto tranquillo.

Da quanto tempo ormai si parla di emergenza criminalità? Ovviamente ci si riferisce alla criminalità di strada. Quella, tanto per capirci, fatta di piccoli spacciatori, balordi che scippano vecchiette, ubriachi molestatori. Quella che dicono essere fatta da rom, rumeni, extracomunitari in genere e che, se appare insufficiente, può essere fatta anche da capelloni, frequentatori di centri sociali, punkabestia e pure alieni. L'importante è che appartenga ad una qualsiasi categoria, oltre lo stereotipo della personcina perbene. Questo tipo di criminalità da quanto tempo è emergenza? E' difficile dare una data precisa. Si può dire, però, che è emergenza da un tempo sufficiente a fare accettare 3000 soldati nelle strade.
L'effetto di questo provvedimento quale sarà? Semplicemente mediatico.

Tanto che Berlusconi parla già di riduzione della criminalità. Non fa numeri, ovviamente, visto che i dati ufficiali e scaricabili dal sito del ministero dell'interno, parlano di criminalità in diminuzione da diversi anni a questa parte. Dati alla mano, non troverebbe giustificazione alcuna a mandare l'esercito a pattugliare le città, da fare somigliare le strade italiane a quelle del Cile di Pinochet.
Mi chiedo se nella pratica ed al di là della pura propaganda, con l'esercito nelle strade, un operaio si senta più sicuro nel salire su un ponteggio. Se un mamma si senta più tranquilla, sapendo che il proprio figlio lavora in nero in un cantiere edile senza tutele, ma con i parà davanti alle ambasciate. Chissà se i lavoratori si sentono maggiormente garantiti dall'erosione del potere d'acquisto del loro salario, ora che uomini in divisa pattugliano le strade.

I problemi, quelli veri e reali, non si risolvono con uomini in mimetica per le strade, che tra l'altro non sono addestrati per quegli scopi. Tanto per fare un esempio, l'utilizzo dell'esercito ha forse risolto il problema rifiuti in Campania? No. Però l'effetto annuncio è passato, in Campania per i rifiuti, come in tutta Italia ora. E l'annuncio è: "Da oggi non si scherza più!". Da oggi, le decisioni prese dal governo e le sue intenzioni, saranno fatte rispettare anche con l'uso della forza di un'esercito nelle strade. Che oggi è composto da 3000 soldati, ma domani, semplicemente apponendo una firma in calce ad un decreto, potrà essere un numero molto maggiore. L'importante è il rispetto delle decisioni prese dalle autorità. Un rispetto che deve essere fatto di ubbibienza silenziosa, come già aveva ricordato Berlusconi in occasione della conferenza stampa a seguito del primo consiglio dei ministri a Napoli. E guai a chi protesta.
Non so voi, ma io non mi sento affatto tranquillo.

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venerdì 21 marzo 2008

Secondo Berlusconi si muore sul lavoro per colpe delle vittime. All'indecenza non c'è mai fine!

"Bisogna andare nella direzione dell'informazione, della prevenzione e della formazione: è quello il grande lavoro che si deve fare, anche perchè molti incidenti capitano per un comportamento colpevole degli interessati". Lo ha detto Silvio Berlusconi, parlando alla platea degli invalidi e dei mutilati sul lavoro, a proposito della sicurezza sul lavoro. "Su questo io credo dovremmo veramente metterci d'accordo - ha aggiunto Berlusconi - su come per certi lavori stabilire delle attività formative obbligatorie"
[fonte www.apcom.net]

Capito? 1300 morti l'anno, oltre un milioni di infortuni, di cui centinaia di migliaia invalidanti in modo permanente, sono in tanti casi provocati da comportamenti colpevoli, non delle aziende che non fanno prevenzione, e nemmeno dei datori di lavoro che risparmiano in dispositivi di protezione.

Secondo il Berlusconi-pensiero quegli infortuni e quelle morti sono spesso causa di comportamenti colpevoli delle vittime. Per questo, lo psiconano è "convinto che non si debba andare nella direzione della repressione".
Certo che se i colpevoli delle morti sul lavoro sono le vittime stesse, diventa difficile fare repressione. Ma è oltremodo strano sentire parlare in questi termini, uno che vorrebbe ripulire le strade, da ogni cosa che possa turbare il senso di sicurezza degli italiani. E chissà perchè, la repressione prende sempre e solo la strada, che porta dritti a colpire i più deboli, mentre si ferma quando ha di fronte un potere forte. Anche in questo caso. Di fronte alle evidenti mancanze da parte delle imprese (parte forte in causa nella tragica guerra quotidiana del lavoro) nella tutela dell'integrità fisica dei lavoratori, la spada della repressione deve fermarsi.
Certamente, affinchè possa realizzarsi una reale ed efficace lotta agli infortuni sul lavoro, si deve percorrere la strada della prevenzione in primo luogo e della formazione ed informazione dei lavoratori. Solo che prevenzione, formazione ed informazione sono obblighi in carico alle aziende, ma guarda caso, proprio su questi elementi le imprese sono spesso inadempienti. Non si capisce allora, a chi si rivolga Berlusconi quando invoca la necessità di svolgere quelle attività.
Si capiscono invece chiaramente, le intenzioni dello psiconano, visto che il senso delle sue parole può essere riassunto in tre elementi: 1) le cause delle morti sul lavoro sono da ricercare nei comportamenti delle vittime; perciò 2) nessuna azione di repressione verso le aziende, che non hanno colpe e conseguente depenalizzazione degli inadempimenti; 3) fare prevenzione, formazione ed informazione, ma non a carico delle aziende.
Le solite argomentazioni di chi vuole continuare indisturbato, a fare profitti sulle spalle dei lavoratori e troppo spesso anche sulla loro pelle.


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giovedì 13 marzo 2008

Lavoro senza valore e persone svuotate della dignità

Il lavoro continua a fare vittime.
A Chivasso Antonio Stramandinoli, manutentore di 37 anni, muore colpito al petto da un grosso pistone del macchinario sul quale stava intervennendo.
A Torino, Luigi Roca, operaio di 39 anni, si toglie la vita dopo il mancato rinnovo del contratto. Ha lasciato alla moglie ed ai due figli una lettera, nella quale dice: «Sono triste perché mi sono stati tolti il lavoro e la mia dignità, perdonatemi».
Altre centinaia di persone muoiono ogni anno di lavoro, nel silenzio generale e nell'anonimato. Sono i morti per malattie professionali, quelle che colpiscono silenziosamente, dopo anni di duro lavoro esposto ad un rischio. E' il caso, ad esempio, dei morti di tumore per esposizione all'amianto.

Morti sul lavoro, per incidenti che possono essere evitati; morti di lavoro per esposizione, prolungata e continuativa ad agenti cangerogeni; morti per il lavoro che non c'è, o che c'è a determinate condizioni, ma non per tutti. Non per chi ad esempio è uscito dal mercato del lavoro ed è considerato, troppo vecchio per essere reinserito e troppo giovane per essere pensionato.
La parola lavoro distante dalla morte solo per una preposizione. Ad accomunare tutte quelle morti, è che sono causate dal lavoro. Dal lavoro organizzato solo per il profitto. Un lavoro che assume valore solo in quanto mezzo di accumulazione del capitale.
Il lavoro ancora considerato una merce e come tale, da usare, sfruttare, consumare e poi buttare via quando diventa inutile al profitto. Oggi, nell'epoca del consumismo, questo concetto viene esasperato ed allora il lavoro diventa un prodotto usa e getta. Ed avendo la caratteristica dell'usa e getta, è inutile investire su di esso.
Così diventa inutile investire nella protezione contro gli infortuni; inutile investire nella prevenzione contro i danni alla salute, provocati dall'esposizione ad un rischio lavorativo; inutile investire sulle professionalità, tanto oggi servono, domani chissà.
In questo sistema produttivo, la persona regredisce a contenitore della merce lavoro. L'uomo è svuotato della propria dignità. E quel vuoto lo uccide.

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venerdì 7 marzo 2008

Niente paura padroni: in galera non ci finirete mai!

Montezemolo aveva detto: «Se il testo unico sulla sicurezza passa così com'è avremo l'ultimo atto di una sinistra demagogica», perchè «il provvedimento punta tutto e solo sull'inasprimento delle sanzioni». Il capo dei padroni, aveva detto di preferire prevenzione e formazione, rispetto alle sanzioni.
Detto, fatto. Il Governo ha approvato il Testo unico, modificando il previsto schema sanzionatorio ed alleggerendo le sanzioni stesse. Infatti, l’arresto scatta solo per il datore di lavoro che non abbia effettuato la valutazione dei rischi, in aziende ad alto rischio. Ma se il datore di lavoro, dopo essere stato scoperto inadempiente si dovesse mettere in regola, la pena viene sostituita da un'ammenda.

A qualcuno di voi, è stata mai ridotta una contravvenzione per divieto di sosta, per avere dimostrato che da bravi cittadini, da quella contravvenzione in poi, avete parcheggiato solo dove consentito? No, vero? E parliamo di una mancanza davvero insignificante, rispetto ad inadempienze in materia di sicurezza sul lavoro!

Comunque, siccome non voglio apparire demagogico, dico anche che Montezemolo ha ragione, quando dice che è necessario intervenire sulla prevenzione e sulla formazione. Anzi, per dimostrare il mio impegno contro atteggiamenti demagogici, voglio dare un aiuto aMontezemolo ed agli altri industriali. Come? Ricordando loro che la prevenzione e la formazione, sono attività in carico all'impresa. Ma a causa della continua ed affannosa riduzione del costo del lavoro, unica strada conosciuta dalla parte padronale per l'aumento di produttività, i costi sulla prevenzione sono quasi sempre i primi ad essere tagliati. Prevenzione sarebbe stata ad esempio, la corretta attività di manutenzione degli impianti antincendio alla ThysseKrupp. L'acciaieria decise di tagliare quei costi - di prevenzione - e sappiamo tutti come andò a finire.

Comunque, Montezemolo a parte, si può essere soddisfatti solo in parte per questa prima approvazione al testo unico sulla sicurezza. E' infatti presto per cantare vittoria, perchè maggio 2008 è vicino ed in quel mese, se il decreto non avrà terminato il suo iter, tutto il lavoro fin qui svolto andrà perduto. Mentre l'iter è ancora molto lungo e complesso che prevede ancora:
- primo parere delle Commissioni competenti di Camera e Senato
- parere delle Regioni entro metà marzo
- seconda approvazione in Consiglio dei Ministri
- secondo parere delle Commissioni competenti di Camera e Senato
- parere del Consiglio di Stato
- terzo e definitiva approvazione del Consiglio dei Ministri, che tenga conto degli eventuali ulteriori pareri di Camera, Senato e Consiglio di Stato e Regioni
- firma del Capo dello Stato
- pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Una vera e propria corsa contro il tempo!

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