sabato 19 gennaio 2008

A Vasto il problema Centro Oli non è abbastanza sentito

Ieri nella sede dell'ARCI ad informare sul Centro Oli che L'eni vorrebbe realizzare ad Ortona, erano presenti Lino Salvatorelli (responsabile locale ARCI), Andrea Natale (responsabile regionale WWF) e Maria Rita D'Orsogna, giovane ed ottima ricercatrice, nostra corregionale negli USA.
Ad ascoltarli, forse una trentina di persone, per lo più conosciute come attive sul fronte della tutela del territorio, nelle proteste e nelle proposte. Ragazzi dell'ARCI, il rappresentante dell'Associazione Porta Nuova Michele Celenza, Antonio Colella di un Comitato per Vivere, il vice presidente del consiglio provinciale di Chieti Roberto Menna (Prc), i due consiglieri comunali del Prc (Fabio Smargiassi e Marco Marra) e pochi cittadini. In rappresentanza del Comune di Vasto: nessuno. Non il Sindaco, non l'assessore al turismo, non l'assessore all'urbanistica (che pure avrebbero di che preoccuparsi per l'eventuale presenza del petrolchimico), non altri consiglieri comunali. Alcuni dei quali probabilmente ancora in viaggio di ritorno da Perth (West Australia), dove hanno goduto di una ufficiosa vacanza, per rappresentare ufficialmente Vasto nel nuovo continente e scoprire il monumento donato alla comunità australiana.

Quanto è distante Vasto da Ortona! Ma quanto invece ci dovrebbe avvicinare il problema del Centro Oli che non è solo un problema degli ortonesi. Ma forse degli iter burocratici così stranamente rapidi, per l'approvazione del progetto; delle modifiche dei PRG che sembrano fatte ad arte; delle proposte alternative alla raffineria; delle valutazioni di impatto ambientale drasticamente sottostimate dall'Eni; dei certi e tragici scenari futuri per il torritorio abruzzese e per la saluti dei suoi abitanti; forse di tutte queste ed altre cose loro già sapevano e non avevano bisogno di doversi "sorbire" due ore di lucide spiegazioni.
Quanto è demoralizzante ricordare consigli comunali vastesi, che a volte si mostrano come rappresentazioni di un mercato rionale per le urla sentite e la confusione provocata, anche per piccole questioni e poi registrare un disinteresse per un problema che riguarda il futuro di tutto l'Abruzzo. Regione di cui Vasto fa parte.

Mi aspettavo (o forse era solo una speranza) di vedere la presenza di un numero più alto di semplici cittadini vastesi. Tanti magari non sapevano di questa conferenza; altri sicuramente avrebbero voluto esserci ma erano al lavoro o impegnati in altre faccende; altri certamente sapevano, ma non avevano voglia di ascoltare e sono certo, tanti non si accorgono di quanto il Centro Oli è una questione che riguarda anche loro.
A dimostrazione di quanto difficoltoso sia creare la necessaria consapevolezza, affinchè un problema possa essere sentito per quello che è: grave! Quella consapevolezza senza la quale nessuna battaglia può essere condotta con la speranza di essere vinta.

A quanti hanno a cuore il problema del Centro Oli dell'Eni, a quanti ieri erano presenti alla conferenza e magari ora sanno qualcosa di più, rinnovo l'invito fatto dalla brava professoressa D'Orsogna: quello di parlare e spiegare agli amici, ai parenti, ai colleghi di lavoro, che l'Abruzzo rischia di dover vivere un incubo. Ai cittadini in primo luogo, rimane il compito di coltivare il sogno di continuare ad essere la Regione Verde d'Europa.

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venerdì 18 gennaio 2008

Le proposte per incrementare i salari scaricano il rischio d'impresa sulle spalle dei lavoratori

L'Istat conferma che gli Italiani si stanno impoverendo. Secondo l'istituto di statistica, metà delle famiglie italiane vivono con al massimo 1900 euro al mese. Considerando la composizione delle famiglie italiane, che mediamente è composta da tre componenti, giustamente Giorgio Cremaschi della segrateria nazionale Fiom e leader della rete 28 aprile, fa notare che questo "vuol dire meno di 600 euro a persona per arrivare a fine mese". Definendo questa situazione come "catastrofe dei redditi", Cremaschi propone "una terapia d’urto a favore di salari e pensioni, soprattutto un programma di redistribuzione della ricchezza. Naturalmente a tale fine è anche indispensabile il rinnovo dei Contratti nazionali".
In effetti in questo periodo la politica ed i sindacati si stanno occupando della questione salariale, ma credo in termini non risolutivi di quella che è diventata ormai un'urgenza improcrastinabile. Non è da oggi che si richiedeno seri interventi in materia di salari, visto che negli ultimi 25 anni la ricchezza da redditi da lavoro sul PIL è diminuita del 15%, mentre la quota di ricchezza attribuita ai profitti è aumentata praticamente di quella stessa percentuale.
Ma le soluzioni proposte non potranno dare reali risposte alla questione. Si sono avanzate proposte ch4 vanno dalla riduzione del carico fiscale sul lavoro dipendente e sulle pensioni, attraverso un aumento delle detrazioni a beneficio di redditi medio-bassi, fino alla detassazione degli aumenti contrattuali a partire dalla contrattazione di secondo livello. Nessuna delle due proposte può considerarsi risolutiva.
Sulla riduzione del carico fiscale, non è chiaro dove si troveranno i soldi per una loro copertura, ne se tali riduzioni interesseranno anche i lavoratori con contratti parasubordinati (co.co.pro.; partite IVA; ecc.). Mentre questa soluzione potrebbe essere assolutamente positiva, nel caso in cui la copertura finanziaria derivasse da un reale e certo attacco all'evasione fiscale, ma soprattutto da una maggiore pressione fiscale sui redditi da capitale. Se così non fosse, le detrazioni sui redditi da lavoro e sulle pensioni ricadrebbero inevitabilmente sullo stesso lavoro dipendente, dovute agli aumenti dei costi sui servizi pubblici o per un obbligato ricorso ad analoghi servizi privati, a causa di una riduzione dei serivizi pubblici.
Relativamente alla detassazione degli aumenti contrattuali di secondo livello, occorre precisare che oltre al fatto che la platea di beneficiari non supererebbe un misero 30% del totale dei lavoratori, si vorrebbe legare tali aumenti ad un incremento della produttività. Ne deriverrebe perciò l'annullamento di fatto della contrattazione nazionale e la conseguente pratica della contrattazione aziendale e addirittura individuale. Sostanzialmente ciò che gli industriali vanno predicando da tempo.
Così messa significherebbe dare mano libera ai padroni sull'orario di lavoro, è perciò delle vite dei lavoratori, che vedrebbero così governati sia i tempi di lavoro che i tempi di vita. Tutto ciò a vantaggio dell'incremento dei profitti padronali.
In tutto questo scenario, se così fosse portato a termine, l'interlocutore dei lavoratori diventerebbe lo Stato e non più le aziende, da cui si realizzerebbe il sogno dei padroni, di scaricare di fatto il rischio d'impresa sulle spalle dei lavoratori.

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A Vasto stabiliti aumenti per oltre il 100%

A cosa si riferisse l'amministrazione comunale di Vasto, quando a settembre 2007 parlava di razionalizzazione del servizio mensa nelle scuole, ancora non credo di varelo ben capito. Forse perchè in realtà non fu mai del tutto chiarito dagli stessi amministratori.
Alla luce dei fatti, il servizio attuale affidato ad un privato, non ha molto di razionale, almeno per le tasche dei cittadini. I costi per i genitori vastesi, con reddito lordo oltre 12000 euro, sono praticamente quadruplicati, ed ora ora dovranno pagare 80 euro al mese.
Così, se fintanto che il servizio mensa era rimasto "irrazionale", un genitore pagava giornalmente poco più di un euro per il pasto del proprio bambino a scuola, ora che lo stesso servizio è "razionalizzato" quello stesso pasto costerà ben 4 euro. Questi alcuni degli effetti della razionalizzazione del servizio mensa, unitamente alla rimodulazione delle fasce di reddito.
Quella stessa rimodulazione che costerà alle tasche dei cittadini aumenti anche nel settore del trasporto scolastico. D'ora in poi, le famiglie vastesi dovranno pagare, per il servizio scuolabus, 10 euro al mese per chi percepisce un reddito fino a 4000 euro annuali, 16 euro da 4001 euro a 8000, 25 euro per chi ricade nella fascia tra 8001 euro e 12 mila.
Per la fascia di reddito lordo superiore a 12 mila euro, si pagheranno d'ora in poi 35 euro, contro i 16,60 euro previsti fino allo scorso mese. Un aumento quindi di oltre il 100%.
Se fino al mese scorso, questi due servizi pesavano su una famiglia con reddito lordo di 1000 euro al mese, per il 3,7%, ora quegli stessi servizi (non maggiori, nè migliori o diversi) incideranno sulle reddito familiare dell'11,5%. Tutto questo a pochi giorni di distanza dall'aumento del 15% della TARSU.
Non devono vivere certamente di stenti questi amministratori vastesi, se facendo con tanta leggerezza i conti in tasca ai cittadini, non si accorgono a quali ulteriori difficoltà li costringono.


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Questa notte due operai sono morti sul lavoro a Porto Marghera.

Non si riesce a fermare la tragedia quotidiana delle morti sul lavoro. Ogni giorno la conta deve essere drammaticamente aggiornata. Ogni giorno qualche lavoratore avrà salutato per l'ultima volta i propri cari, prima di uscire di casa, per non tornarvi più.
Questa notte è toccato a due operai, che hanno trovato la morte a Porto Marghera, all'interno della stiva di una nave. Si tratta di Paolo Ferrara, 47 anni e Denis Zanon di 39, due addetti a lavori di pulizia, sono morti per asfissia da anidride carbonica, gas incolore ed inodore, di cui la stiva della nave risultava essere satura.
Paolo Ferrara era sceso nella stiva per svolgere il proprio lavoro di addetto alla pulizia, ma ha perso immediatamente i sensi ed è precipitato all'interno della stiva. Denis Zanon ha cercato di soccorrere Paolo, ma anche lui ha subito gli effetti dell'anidride carbonica ed è rimasto privo di sensi all'interno della camera a gas.
Anche un lavoratore rumeno di 52 anni ha tentato di calarsi nella stiva per soccorrere Paolo e Denis, ma senza riuscirvi nonostante fosse munito di respiratore. Il rumeno è ora ricoverato presso l'ospedale di Mestre per accertamenti. Questo fa ben capire quanto irrespirabile fosse l'aria in quel luogo di lavoro.
Una volta estratti dalla stiva, il capitano del cargo avrebbe tentato la rianimazione di Paolo e Denis, con una bombola di ossigeno destinata alle situazioni di emergenza, come era in questo caso. Ma l'intervento non poteva dare speranze di vita ai due lavoratori, perchè la bombola di ossigeno era VUOTA!
Perchè la stiva fosse satura di anidride carbonica, perchè non erano stati fatti i dovuti controlli prima che addetti alle pulizie vi entrassero, perchè la bombola di ossigeno era vuota, lo stabilirà la magistratura.
Quello che già può definirsi certo, è che anche in questo caso, non si tratta di fatalità, non si può tirare in ballo un destino crudele, non si può parlare di imprudenza dei lavoratori.
Questa notte, a Porto Marghera, all'interno della stiva di una nave, è stato consumato l'ennesimo l'ennesimo OMICIDIO SUL LAVORO!

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Sul caso Mastella, Montesquieu avrebbe di che parlare.

"Mi dimetto per essere più libero politicamente e umanamente, perché tra l'amore per la mia famiglia e il potere scelgo il primo". Un applauso a Mastella per questa sua affermazione, a cui è poi seguita la sua dimissione. Un applauso perchè almeno, ha avuto il merito di compiere un gesto che in Italia non si vede compiere così di frequente. D'altronde il nostro Parlamento è pieno di condannati ed inquisiti. E non solo il Parlamento. Viviamo di una politica malata, usata spesso a scopo personale, anche in luoghi minori, dal punto di vista della gerarchia istituzionale, a quello parlamentare.
Tanto malata questa nostra politica, che ha il coraggio di applaudire quasi all'unisono l'ex ministro della Giustizia, quando attaccando frontalmente la magistratura parla di "frange oltranziste" che avrebbero praticato nei confronti del Guardasigilli una "autentica persecuzione", dato che sarebbe stato "percepito da frange estremiste come un avversario da contrastare, se non un nemico da abbattere".
E così, se secondo Berlusconi "è successa una cosa di una gravità inaudita", che con tutta l'opposizione parla di attacchi mirati, dalla maggioranza si era invitato Mastella a restare per proseguire il proprio lavoro.
Senza entrare nel merito della vicenda giudiziaria, che deve proseguire e da cui si verificheranno le reali responsabilità di quanti sono indagati, ciò che davvero dovrebbe fare riflettere è la capacità di indignazione della classe politica. Indignazione e solidarietà (seppure qualcuno a tenuto a precisare che si tratta di solidarietà umana) che come detto sono arrivate quasi unanimi.
Stiamo parlando della stessa politica, che non trova parole di indignazione per le incivili condizioni in cui versano extracomunitari (quelli poveri) nei CPT. Extracomunitari (poveri) non agli arresti domiciliari per concorso esterno in associazione per delinquere (come Sandra Leonardo Mastella), ma rinchiusi in veri e propri carceri per reati amministrativi, per i quali ti immagini di dover al più pagare una contravvenzione.
Questa classe politica, che oggi trova parole di umana solidarietà per Mastella indagato per tentata concussione, non si è invece mai sentita vicina alle famiglie dei morti ammazzati nei luoghi di lavoro, che non riescono ad ottenere giustizia spesso grazie alla prescrizione dei reati.
Questa classe politica è capace di indignarsi per l'accusa mossa da un magistrato nei confronti di un Ministro della Giustizia, ma si trova d'accordo a condannare all'espulsione immigrati, per presunte colpe di censo.
Ma come può la politica permettersi di attaccare, non un singolo magistrato, ma l'intero ordine giudiziario, provocando uno scontro tra poteri dello Stato che una sana democrazia non dovrebbe consentire? Proprio cavalcando quelle stesse ingiustizie che ha prodotto. Facendosi forte della lentezza della macchina giudiziaria che la stessa politica non vuole si risolva, tanto per fare un esempio. O ancora parlando di una giustizia che in Italia non farebbe il proprio dovere, citando dati spesso falsati o letti come più fanno comodo, per dire che la giustizia italiana mette fuori i delinquenti (e tanti dentro le istituzioni), dimenticando di dire che magistrati e giudici e avvocati, non possono fare altro che applicare le norme che la politica ha emanato. Eppoi ci sarebbero - non da oggi - le toghe rosse, i pubblici ministeri che vorrebbero sovvertire l'ordine democratico, i giudici non compatibili con l'ambiente in cui devono operare o magistrati che non rispetterebbero le regole burocratiche o i giusti iter procedimentali. Nel Paese si è perciò creato ad arte, un clima spesso di sfiducia nei confronti della giustizia, che oggi permette alla politica la presunzione di poter subordinare al proprio volere, quanti lavorano all'interno della macchina giudiziaria. Ma giudici, magistrati e avvocati sono parte di un potere dello Stato che dovrebbe essere subordinato soltanto alla legge ed invece la politica, che detiene i poteri legislativi ed esecutivi, continua a sferrare attacchi al potere giudiziaro, fino a volerlo vedere svuotato delle proprie prerogative, almeno quando queste possono intaccare certi privilegi.
Montesquieu avrebbe di che parlare.

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giovedì 17 gennaio 2008

Ecco la strategia della commisione europea per ridurre gli infortuni.

La commissione dell'Unione Europea ha approvato con 598 sì, 20 no e 23 astenuti, la relazione a firma del laburista Glenis Willmott, con la quale si vuole sollecitare il Parlamento europeo all'applicazione di una strategia che porti ad una riduzione degli infortuni sul lavoro almeno del 25%.


Una strategia con la quale, indirizzando le politiche in materia ad una maggiore attenzione per i settori a rischio (vedi siderurgia ed edilizia) e maggiori investimenti - anche con ricorso ai fondi europei - si vorrebbe abbattere drasticamente quei numeri che ad oggi appaiono come un bollettino di guerra: 167 mila morti sul lavoro e 300 mila invalidi permanenti nell'Unione Europea durante tutto il 2006.

Una maggiore attenzione dovrebbe essere data, secondo la Commissione, alle piccole e medie imprese. In tal senso anche l'indirizzo in termini di destinazione dei fondi disponibili.
Secondo la Commissione europea, i fondi pubblici dovrebbero essere destinati in primo luogo alla prevenzione, alla formazione professionale, al riadattamento ed al reinserimento dei lavoratori a seguito di una malattia professionale o di un incidente sul lavoro. I fondi europei dovrebbero inoltre essere destinati alla ricerca sulle malattie professionali.
Richieste specifiche in materia di controlli nei luoghi di lavoro e sanzioni per gli inadempienti sono inoltre arrivate da Strasburgo. Valutando la situazione italiana, sembra quasi un monito al nostro Paese la richiesta della Commissione di applicazione di pene più severe per quanti non rispettano la normativa in materia di prevenzione e protezione. Ma soprattutto arriva forte la richiesta di garantire i controlli da parte degli organi ispettivi, che "costituiscono - secondo la Commissione - un fattore essenziale per l'attuazione della normativa sulla salute e la sicurezza", anche attraverso la fornitura di mezzi finanziari adeguati, finalizzati all'aumento degli ispettori - che dovrebbero essere, a parere della Commissione pari ad almeno uno ogni diecimila lavoratori -, ma anche alla loro formazione professionale.

Ma - come si dice - non è tutto oro quello che luccica. Ed anche in questo caso bisogna registrare delle ombre e non su aspetti particolari, ma al contrario determinanti.
Ad opera di popolari, liberali e della destra europea, non è passato il paragrafo 59 della relazione, con il quale si stabiliva che un "posto permanente" rappresenta "un contributo importante ai fini della salute e della sicurezza sul lavoro". Come a dimostrare che le ultime vicende e l'analisi dei dati sugli infortuni nei luoghi di lavoro, non insegnano o non rappresentano un bel niente per tanti parlamentari europei, legati ideologicamente alla cultura d'impresa, rappresentanti in Parlamento dei modi di produzione capitalistici e fautori della massima produttività. Quei parlamentari, pare non si accorgano quanto la precarietà del lavoro, esercitata fino allo sfruttamento del lavoro, azzera le possibilità di tutela dei diritti da parte dei lavoratori e perciò la possibilità di pretendere l'applicazione delle norme in materia di prevenzione e protezione nei luoghi di lavoro. Ed infatti è stato fatto passare anche un emendamento inteso alla soppressione dell'estensione delle regole sulla tutela della salute ai lavoratori atipici e ai precari. A cui bisogna aggiungere la soppressione di riferimenti riferimenti al mobbing e all'esposizione allo stress dei precari.

Ma non finisce qui. Tra gli emendamenti approvati, anche quello che stabilisce l'esonero della vigilanza dei subappaltatori da parte del datore di lavoro. In barba a quanto si va dicendo ormai da anni e cioè che l'infinita catena del subappalto, genera l'effetto scarica barile sulle responsabilità a seguito di infortuni. Non è una novità che grazie all'attuale sistema di subappalto, spesso i responsabili delle morti e degli infortuni dei lavoratori rimangano impuniti.

Una maggiore e reale attenzione alle esigenze dei lavoratori in materia di sicurezza, sarebbe stata di certo ben accolta.

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mercoledì 16 gennaio 2008

Il rifiuto del papa ha un obiettivo politico.

Come interpretare la rinuncia di papa Benedetto XVI all'invito a partecipare all'inaugurazione dell'Università La Sapienza di Roma, prevista per domani 17 gennaio? Non è frutto di una censura di professori e studenti che hanno manifestato la loro contrarietà. Semmai un gesto dai contorni politici, da parte della gerarchia cattolica.

Innanzitutto tutto, è bene ripercorrere brevemente le tappe di questa vicenda. Il papa era stato invitato dal rettore dell'Università, per inaugurare la cappella universitaria a seguito dell'ultimazione dei lavori di restauro. A questo invito, nessuno aveva opposto contrarietà anzi, da professori quali Giorgio Parisi (uno dei professori che si è detto contrario alla visita del pontefice) è stato definito un invito giusto, sul quale non aveva "nulla da obiettare". Il rettore poi, ha pensato di approfittare dell'occasione, per estendere l'invito a Benedetto XVI all'inaugurazione dell'anno accademico, durante il quale avrebbe dovuto partecipare con un proprio intervento. E' a questo punto che sessantasette professori dell'Università La Sapienza, hanno lanciato un appello al rettore affinchè tornasse sui suoi passi e revocasse l'invito al papa. Le motivazioni? "Questa visita del papa - dice il fisico Giorgio Parisi - è parte di uno spostamento interventista della Chiesa nell'ambito scientifico, che non era riscontrabile nel pontificato precedente", tanto che questo papa tende ad "affermare che la religione può dare un giudizio sulla scienza". Questo contrariamente al magistero ecclesiastico che va da Pio XII in poi che "aveva accettato la scienza moderna - continua il professor Parisi - e sosteneva che la stessa scienza e la religione percorrevano due strade parallele, ciascuna dentro il prorpio ambito di competenza". All'appello dei sessantasette professori, motivato in questi termini, hanno quindi aderito molti altri esponenti del mondo scientifico italiano - anche dall'estero - e tanti studenti. Questi i termini di una legittima protesta, condotta poi anche attraverso sit-in di studenti e professori e affisioni di striscioni dentro e fuori la struttura universitaria. E d'altronde come non essere d'accordo, se si osserva il pontificato di Benedetto XVI, anche solo con il distacco di un cronista? L'elenco delle ingerenze dei vertici dello Stato del Vaticano, sia nelle politiche italiane che nei confronti della scienza, sono numerose: dalla propaganda astensionista sul referendum per la Legge 40 in merito alla procreazione medicalmente assistita, alla richiesta di moratoria per la Legge 194 sull'aborto, paragonato alla pena capitale; dalla ricerca sulle cellule staminali, all'opposizione alla teoria evoluzionistica darwiniana da sostituire, anche nei testi scolastici, con un supposto "disegno intelligente". Solo per fare pochi esempi di una lista che sarebbe altrimenti molto più lunga.
Nonostante la contrarietà di molta parte del mondo scientifico - dentro e fuori La Sapienza - e di quello studentesco, dalle stanze vaticane sabato era uscito un comunicato con il quale si confermava, nonostante tutto, la presenza di Benedetto XVI. Nè per la sua visita sarebbero mancate le misure di sicurezza che avrebbero tutelato il papa dalla pacifica protesta. Allora perchè questa improvvisa rinuncia? Probabilmente per ottenere ciò che in effetti è stato ottenuto. La condanna pressochè unanime della politica italiana e dei media, nei confronti di legittime espressioni di dissenso.
"Solidarietà forte e convinta" al papa è stata espressa dal Presidente del Consiglio Prodi, poichè "Nessuna voce deve tacere nel Paese e a maggior ragione quella del Papa". A Prodi verrebbe da chiedere per quale motivo a maggior ragione quella del papa? In uno Stato realmente democratico, anche la libera espressione del dissenso deve essere garantita e assolutamente tutelata, quando portata avanti in maniera pacifica, come in questo caso. Perciò se nessuna voce deve tacere, non si capisce la condanna in maniera così forte e netta, della voce di quanti non ritengono opportuno che l'inaugurazione dell'anno accademico di un'Università, sede della conoscenza e della scienza, laica per definizione, debba essere affidata ad un capo di uno Stato non italiano che per di più alla libertà incondizionata della scienza, della conoscenza e della coscienza si oppone.
La chiesa, con il pontificato di Benedetto XVI, sta portando avanti una campagna assolutamente teologica e conservatrice, con un'invadenza nella sfera politica e scientifica che non ha precedenti nella storia dell'Italia repubblicana. Le sortite della gerarchia vaticana, mirano attualmente a scalfire la laicità dello Stato italiano ed a soffocare l'osservazione scientifica imponendo la propria morale, che si vorrebbe universalmente assunta a verità assoluta e per questo accettata. E la rinuncia all'invito del rettore de La Sapienza, dopo avere invece insisto sulla sua presenza, va esattamente nello stesso senso.
Nonostante tutto e per fortuna, le resistenze all'attuale arroganza vaticana si sono fatte sentire, per diversi temi ed in varie occasioni e sempre in maniera pacifica e democratica.

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Ringrazio 1manifesto

Rubo volentieri un po' di spazio al blog, per un sincero ringraziamento personale all'ottimo blogger 1manifesto, per avermi nominato al "Thinking blog Award", nel quale occorre indicare i 5 blog che più hanno la capacità di fare pensare [ per informazioni qui ]. Un ringraziamento che arriva in ritardo, per il solo fatto di avere notato questo apprezzamento solo oggi.

In una lista che sarebbe ben più lunga, 1manifesto mi mette ai primi 5 posti, insieme a questi altri ottimi ed importanti blog:

semidiceviprima
Grillo
Associazione barbarica
Spartaco libero


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martedì 15 gennaio 2008

Quando è il sindacato a licenziare chi non si piega

(Ricevuto da Caduti sul Lavoro e pubblicato con piena partecipazione)

Ciro Crescentini è un, per ora ex, funzionario della Fillea-Cgil di Napoli. A settembre dell’anno scorso, dopo 25 anni di lavoro nell’organizzazione, è stato licenziato, al termine di una serie di contrasti con i dirigenti sindacali. Al momento dell’esonero, era responsabile dello sportello antimobbing della Fillea, e si occupava di vertenze nella zona nord di Napoli. Al suo attivo centinaia di denunce di irregolarità e lavoro nero nei cantieri edili del napoletano. Qui potete trovare un servizio girato dalla troupe di Ballarò sotto la sua guida. Le motivazioni addotte dal sindacato per giustificare il suo licenziamento appaiono insostenibili: scadenza di mandato, turn over. Turn over, dopo venticinque anni? Più plausibile appare un’altra ragione: Crescentini è un sindacalista "scomodo". Fa troppe denunce, e non rispetta gli equilibri di potere in una zona delicata come il napoletano.Ci siamo rivolti direttamente a lui, e gli abbiamo posto alcune domande sulla sua vicenda, sul lavoro nero a Napoli, su cosa significhi ’sicurezza’ nei cantieri di quella zona. Data la sua lunga esperienza, quanto segue è una lettura veramente istruttiva.

Tra pochi giorni, il 18, il Tribunale del lavoro di Napoli discuterà della vertenza avviata da Ciro Crescentini, che chiede di essere reintegrato nel suo posto di lavoro. Intanto, in centinaia hanno aderito alla petizione in suo favore, indirizzata al segretario generale Epifani. E’ evidente che ormai il caso va oltre la specifica vicenda di un vero sindacalista, onesto e coraggioso, ma investe questioni più generali, ed una su tutte: quale deve essere il ruolo del sindacato in un sistema sociale governato da un liberismo ormai senza freni. Dalla risposta a questa domanda dipende la vita di milioni e milioni di lavoratrici e lavoratori. E quando parliamo di vita, lo facciamo in senso letterale.

Chi volesse aderire alla petizione, la trova qui cliccando sul bottone >>> Click Here to Sign Petition

Altre e più dettagliate informazioni sono fornite in questo articolo pubblicato sul blog di Caduti sul Lavoro, tra le quali la copia della lettera di licenziamento trasmessa a Ciro Crescentini.

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ThyssenKrupp: un cinismo che viene da lontano.

Deplorevoli, vergognosi, arroganti, indecenti, scandalosi, cinici. Non so dire quale di questi aggettivi possa meglio descrivere i pensieri espressi dai vertici della ThyssenKrupp, contenuti in documenti sequestrati dalla magistratura nel corso di alcune perquisizioni nelle abitazioni di tre fra i massimi dirigenti della Thyssen Krupp di Torino.
L'analisi contenuta nel documento, scritto in tedesco in modo da renderla non immediatamente leggibile ad eventuali occhi italiani, contiene riferimenti alla politica interna italiana, alla realtà storica della città di Torino ed all'atteggiamento dei sopravvissuti al rogo del 6 dicembre scorso.
Dai documenti sequestrati ai manager Harald Espenhahn, Gerald Priegnitz e Marco Pucci, già iscritti nel registro degli indagati per omicidio e disastro colposo, viene fuori un quadro raccapricciante dell'atteggiamento della multinazionale tedesca.

Su quei documenti si legge che secondo i vertici ThysseKrupp, Prodi ed il suo governo avrebbero speculato sulla morte dei sette operai, con il fine di coprire altre emergenze che avrebbero altrimenti pregiudicato l'immagine dell'esecutivo. L'analisi dettagliata della situazione mediatica italiana, in seguito alla strage avvenuta nello stabilimento torinese, avrebbe consentito ai vertici della ThyssenKrupp, di studiare la migliore strategia di comunicazione da mettere in pratica, magari per glissare sulle proprie responsabilità.
Come si diceva, non mancano riferimenti alla storia recente di Torino, con i suoi movimenti operai ed alla sua "lunga tradizione sindacale di stampo comunista", nè agli anni di piombo. Elementi che secondo gli esponenti dell'acciaieria tedesca, pregiudicavano le condizioni necessarie al mantenimento dell'attività produttiva.

Già queste affermazioni rimandano ad una visione del lavoro propria dei primi capitalisti ottocenteschi, a cui evidentemente i dirigenti della ThysseKrupp sono ancora profondamente legati e dalla quale probabilmente traggono le proprie considerazioni in merito all'organizzazione aziendale. Ma peggiori, dal punto di vista umano, sono le considerazioni che rivolgono a quanti sono riusciti a scampare a quella tragedia, che "passano di televisione in televisione" così da appaire "come degli eroi". Per tale motivo, secondo i dirigenti della ThyssenKrupp, non sarebbe opportuno al momento adottare provvedimenti disciplinari, nei confronti dei dipendenti testimoni della strage del 6 dicembre scorso e delle inadempienze dell'acciaieria, in materia di prevenzione ai fini della sicurezza. Provvedimenti che, dalla lettura dei documenti sequestrati, sembra non possano essere esclusi, quando l'attenzione dei media non sarà più rivolta verso quella tragica vicenda.
E' ovvio lo sconcerto ed il dolore di Antonio Boccuzzi, l'unico sopravvissuto alla strage, che in quella notte ha visto le fiamme uccidere i propri compagni di lavoro in quella maledetta linea 5. "Dopo il danno, la beffa. Nessuno di noi va di in tv in tv, come loro asseriscono, per cercare di diventare un divo; vogliamo solo raccontare cosa non funzionò quella notte e cosa non funzionava in quel periodo. Credo che sia ancora una volta una totale mancanza di sensibilità e di umanità da parte dell'azienda. Non riesco a capire che tipo di provvedimenti possano prendere perchè nessuno ha raccontato cose non vere".
Una mancanza di umanità e di sensibilità, che assume le tinte fosche di un retaggio del passato nazista della multinazionale tedesca. Un passato che ha consentito alla Thyssen di trarre lauti profitti dalla costruzione di cannoni e panzer nazisti. Un passato che racconta anche di una festa in una notte del '45, organizzata dalla primogenita di Heinrich Thyssen, con la presenza di importanti personalità del partito nazista locale, delle SS, della Gestapo e della gioventù hitleriana. Una festa durante la quale, a due ebrei fu tolta la vita a colpi di pistola, per il barbaro e cinico divertimento nazista.
Un cinismo che ancora oggi, per un'altra vicenda, ci troviamo a raccontare.

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Centro Oli Eni. La delibera del Consiglio Provinciale non mi convince.

Diciamoci la verità. Ma soprattutto, che ci dicano come realmente la pensano sul progetto del Centro Oli che l'Eni vorrebbe realizzare ad Ortona. Parlo di quanti manifestano pseudo posizioni contrarie, che alla luce dei fatti rilevano tutta la loro inconsistenza politica. Mi riferisco, ovviamente ai nostri governanti ed in particolare agli amministratori della Provincia di Chieti, che nei giorni scorsi si sono riuniti in consiglio per dibattere in tema di Centro Oli.
E' stato detto - ed è stato titolato - che il consiglio provinciale avrebbe detto no al petrolchimico sulla costa ortonese. La delibera scaturita a seguito della discussione in aula, è stata fatta passare quasi come se la Provincia di Chieti, si fosse ufficialmente espressa in maniera contraria alla realizzazione del petrolchimico.
Ho letto più volte la delibera del consiglio provinciale, pensando che fossi io a sbagliarmi, salvo poi convincermi che ancora una volta i rappresentanti politici hanno nuovamente messo in pratica le loro arti sofiste. Di nuovo la politica ha glissato sull'argomento, non ha voluto prendere posizione ed ha rimandato nuovamente la decisione.
Attraverso la dialettica politichese ed in relazione alla posizione assunta dalla Provincia di Chieti, è stato detto come lo stesso ente esprima parere contrario al progetto di Centro Oli dell'Eni, omettendo quella piccola ma significativa frase, con cui si conclude il punto 1. della delibera: "così come presentato". Non si chiudono perciò le porte alla possibilità di realizzazione del progetto, solo si esprime parere contrario sul come il progetto è stato presentato.
D'altronde, possibilista sulla realizzazione dell'insediamento produttivo dell'Eni, il consiglio provinciale conferma di esserlo ancora nel terzo punto della delibera, con il quale si impegna il Presidente Coletti alla istituzione di un tavolo tecnico, al fine di arrivare "a conclusioni certe in ordine al realistico impatto che l'eventuale insediamento del Centro Oli-Eni ... potrebbe avere per la zona ...".


Ancora una perplessità, che peraltro avevo già espresso a pochi giorni dal consiglio provinciale, quando già trapelavano notizie circa il merito della discussione all'ordine del giorno in assemblea. La perplessità riguarda il tavolo tecnico scientifico, che vedrebbe la partecipazione dell'Eni, del Mario Negi Sud e delle istituzioni interessate. Nessun comitato espressione del NO al Centro Oli è stato previsto. Come leggere anche questo punto, se non come un'ulteriore conferma della volontà di non abbandonare il progetto del Centro Oli?

In sostanza, tra le righe della delibera del consiglio provinciale, mi pare di leggere la volontà degli amministrazioni provinciali, di continuare a percorrere la strada che porta alla realizzazione del Centro Oli dell'Eni, magari facendo passare qualche eventuale miglioramento tecnologico che possa portare a presunti ed ingannevoli riduzioni dell'impatto ambientale.

Apparirò oltremodo malizioso, ma certa politica ha già avuto modo, anche in altre e numerose occasioni, di nascondere il suo vero volto da lupo dietro maschere da agnellino.

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lunedì 14 gennaio 2008

Dici la verità sotto giuramento? TI licenzio!

La multinazionale Honda torna a fare parlare di sè e del suo stabilimento di Atessa (CH), dopo che il 27 aprile scorso aveva già conquistato gli orrori delle cronache, per avere sbattuto fuori dai propri cancelli un lavoratore che, all'esterno della fabbrica ed in piena campagna elettorale per il rinnovo della Rsu-Rsl, aveva distribuito un volantino in cui denunciava difficoltà e incongruenze presenti in azienda. In quel volantino, il sindacalista della Fim-Cisl, richiamava l'attenzione dei lavoratori sui duri carichi e turni di lavoro, reputati insostenibili. Ma anche delle inadeguate misure di tutela della salute degli operai e delle condizioni ambientali. I vertici aziendali, avevano ritenuto quel volantino "lesivo per la propria immagine e diffamatorio" ed avevano perciò deciso di disfarsi del delegato sindacale, congedandolo dal lavoro, senza alcun preavviso.
Quella vicenda, dai toni chiaramente lesivi dei diritti sindacali ed a cui fecero seguito momenti di protesta e mobilitazioni, fu posta all'attenzione del ministro del lavoro Cesare Damiano e di quello della solidarietà sociale Paolo Ferrero, grazie ad un'interrogazione parlamentare richiesta dai comunisti del PRC Franco Giordano e Maurizio Acerbo, fino a diventare un caso giudiziario.


A questo punto si inserisce il vile episodio di questi giorni. Nelle aule di tribunale, un operaio chiamato a testimoniare ha confermato la veridicità delle affermazioni contenute nel volantino distribuito dal rappresentante sindacale. "Con la deposizione... davanti al giudice del lavoro... lei ha infangato la credibilità e il nome dell'azienda...". Con queste parole la Honda Italia di Atessa ha motivato la contestazione al lavoratore. Perciò, venendo a mancare il rapporto di fiducia tra l'azienda ed il lavoratore, rimane "impossibile, mantenere ancora il lavoratore in fabbrica". Tradotto: licenziamento in tronco!

La lettera di licenziamento è stata consegnata al lavoratore pochi giorni prima del Natale, il 21 dicembre scorso. Il provvedimento aziendale a carico del giovane lavoratore, che ora si ritrova senza alcun reddito familiare e con una famiglia a carico ed un mutuo da pagare, è stato già impugnato.

Ma questa vicenda, come quelle già registrate nello stabilimento di Atessa della Honda Italia, appare come un chiaro tentativo intimidatorio dell'azienda, rivolto a tutti i suoi dipendenti.
Quest'arroganza aziendale che utilizza metodi autoritari, perseguiti anche attraverso licenziamenti che hanno tutto il sapore di essere politici ed antisindacali, è propria di quella cultura aziendale che carica il perseguimento del massimo profitto sulle spalle (e a volte sulla pelle) dei lavoratori.

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Il j'accuse di Roberto Saviano sulla gestione dei rifiuti.

Sull'ennesima emergenza rifiuti che sta in questo periodo vivendo la Campania, riporto integralmente un articolo di Roberto Saviano, apparso su Repubblica di qualche giorno fa. Così che, anche quando sarà scomparso dalla rete, potrò andarmi a rileggere questo lucido e incisivo j'accuse dell'autore di Gomorra.

J'accuse dell'autore di Gomorra: la tragedia è che Napoli si sta rassegnando all'avvelenamento

Imprese, politici e camorra ecco i colpevoli della peste

Gli ultimi dati dell'Oms parlano di un aumento vertiginoso, oltrela media nazionale, dei casi di tumore a pancreas e polmoni


E' un territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l'ossessione di emigrare o di arruolarsi. E' una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all'opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi. Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%. Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all'opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un'impresa - l'Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia.
Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio. Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l'ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l'inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell'antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi. Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso vicini alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano. Nel caso dell'inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all'anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni. Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall'estero: da ogni parte d'Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l'autorizzazione dalla Regione. Aveva però l'unica autorizzazione necessaria, quella della camorra. Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l'unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell'inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l'emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l'emergenza e quindi riuscì con l'attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003. Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all'amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l'appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan. La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all'avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L'emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione. Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l'operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un'azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell'80% sui prezzi ordinari. Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no. Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d'Italia è stato intombato a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra. E' in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E' in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l'ossessione dell'informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell'informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi. [an error occurred while processing this directive]Non è affatto la camorra ad aver innescato quest'emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l'emergenza e con l'apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli. Quando si getta qualcosa nell'immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall'emergenza non si vuole e non si po' uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più. L'emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa. Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L'80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate. Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l'eroe epico che strappa le braccia all'Orco che appestava la Danimarca: "Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.

(5 gennaio 2008)

ROBERTO SAVIANO


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Non vuoi rischiare sul lavoro? Ti sospendo!

"Non volevo la luna, ma solo di non rischiare al lavoro". Con queste parole, un operaio bergamasco denuncia quanto accadutogli nella fonderia in cui lavora. Giolivo Zanotti, 54enne operaio della ditta Officine Pietro Pilenga di Comun Nuovo in provincia di Bergamo, continuava a denunciare le carenze di sicurezza all'interno della fabbrica, che ha avuto sette ispezioni della Asl, record assoluto in Italia e per questo è stato sospeso per tre giorni. "Lunedì vieni, martedì no, mercoledì sì, giovedì no e il terzo giorno di sospensione te lo facciamo fare a nostro piacimento", si è sentito dire dai vertici aziendali, dopo che aveva fatto richiesta di manutenzioni efficaci sulle macchine di produzione, oppure di piccoli adeguamenti per evitare di mettere a rischio la sicurezza o la salute di chi in quella fabbrica lavora. Nè si trattavano di interventi che richiedessero investimenti straordinari o spese esorbitanti, ma poco più che la normale gestione degli impianti e dell'officina. "Per esempio - dice l'operaio -: data la cattiva manutenzione i torni verticali versavano acqua e olio in terra e spesso gli operai ci scivolavano. Un mio collega si è fatto 67 giorni a casa con la gamba rotta e un altro si è fatto 8 mesi di malattia per una caviglia disfatta. Poi ci sono macchine che lavorano con il refrigerante che, vista ancora una volta la cattiva manutenzione dei filtri e degli aspiratori, quando si apre il portellino uscivano dei fumi. E siccome per ricaricarle ci dobbiamo sporgere dentro li respiravamo e ci procuravano catarro o anche enfisemi". Giolivo quindi, dopo avere segnalato queste inadempienze al suo diretto superiore senza essere ascoltato, è stato sopeso per avere preso carta e penna e scritto direttamente ai vertici aziendali. Sembra che qualcuno si sia sentito scavalcato! In realtà, non tra i diritti, ma tra gli obblighi dei lavoratori, vi è quello di segnalare immediatamente al datore di lavoro, al dirigente o al preposto le deficienze dei mezzi e dispositivi, nonché le altre eventuali condizioni di pericolo di cui vengono a conoscenza (art. 5 del D.Lgs. 626/94). E' chiara quindi la totale assenza di una cultura della sicurezza, che tuteli realmente i lavoratori dal rischio di infortunio, che in 1300 casi all'anno sono mortali.
Quanto accaduto a Giolivo Zanotti, accade in verità giornalmente nelle fabbriche italiane ed accade anche nel caso in cui, a denunciare inadempienze in materia di tutela della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro, siano gli RLS (Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza).
Vicende come queste, rinnovano la necessità di promuovere interventi che mirino alla reale tutela dei diritti dei lavoratori. Occorre inoltre riflettere sulle attribuzioni conferite agli RLS. Qualcosa si è ottenuto in questo senso con le modifiche apportate al D.Lgs. 626/94 dalla Legge 123/07, ma non è ancora sufficiente. Ma soprattutto mette a nudo l'assenza di una cultura della sicurezza negli ambienti di lavoro.
Se manca la cultura della tutela della sicurezza dei lavoratori, se non esiste il rispetto per la loro integrità fisica e morale, ogni inasprimento delle sanzioni a carico degli inadempienti risulterà del tutto aleatorio. Perchè non è automatico che a fronte di un sistema maggiormente repressivo, segua una diminuzione degli infortuni sul lavoro. E comunque le sanzioni vengono comminate a fatti già avvenuti e praticamente mai prima che un evento infortunistico accada, considerando anche che un'azienda ha la probabilità di essere sottoposta a controlli da parte degli organi competenti, solo una volta ogni 33 anni.
Ciò che manca in primo luogo, insomma, è una cultura d'impresa che ponga in essere misure di prevenzione, finalizzate alla tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori. Ad oggi invece, la cultura d'impresa dominante si interroga sulla propabilità che un infortunio possa accadere e di conseguenza valuta l'opportunità di intervenire, per prevenire l'infortunio stesso. In altre parole, seppure esiste la propabilità che un evento infortunistico possa accadare, ma la spesa per prevenire l'infortunio non risulta economicamente vantaggiosa, l'impresa accetta il rischio di accadimento dell'infortunio, seppure questo possa significare l'invalidità permanente o addirittura la morte del lavoratore.
Fintanto che la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori sarà affidata ai calcoli economico-organizzativi dei manager d'impresa, così attenti alla persecuzione del massimo profitto, ci sarà sempre un Giolivo Zanotti sospeso dal lavoro o licenziato, per aver denunciato inadempienze in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro. E continueranno ad esserci nuove lacrime da versare, per altri morti sul lavoro.

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venerdì 11 gennaio 2008

Nessun vantaggio dai termovalorizzatori.

C'era da aspettarselo. Dopo che l'Abruzzo, per bocca del suo - scarsamente apprezzato - governatore Del Turco, ha aperto la porta ai rifiuti della Campania, che in questi giorni vive una nuova emergenza, c'è chi non ha perso tempo per rilanciare la proposta termovalorizzatore.
Il trampolino per questa proposta, dicevamo, è stata fornita dalla disponibilità che la Regione Abruzzo ha dato, per smaltire cento tonnellate al giorno di rifiuti provenienti dalla Campania, fino a un massimo di 15 mila tonnellate per un periodo di quattro mesi. Da quanto si apprende, lo smaltimento dovrebbe avvenire nella discarica di Cerratina di Lanciano (Chieti), la stessa dove già nel 2004, durante l'ennesima crisi rifiuti campana, vennero conferite tonnellate di pattume. E le discariche abruzzesi sono vicine dall'essere esaurite.

E' partito da questa vicenda Marco Stella, portavoce dell’Associazione Lanciano Viva, per porre una domanda che a lui probabilmente appare retorica: "Giacché abbiamo al momento la più grande discarica della Regione e da tempo qui trovano soluzione tante emergenze e chissà quante ancora ce ne saranno, non sarebbe il caso che a Lanciano fosse realizzato un termovalorizzatore?". "Dal momento che dovremo comunque continuare a convivere con la discarica - prosegue Stella - a questo punto vale la pena pensare ad un inceneritore che, come avvenuto in altre parti d’Italia, può essere sfruttato per la produzione di energia. Sarebbe una non trascurabile fonte di ricchezza per l’intero territorio".
E' assurdo che, nell'affrontare la questione rifiuti, anzichè mettere in atto un afficace ed economico ciclo degli stessi, si continui a parlare di termovalorizzatori (termine ingentilito e fuorviante usato per indicare gli inceneritori).

E' ormai accertato che nei residenti in prossimità di inceneritori si riscontrino percentuali maggiori di casi di tumore - specie polmonari - e nelle donne in particolare si registrano incrementi di tumori del colon e delle mammelle, diabete, malattie cardiovascolari. Di più: nel rapporto dell’Associazione Medici Per l’ambiente ISDE Italia, si legge che fra tutte le tecnologie di trattamento dei rifiuti, in assoluto la meno rispettosa dell’ambiente e della salute risulta essere proprio l'incenerimento degli stessi. Quanto detto è dovuto al fatto che, attraverso la combustione, anche i rifiuti che nel loro stato naturale sarebbero pressochè innocui - quali imballaggi e scarti di cibo - sprigionano sostanze tossiche e polveri sottili, che vengono emesse in atmosfera e perciò costantemente inalate. Inoltre gli inceneritori producono, nella loro normale attività, grandi quantità di ceneri tossiche, per le quali si dovrebbero trovare soluzioni relative al loro stoccaggio.
Visto il loro evidente ed accertato impatto negativo sulla salute delle persone e sull'ambiente, i sostenitori hanno perciò cominciato a chiamarli con il nome di termovalorizzatori, per definire un presunto vantaggio economico derivante dalla loro attività. Lo stesso Marco Stella nel propagandare la proposta dell'Associazione Lanciano Viva, parla di "non trascurabile fonte di ricchezza per l’intero territorio". Perciò, secondo Stella "Il termovalorizzatore sarebbe sicuramente un grande vantaggio per tutti". In realtà anche in ambito economico è stato ampiamente dimostrato l'aspetto fallimentare degli inceneritori. Tanto è vero, che per permettere che la loro sopravvivenza possa essere economicamente vantaggiosa, si è dovuto fare ricorso ad un'espediente tanto vile quanto fraudolenta: equiparare per legge gli inceneritori fonti energetiche rinnovabili, per consentire a quegli impianti l'accesso ai fondi CIP6.

Tanto è vera l'incapacità degli inceneritori di risolvere la questione rifiuti anche in condizioni di normalità, che in tanti Paesi industrializzati questa tecnologia viene sempre più abbandonata, sostituita da una più conveniente - sotto tutti i punti di vista - gestione virtuosa dei rifiuti. Gestione che significherebbe ottimizzazione della raccolta differenziata, in primo luogo e riutilizzo dei rifiuti. Dal riciclo totale dei rifiuti, l’umido si trasforma in biogas e carta, vetro, plastica, legno, ferro, vengono stoccati in semplici magazzini e venduti alle aziende che usano queste materie prime.
Non è fantascienza. Cicli di questo tipo per i rifiuti vengono già applicati in altri Paesi europei, con i vantaggi che abbiamo detto, con ulteriori risparmi in termini di reperimento delle materie prime e perciò minore sfruttamento del suolo e del sottosuolo.
E' evidente che tutto ciò non potrebbe avvenire se i rifiuti venissero bruciati, visto che un inceneritore (o termovalorizzatore che dir si voglia) priverebbe dalla ciclo dei rifiuti elementi quali plastica, legno, carta, cartone, ecc., necessari per la produzione delle alte temperature alle quali operano.

Quanti veleni dovranno essere rilasciati nell'aria e quanti sfregi dovrà subire ancora il territorio per capire che gli inceneritori non ci tuteleranno dalla minaccia dei rifiuti? E per quanto tempo ancora dovranno essere riempiti i reparti di oncologia degli ospedali, per capire che gli inceneritori sono un pericolo per la salute e la vita stessa delle persone?

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