lunedì 14 gennaio 2008

Il j'accuse di Roberto Saviano sulla gestione dei rifiuti.

Sull'ennesima emergenza rifiuti che sta in questo periodo vivendo la Campania, riporto integralmente un articolo di Roberto Saviano, apparso su Repubblica di qualche giorno fa. Così che, anche quando sarà scomparso dalla rete, potrò andarmi a rileggere questo lucido e incisivo j'accuse dell'autore di Gomorra.

J'accuse dell'autore di Gomorra: la tragedia è che Napoli si sta rassegnando all'avvelenamento

Imprese, politici e camorra ecco i colpevoli della peste

Gli ultimi dati dell'Oms parlano di un aumento vertiginoso, oltrela media nazionale, dei casi di tumore a pancreas e polmoni


E' un territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l'ossessione di emigrare o di arruolarsi. E' una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all'opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi. Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%. Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all'opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un'impresa - l'Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia.
Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio. Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l'ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l'inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell'antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi. Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso vicini alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano. Nel caso dell'inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all'anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni. Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall'estero: da ogni parte d'Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l'autorizzazione dalla Regione. Aveva però l'unica autorizzazione necessaria, quella della camorra. Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l'unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell'inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l'emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l'emergenza e quindi riuscì con l'attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003. Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all'amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l'appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan. La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all'avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L'emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione. Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l'operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un'azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell'80% sui prezzi ordinari. Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no. Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d'Italia è stato intombato a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra. E' in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E' in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l'ossessione dell'informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell'informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi. [an error occurred while processing this directive]Non è affatto la camorra ad aver innescato quest'emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l'emergenza e con l'apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli. Quando si getta qualcosa nell'immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall'emergenza non si vuole e non si po' uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più. L'emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa. Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L'80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate. Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l'eroe epico che strappa le braccia all'Orco che appestava la Danimarca: "Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.

(5 gennaio 2008)

ROBERTO SAVIANO


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Non vuoi rischiare sul lavoro? Ti sospendo!

"Non volevo la luna, ma solo di non rischiare al lavoro". Con queste parole, un operaio bergamasco denuncia quanto accadutogli nella fonderia in cui lavora. Giolivo Zanotti, 54enne operaio della ditta Officine Pietro Pilenga di Comun Nuovo in provincia di Bergamo, continuava a denunciare le carenze di sicurezza all'interno della fabbrica, che ha avuto sette ispezioni della Asl, record assoluto in Italia e per questo è stato sospeso per tre giorni. "Lunedì vieni, martedì no, mercoledì sì, giovedì no e il terzo giorno di sospensione te lo facciamo fare a nostro piacimento", si è sentito dire dai vertici aziendali, dopo che aveva fatto richiesta di manutenzioni efficaci sulle macchine di produzione, oppure di piccoli adeguamenti per evitare di mettere a rischio la sicurezza o la salute di chi in quella fabbrica lavora. Nè si trattavano di interventi che richiedessero investimenti straordinari o spese esorbitanti, ma poco più che la normale gestione degli impianti e dell'officina. "Per esempio - dice l'operaio -: data la cattiva manutenzione i torni verticali versavano acqua e olio in terra e spesso gli operai ci scivolavano. Un mio collega si è fatto 67 giorni a casa con la gamba rotta e un altro si è fatto 8 mesi di malattia per una caviglia disfatta. Poi ci sono macchine che lavorano con il refrigerante che, vista ancora una volta la cattiva manutenzione dei filtri e degli aspiratori, quando si apre il portellino uscivano dei fumi. E siccome per ricaricarle ci dobbiamo sporgere dentro li respiravamo e ci procuravano catarro o anche enfisemi". Giolivo quindi, dopo avere segnalato queste inadempienze al suo diretto superiore senza essere ascoltato, è stato sopeso per avere preso carta e penna e scritto direttamente ai vertici aziendali. Sembra che qualcuno si sia sentito scavalcato! In realtà, non tra i diritti, ma tra gli obblighi dei lavoratori, vi è quello di segnalare immediatamente al datore di lavoro, al dirigente o al preposto le deficienze dei mezzi e dispositivi, nonché le altre eventuali condizioni di pericolo di cui vengono a conoscenza (art. 5 del D.Lgs. 626/94). E' chiara quindi la totale assenza di una cultura della sicurezza, che tuteli realmente i lavoratori dal rischio di infortunio, che in 1300 casi all'anno sono mortali.
Quanto accaduto a Giolivo Zanotti, accade in verità giornalmente nelle fabbriche italiane ed accade anche nel caso in cui, a denunciare inadempienze in materia di tutela della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro, siano gli RLS (Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza).
Vicende come queste, rinnovano la necessità di promuovere interventi che mirino alla reale tutela dei diritti dei lavoratori. Occorre inoltre riflettere sulle attribuzioni conferite agli RLS. Qualcosa si è ottenuto in questo senso con le modifiche apportate al D.Lgs. 626/94 dalla Legge 123/07, ma non è ancora sufficiente. Ma soprattutto mette a nudo l'assenza di una cultura della sicurezza negli ambienti di lavoro.
Se manca la cultura della tutela della sicurezza dei lavoratori, se non esiste il rispetto per la loro integrità fisica e morale, ogni inasprimento delle sanzioni a carico degli inadempienti risulterà del tutto aleatorio. Perchè non è automatico che a fronte di un sistema maggiormente repressivo, segua una diminuzione degli infortuni sul lavoro. E comunque le sanzioni vengono comminate a fatti già avvenuti e praticamente mai prima che un evento infortunistico accada, considerando anche che un'azienda ha la probabilità di essere sottoposta a controlli da parte degli organi competenti, solo una volta ogni 33 anni.
Ciò che manca in primo luogo, insomma, è una cultura d'impresa che ponga in essere misure di prevenzione, finalizzate alla tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori. Ad oggi invece, la cultura d'impresa dominante si interroga sulla propabilità che un infortunio possa accadere e di conseguenza valuta l'opportunità di intervenire, per prevenire l'infortunio stesso. In altre parole, seppure esiste la propabilità che un evento infortunistico possa accadare, ma la spesa per prevenire l'infortunio non risulta economicamente vantaggiosa, l'impresa accetta il rischio di accadimento dell'infortunio, seppure questo possa significare l'invalidità permanente o addirittura la morte del lavoratore.
Fintanto che la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori sarà affidata ai calcoli economico-organizzativi dei manager d'impresa, così attenti alla persecuzione del massimo profitto, ci sarà sempre un Giolivo Zanotti sospeso dal lavoro o licenziato, per aver denunciato inadempienze in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro. E continueranno ad esserci nuove lacrime da versare, per altri morti sul lavoro.

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venerdì 11 gennaio 2008

Nessun vantaggio dai termovalorizzatori.

C'era da aspettarselo. Dopo che l'Abruzzo, per bocca del suo - scarsamente apprezzato - governatore Del Turco, ha aperto la porta ai rifiuti della Campania, che in questi giorni vive una nuova emergenza, c'è chi non ha perso tempo per rilanciare la proposta termovalorizzatore.
Il trampolino per questa proposta, dicevamo, è stata fornita dalla disponibilità che la Regione Abruzzo ha dato, per smaltire cento tonnellate al giorno di rifiuti provenienti dalla Campania, fino a un massimo di 15 mila tonnellate per un periodo di quattro mesi. Da quanto si apprende, lo smaltimento dovrebbe avvenire nella discarica di Cerratina di Lanciano (Chieti), la stessa dove già nel 2004, durante l'ennesima crisi rifiuti campana, vennero conferite tonnellate di pattume. E le discariche abruzzesi sono vicine dall'essere esaurite.

E' partito da questa vicenda Marco Stella, portavoce dell’Associazione Lanciano Viva, per porre una domanda che a lui probabilmente appare retorica: "Giacché abbiamo al momento la più grande discarica della Regione e da tempo qui trovano soluzione tante emergenze e chissà quante ancora ce ne saranno, non sarebbe il caso che a Lanciano fosse realizzato un termovalorizzatore?". "Dal momento che dovremo comunque continuare a convivere con la discarica - prosegue Stella - a questo punto vale la pena pensare ad un inceneritore che, come avvenuto in altre parti d’Italia, può essere sfruttato per la produzione di energia. Sarebbe una non trascurabile fonte di ricchezza per l’intero territorio".
E' assurdo che, nell'affrontare la questione rifiuti, anzichè mettere in atto un afficace ed economico ciclo degli stessi, si continui a parlare di termovalorizzatori (termine ingentilito e fuorviante usato per indicare gli inceneritori).

E' ormai accertato che nei residenti in prossimità di inceneritori si riscontrino percentuali maggiori di casi di tumore - specie polmonari - e nelle donne in particolare si registrano incrementi di tumori del colon e delle mammelle, diabete, malattie cardiovascolari. Di più: nel rapporto dell’Associazione Medici Per l’ambiente ISDE Italia, si legge che fra tutte le tecnologie di trattamento dei rifiuti, in assoluto la meno rispettosa dell’ambiente e della salute risulta essere proprio l'incenerimento degli stessi. Quanto detto è dovuto al fatto che, attraverso la combustione, anche i rifiuti che nel loro stato naturale sarebbero pressochè innocui - quali imballaggi e scarti di cibo - sprigionano sostanze tossiche e polveri sottili, che vengono emesse in atmosfera e perciò costantemente inalate. Inoltre gli inceneritori producono, nella loro normale attività, grandi quantità di ceneri tossiche, per le quali si dovrebbero trovare soluzioni relative al loro stoccaggio.
Visto il loro evidente ed accertato impatto negativo sulla salute delle persone e sull'ambiente, i sostenitori hanno perciò cominciato a chiamarli con il nome di termovalorizzatori, per definire un presunto vantaggio economico derivante dalla loro attività. Lo stesso Marco Stella nel propagandare la proposta dell'Associazione Lanciano Viva, parla di "non trascurabile fonte di ricchezza per l’intero territorio". Perciò, secondo Stella "Il termovalorizzatore sarebbe sicuramente un grande vantaggio per tutti". In realtà anche in ambito economico è stato ampiamente dimostrato l'aspetto fallimentare degli inceneritori. Tanto è vero, che per permettere che la loro sopravvivenza possa essere economicamente vantaggiosa, si è dovuto fare ricorso ad un'espediente tanto vile quanto fraudolenta: equiparare per legge gli inceneritori fonti energetiche rinnovabili, per consentire a quegli impianti l'accesso ai fondi CIP6.

Tanto è vera l'incapacità degli inceneritori di risolvere la questione rifiuti anche in condizioni di normalità, che in tanti Paesi industrializzati questa tecnologia viene sempre più abbandonata, sostituita da una più conveniente - sotto tutti i punti di vista - gestione virtuosa dei rifiuti. Gestione che significherebbe ottimizzazione della raccolta differenziata, in primo luogo e riutilizzo dei rifiuti. Dal riciclo totale dei rifiuti, l’umido si trasforma in biogas e carta, vetro, plastica, legno, ferro, vengono stoccati in semplici magazzini e venduti alle aziende che usano queste materie prime.
Non è fantascienza. Cicli di questo tipo per i rifiuti vengono già applicati in altri Paesi europei, con i vantaggi che abbiamo detto, con ulteriori risparmi in termini di reperimento delle materie prime e perciò minore sfruttamento del suolo e del sottosuolo.
E' evidente che tutto ciò non potrebbe avvenire se i rifiuti venissero bruciati, visto che un inceneritore (o termovalorizzatore che dir si voglia) priverebbe dalla ciclo dei rifiuti elementi quali plastica, legno, carta, cartone, ecc., necessari per la produzione delle alte temperature alle quali operano.

Quanti veleni dovranno essere rilasciati nell'aria e quanti sfregi dovrà subire ancora il territorio per capire che gli inceneritori non ci tuteleranno dalla minaccia dei rifiuti? E per quanto tempo ancora dovranno essere riempiti i reparti di oncologia degli ospedali, per capire che gli inceneritori sono un pericolo per la salute e la vita stessa delle persone?

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Lista degli ammazzati sul lavoro.

Questa lista è largamente incompleta. Le informazioni scarseggiano, quando non vengono nascoste ad arte. Quello dei morti sul lavoro è un tema troppo scottante, perché i media mainstream lo sviluppino compiutamente. Abbiamo bisogno del vostro aiuto. Inviateci segnalazioni, testi, foto, testimonianze, sui casi di cui siete a conoscenza. Aiutateci a rendere il dovuto omaggio ai martiri dello sfruttamento, a tenere viva la loro memoria. I primi posti dell’elenco sono riservati ai ‘nomi sconosciuti’, caduti sul lavoro che stampa e tv hanno liquidato in fretta, senza neanche prendersi il fastidio di indicarne i nominativi. Ci sembra un doveroso, estremo omaggio, a donne ed uomini sfruttati in vita, e dimenticati in morte.

Ringrazio sentitamente il sito Caduti sul Lavoro, per avermi inviato il frame della lista dei morti sul lavoro.

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giovedì 10 gennaio 2008

Cetro Oli di Ortona. Un problema che riguarda tutti.

La questione del Centro Oli di Ortona non rigurda solo i cittadini di quella città o di dei centri limitrofi. L'attenzione da porre al progetto dell'Eni, di insediare un impianto di prima lavorazione del petrolio, non può e non deve essere posta solo da quanti subiranno in prima battuta ed in maniera diretta, le conseguenze dell'eventuale insediamento produttivo. E le conseguenze che si prevedono, sono davvero disastrose. Emissioni nell'aria di sostanze altamente tossiche (delle quali l'idrogeno solforato risulta essere il più perisoloso) in primo luogo. Ma anche ad esempio, produzione di rifiuti speciali e pericolosi. Ne è possibile sottovalutare il rischio di sversamenti di sostanze perisolose, con la certezza di contaminazione del suolo e del sottosuolo. Disastrose potrebbe essere le conseguenze derivanti da rilasci di sostanze inquinanti in mare, soprattutto se a causa di incidenti.
Non si tratta di ipotesi campate in aria. Per quanto i sostenitori del Centro Oli si sforzino a più riprese di affermare quanto i moderni impianti siano sicuri, la storia recente e la cronaca degli ultimi anni, confermano che impianti a rischio zero non esistono.
A fronte dei vari incidenti occorsi negli anni, su impianti di questo, troppo spesso si è dovuta registrare, da parte delle stesse industrie, la scarsa o nulla attenzione alla tutela del territorio e alla salute delle persone, verificabile già dai ritardi nella segnalazione dell'evento agli organi preposti. Ritardi che hanno significato spesso inquinamento irreversibile di vaste aree di terreni, di mare e di aria - nell'ordine di decine di chilometri quadrati - e conseguente esposizione della popolazione ad agenti altamente tossici, con effetti anche permanenti e letali.

Ma soprattutto, la questione del Centro Oli di Ortona, ci parla dello scippo di un terriorio ad opera delle multinazionali dell'indutria, forti anche del consenso di certi politici che evidentemente sfruttano il ruolo affidatogli dai cittadini, per fare i propri interessi. Uno scippo che avviene in nome di un profitto, che viene ricercato esasperando uno sfruttamento energetico e del territorio oramai non più sostenibile e che neanche il territorio abruzzese potrà sostenere.
Quanto sta avvenendo ad Ortona con il Centro Ol
i, in sostanza ci racconta della prepotenza di una politica che con l'industria vuole fare affari, in opposizione al diritto degli abitanti di un determinato territorio, ad essere sovrani dell'utilizzo consapevole e sostenibile della propria terra, delle proprie acque e dell'aria che respirano. Una sovranità che dovrebbe consentire alla popolazione di poter scegliere come e cosa far crescere dai propri terreni, di potersi cibare del pescato del proprio mare e di respirare aria pulita. E ancora una sovranità che dovrebbe permettere alla popolazione di potere liberamente scegliere di vivere in un determinato luogo, senza il timore che ruspe al soldo di capitalisti li vadano ad espellere.
La vicenda del Centro Oli che l'Eni vorrebbe realizzare ad Ortona, si inserisce a pieno titolo, nell'ambito più generale delle scelte politiche ed industriali in ambito di scelte energetiche, che prediligono ancora l'utilizzo di fonti già pienamente sfruttate ed in fase di esaurimento, anzichè concentrarsi su quelle pulite e rinnovabili. Scelte che mettono in piena luce quanto queste politiche energetiche, antepongano speculativi interessi particolari a quelli più generali, di tutela della salute e della vita umana e della valorizzazione di un ambiente sano.
Per questo il problema degli ortonesi è in primo luogo un problema di tutti gli abruzzesi, oltre che un problema di carattere nazionale ed addirittura direi (senza il timore di apparire enfatico) internazionale. Perchè riguarda un modello di sviluppo e di uso del territorio che è proprio di un sistema capitalistico e politico, con cui ognuno è costretto a fare i conti. Nessuno escluso.

Ritengo perciò importante il Ciclo di Conferenze per Conoscere, promosso da alcune delle organizzazioni che si oppongono al Centro Oli dell'Eni e che toccherà diverse città abruzzesi. Mi auguro che l'iniziativa possa avere il massimo successo possibile e che possa contribuire ad accrescere il fronte del NO al Centro Oli.

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mercoledì 9 gennaio 2008

Centro oli dell'Eni. Stanchi per le parole dei politici.

La questione Centro Oli, che l'Eni vorrebbe installare sulla costa di Ortona, continua a fare discutere il mondo politico abruzzese. Certamente c'è chi dirà - soprattutto tra i cittadini - di essere stanco di sentire ancora parole sull'argomento. Sono ormai mesi che si discute. Ora le discussioni sono e saranno incentrate sul recente studio del Mario Negri Sud, che di fatto dichiara fortemente sottostimata la valutazione di impatto ambientale redatta dall'Eni. Avrebbero giustamente ragione di essere stanchi delle discussioni i cittadini abruzzesi, soprattutto se le parole spese dai politici abruzzesi sull'argomento, continueranno ad essere impregnate di una vaghezza che sottintende un'assoluta assenza di volontà ad intervenire in favore di una reale ed efficace tutela della salute e del territorio. Ne mai si mette in dubbio la futura presenza dell'impianto di desulfurazione del petrolio dell'Eni. Insomma, finora il mondo politico ha percorso la strada della discussione e delle parole a senso unico. Che segue la direzione di una chiara volontà alla realizzazione dell'impianto.

Se questa è la strada percorsa finora dalla politica abruzzese, non vi si discosta neanche Lamberto Quarta, Segretario generale della Presidenza della Regione. Ma d'altronde, chi poteva avanzare dubbi al riguardo?
Dopo avere preso visione dello studio del Mario Negri Sud, Quarta dice di ritenere necessaria la "convocazione urgente della Conferenza di servizi per esaminare e confrontare i dati emersi dai due studi presentati" (quello appunto del Mario Negri e quello dell'Eni). Poichè "è interesse della Regione assicurare la massima attenzione alla salvaguardia della salute pubblica" è necessario secondo Quarta "svolgere un approfondimento ulteriore confrontando le diverse metodologie di analisi richiedendo eventualmente un ulteriore approfondimento, per esempio, da parte dell'Enea". E se l'ulteriore approfondimento dovesse confermare - come prevedibile, se condotto con il criterio dell'imparzialità - che effettivamente da parte dell'Eni ci sia stata una pesante sottostima delle emissioni prodotte, potrebbe rientrare tra le intenzioni degli amministratori locali la possibilità di rinunciare al progetto? Neanche per sogno. Semplicemente aleggerebbe nell'aria la possibilità di una revisione progettuale, tesa alla riduzione delle concentrazioni di inquinanti emesse in atmosfera.
Ma non finisce qui, perchè secondo il Segretario Regionale, essendo volontà della Regione "assicurare per quanto di competenza, il controllo e la difesa del territorio e della salute dei cittadini" (e con questa affermazione qualche ulcera immagino sia a rischio), si ritiene opportuno considerare l'ipotesi di ubicare nel sito interessato una centrale di monitoraggio atmosferico.

Sostanzialmente nessuna novità, nelle parole di Lamberto Quarta. Soltanto che i cittadini di Ortona e dintorni, grazie alle centraline che si vorranno installare, sapranno con quanta maggiore rapidità correranno il rischio di ammalarsi.

E' ancora aperta la petizione contro la fabbrica di veleni dell'ENI


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I sindacati propongono il modello ThyssenKrupp

Come era prevedibile, i media hanno già praticamente dimenticato la quotidiana strage sul lavoro. Telegiornali, quotidiani ed ogni altro mezzo di informazione, difficilmente continuano a trattare delle quotidiane morti sul lavoro. Sembra che sul lavoro non si muoia più. Come se la semplice indignazione e la rabbia e la commozione - espresse in modo forte e sincero dal mondo del lavoro, velate invece dall'ipocrisia da parte del mondo politico ed industriale - avessero avuto capacità risolutive della problematica. Non è così.
Il sito articolo21.info, continua a mantenere aggiornato il numero di morti, infortunati ed invalidi sul lavoro. Un conteggio azzerato al primo gennaio 2008 e che oggi già conta (nel momento in cui scriviamo): 24 morti; 24354 infortuni e 608 invalidi. Questi i numeri di questi primi giorni del 2008. Ma certamente, al momento in cui avrò terminato di scrivere questo post, le cifre appena citate avranno subito un ulteriore incremento.

In questi giorni, il mondo politico è impegnato tra l'altro nella definizione di criteri per gli adeguamenti salariali - che si sono ridotti di quasi 2000 euro negli ultimi cinque anni - che dovranno essere concordati con sindacati ed industriali. Tra le proposte, quella di legare gli aumenti salariali alla contrattazione di secondo livello (quella definita in sede aziendale, per intenderci) ed alla produttività. "Lavorare di più per guadagnare di più, pagare meglio chi lavora di più ed è più flessibile" è la sintesi della logica che accompagna quella proposta.

C'entra la trattativa in corso con il miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro? Ovviamente la risposta è SI.
Nonostante le lacrime di coccodrillo spese da esponenti politici, industriali e sindacali, dopo la strage della ThyssenKrupp del 6 dicembre scorso, di nuovo, in sede di contrattazione tra le parti sociali si pone quale obiettivo principale ed improcrastinabile, una maggiore produttività. Ancora una volta si mette praticamente al centro della contrattazione il profitto, a discapito delle condizioni dei lavoratori che, vedendo peggiorate la loro già esasperata condizione di flessibili e precari, sarebbero maggiormente esposti ai ricatti padronali.
Per questo, il modello proposto dal segretario generale della CISL Bonanni ed appoggiato - guarda caso - da Confindustria, è stato definito modello ThysseKrupp. Quel modello per cui, i lavoratori sono stati costretti ad accettare turni massacranti, con il ricatto di un mancato rinnovo contrattuale o con la chimera di una busta paga più pesante. Un ricatto mosso in nome di una maggiore produttività, reso possibile dall'arma padronale del lavoro flessibile e precario. Il 6 dicembre 2007, quel modello industriale ha ucciso in un colpo solo sette operai.
Quel modello è oggi alla base degli accordi dei sindacati confederali, degli industriali e del governo.

A proposito, al momento si contano: 24 morti; 24460 infortuni e 611 invalidi, sul lavoro dall'inizio dell'anno.

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Le considerazione dell'ARCI di Vasto sull'ampliamento del porto

(Copiamo dal sito dei Barbari Vastesi e pubblichiamo)

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’AMPLIAMENTO DEL PORTO DI VASTO RIMESSE A NOI DA PROFESSIONALITA’ LOCALI COSTRETTE A SVOLGERE IL PROPRIO LAVORO FUORI PROVINCIA. CON RICHIESTA DI PUBBLICAZIONE A TUTTI IN MODO DA POTER STIMOLARE UN DIBATTITO A PIU’ VOCI SULLA IMPORTANTE QUESTIONE.

PROBLEMATICHE DERIVANTI DAL NUOVO PROGETTO


porto.jpg


dati.jpg1.- Dragaggio delle acque interne.
L’elemento più importante del nuovo progetto è conoscere l’effettivo fondale che si vuole raggiungere all’ingresso del porto.
Da quanto possa capire dal disegno di cui sopra, sembra che nel progetto l’ingresso si sviluppi sulla batimetrica dei dieci metri. Da ciò si può dedurre che, oltre alla realizzazione del nuovo molo di levante e del prolungamento
del molo di ponente (ovvero una colossale diga foranea, necessaria affinché il molo opponente possa fronteggiare le mareggiate preminenti dal settore Nord-Est), bisogna opportunamente dragare la parte interna sia del vecchio porto, sia del nuovo.
Se la profondità delle acque interne la si vuole portare a 10 metri, da un mio veloce e molto approssimativo calcolo, si deve dragare minimo 300.000 metri cubi di substrato. Materiale che di solito contiene differenti agenti inquinanti (idrocarburi, metalli pesanti, etc.). Ebbene lo smaltimento di tale materiale da dragare, al 90% fanghiglia, rappresenta uno dei principali problemi ambientali derivanti dall’eventuale nuova costruzione.
Se invece si lascia l’attuale pescaggio della zona vecchia, l’attività di dragaggio della zona nuova diventa minima, pur presentando le stesse problematiche ambientali.

2.- Alterazione della fascia costiera
Ogni qualvolta si costruisce un manufatto nella fascia costiera si altera sia la biocenosi, sia la morfologia del litorale interessato. Infatti, ciò che viene riportato nella nota 1, al paragrafo 6.2 del Comunicato stampa, datato dic 07, rappresenta l’andamento standard lungo la costa adriatica. Tuttavia, bisogna non fare confusione su ciò che significa “corrente marina” (moto superficiale e di profondità delle acque oceaniche, caratterizzato da propria direzione ed intensità – in Adriatico ed in particolare in prossimità della costa italiana, l’intensità della corrente marina è inconsistente) e su ciò che si intende per “correnti litoranee” (correnti di masse acquee determinate dal moto ondoso). Queste ultime provocano mutamenti alla morfologia litorale.
Le correnti litoranee si generano al verificarsi di mareggiate, ossia quando una perturbazione meteorologica (fronte freddo o fronte caldo) va ad interessare il mare Adriatico. Nel caso specifico, le mareggiate preminenti, ossia quelle che per intensità influenzano l’andamento morfologico delle nostre coste provengono dal settore Nord-Est. (figura 1- dati riferiti alla boa ondametrica posizionata al largo di Ortona). Ciò significa che, nella maggior parte dei casi, la sabbia erosa dall’infrangersi dell’onda con il fondo, viene trasportata dalle correnti litoranee, nel nostro caso lungo la costa da nord verso sud. Questo è un fenomeno naturale, ed ogni qualvolta si realizzano opere costiere, i progettisti dovrebbero sempre porsi la risoluzione del problema della deriva litoranea, ovvero del trasporto litoraneo della sabbia.
Le modifiche della linea costiera osservate dopo la costruzione nel 1959, ovvero la formazione di una spiaggia a nord del molo opponente o le erosioni nella zona sud, rientrano nella norma. Di sicuro questi fenomeni continueranno ad essere osservati in futuro, sia con l’attuale struttura portuale, sia nell’eventualità della realizzazione del nuovo progetto, ma sempre in relazione alla tipologia del manufatto e alla sua posizione rispetto alla direzione e all’intensità delle mareggiate preminenti.
Si dovrebbe osservare, per un periodo minimo di due anni, la direzione e l’intensità del moto ondoso a livello locale con apposite boe di rilevazione (vedi boa ondametrica “Ortona”), per poi simulare l’effetto del moto ondoso rilevato sulla nuova costruzione e sulla costa. Purtroppo, sono molto scettico su tali simulazioni, anche perché di solito chi simula è il progettista oppure è un organo esterno che si mostra sempre favorevole alla realizzazione del progetto.
Infine, volutamente non ho menzionato il fenomeno delle maree, che invece compare nell’articolo: “A Vasto” –si leggeva su Il Centro del Febbraio 2006- “il mare ha ingoiato la spiaggetta antistante il monumento alla Bagnante. All’inizio sembrava un normale fenomeno stagionale di alta marea. Col passare del tempo, però, appare evidente che il problema è tutt’altro che transitorio…”.
Lungo la nostra costa l’intensità delle maree è talmente modesta, che il fenomeno può essere considerato trascurabile.

fig1.jpg

Il TRAFFICO MARITTIMO REGIONALE

1.- La questione “Autostrade del mare”
Un porto marittimo può rientrare nel progetto “autostrade del mare” se presenta dei requisiti specifici. Il requisito fondamentale è che il porto interessato deve presentare un interporto, ovvero una zona di stoccaggio merci con asserviti servizi operativi e logistici. Non necessariamente l’interporto deve essere all’interno del porto, tuttavia i porti regionali: Giulianova, Pescara, Ortona e Vasto; non hanno interporti. Questo è un dato di fatto, ma tale è l’appetibilità dei fondi messi a disposizione dai vari governi che si sono succeduti in questo ultimo quinquennio che stanno sorgendo lungo la penisola progetti su progetti, come punto quello della Modimar . Progetto che tende a colmare la carenza logistica raddoppiando le superfici portuali ed inserendo un fantomatico collegamento Ro-Ro. Argomento molto sentito a livello ministeriale, poiché sviluppa la tematica principe del progetto “autostrade del mare”, cioè ridurre il traffico su gomma nel territorio. Come se l’aumento del traffico marittimo sia esente da consumo di energia, produzione di CO2, inquinamento dell’aria e (elemento in più) del mare da idrocarburi, rifiuti, etc, etc.

2.- La questione “ previsioni di traffico”
Il porto di Vasto verrebbe ampliato per ricevere specificatamente traffico di navi Ro-Ro come asserito nel Master Plan: “…., il porto di Vasto è perfettamente in grado di svolgere il suo ruolo. “Le autostrade del mare non hanno fino a questo momento trovato spazio in Abruzzo […] soprattutto a causa della difficile situazione della portualità. Da questo punto di vista, tuttavia, i recenti investimenti programmati e in via di realizzazione aumentano notevolmente il potenziale dei due porti commerciali e rendono in particolare il porto di Vasto, con i suoi 65.000 mq di piazzali, competitivo e in grado di ospitare un collegamento ro-ro per tutto l’arco dell’anno.” (pagg. 131-132)”.
Prima di fare previsioni di traffico è bene chiarire cosa si intende per collegamento Ro-Ro.
Tecnicamente una nave Ro-Ro (roll off-roll on) sta per una unità capace di trasportare carichi su ruota (auto e autocarri o anche vagoni ferroviari). Un ferry (traghetto) moderno ormai lo si chiama Ro-Ro PAX, dove pax sta per i passeggeri, anch’essi trasportati.
La formula collegamento Ro-Ro sta a significare che nel porto di Vasto arriveranno via gomma dei TIR, sosterranno nei 65.000 mq di piazzale per imbarcare poi su una unità Ro-Ro proveniente da nord o da sud o da est, che a sua volta dovrà prima scaricare altri TIR che procederanno via gomma a nord o a sud o a ovest della penisola. Ecco perché ritengo che il concetto “autostrade del mare” è puramente illusorio, anzi in questo modo opportunamente strumentalizzato.
In estrema sintesi, visto il disegno del nuovo porto, in prima approssimazione stimo che potranno sostare giornalmente massimo un paio di navi Ro-Ro, trasportando ognuna circa un centinaio di TIR .
[illazione + sfogo] = Per le conseguenze, diciamo ambientali e socioeconomiche, potrebbe dare un valido parere la stessa Modimar, avendo collaborato con la Regione Abruzzo “Nell’Analisi di rischio morfologico e socioeconomico della fascia costiera abruzzese”, studio elaborato e stampato a cura della regione nel mese di settembre 2006, tipografia GTE- Fossa (AQ).

Cordiali Saluti
Arci Nuova Associazione Vasto
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martedì 8 gennaio 2008

Per aumentare i salari Bonanni propone il modello ThyssenKrupp.

I salari degli italiani - chi non lo sa? - sono ormai ridotti ai minimi termini. Fino a qualche tempo fa, si parlava di quarta settimana, quella a cui lo stipendio non si riusciva proprio a fare arrivare.
Ricordo un bel manifesto del PRC che mi faceva sorridere amaro. Vi si leggeva questa frase: "A fine stipendio avanza ancora troppo mese?". Ad un anno mezzo di governo di centro-sinistra, il mese che avanza si è allungato ancora un po'. E le previsione per il prossimo futuro non sono certo rincuoranti.
Gli italiani si troveranno ancora una volta a dovere fare i conti con ennesimi aumenti delle tariffe di utenze fondamentali come luce e gas e dei prezzi energetici. Solo per questi rincari, Codacons prevede un aumento di spesa per le famiglie di 500 euro nel 2008. Il potere di acquisto degli stipendi sarà così ulteriormente ridotto di circa l'8%. Peggio i pensionati, che si vedranno ridotto il loro potere d'acquisto del 15,5%. Un ulteriore peggioramento delle condizioni economiche di migliaia di lavoratori, che hanno visto ridotte i propri stipendi di quasi 2.000 euro negli ultimi cinque anni. E' dal 1998 che le retribuzioni reali in Italia rimangono pressochè inalterate. Gli stipendi italiani, se paragonati a quelli di altri Paesi europei, risulterebbero ancora meno dignitosi. Guardando alla Francia, dobbiamo registrare un tasso di crescita delle retribuzioni pari al 15%; del 5% in Germania; mentre mediamente nell'area euro si sono evidenziati tassi di crescita pari al 10%. Così in Italia scopriamo di avere retribuzioni superiori solo a quelle del Portogallo, grazie ad accordi contrattuali che non determinano mai aumenti salariari che coprano l'inflazione reale, determinando così una affannosa rincorsa salariale, con evidente continua perdita di potere d'acquisto.
Tutto questo a fronte di una produttività sempre crescente e tutta nelle mani delle imprese, oltre che di una maggiore precarietà nei rapporti di lavoro, senza peraltro alcuna reale tutela per i lavoratori.
Alla luce di questi numeri, che ovviamente stanno sempre più esasperando gli animi degli italiani, persino Prodi ha parlato, nella tradizionale conferenza di fine anno, di questione salariale. Ed in questi giorni, in attesa di conoscere le risultanze dell'incontro tra i sindacati confederali ed il Governo, tutti si sono affrettati a proporre formule per accrescere i salari, tra cui la detassazione degli stessi.
Tra tutte, emerge la proposta del segretario del CISL Raffaele Bonanni che, dopo avere avanzato lo slogan “più salario, più occupazione, più capacità di competere”, parla di “leva fiscale” quale migliore strada per la redistribuzione del reddito. “Detrazioni fiscali superiori per chi ha più figli o disabili in famiglia” e “sgravio totale della tassazione sugli accordi di secondo livello” è la sintesi della proposta di Bonanni. Proposta che, oltre a godere delle simpatie del ministro del lavoro Damiano, è ben vista anche da Confindustria. In altri termini “lavorare di più per guadagnare di più, pagare meglio chi lavora di più ed è più flessibile” è il messaggio che testualmente il segratario generale della CISL ha inviato ai lavoratori.
Per essere chiari, il modello proposto dalla CISL è il modello ThyssenKrupp. Quello per cui tutto è monetizzato. Persino le vite dei lavoratori.

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lunedì 7 gennaio 2008

Centro Oli dell'Eni. Un tavolo senza comitati del NO non ha senso.

Su Il Messaggero di ieri, si legge che giovedi 10 gennaio, alle ore 16:00, si riunirà il Consiglio Provinciale di Chieti, con all'ordine del giorno il Centro Oli che l'Eni vorrebbe impiantare sul litorale di Ortona.
In quella seduta del Consiglio Provinciale, il Presidente Coletti avrebbe intenzione di chiedere alla Regione di convocare un tavolo tecnico che veda riuniti Regione, Provincia, Comune e Eni. Questa intenzione nascerebbe dalla lettura data al recente studio eseguito dal Mario Negri Sud, dal quale si evince che "le ricadute di anidride solforosa, di monossido di carbonio e di ossidi di azoto sono superiori rispettivamente fino a 5, 15 e 20 volte ai valori stimati nello studio d’impatto ambientale, ma che comunque rientrano nei limiti imposti dalle leggi relative alla protezione della salute. Tali valori però possono subire ulteriori aumenti, con ripercussioni negative sull’ecosistema e sull’agricoltura."
Già qualcuno, a fronte di questi dati, intende artificiosamente sottolineare il fatto che il Mario Negri abbia rilevato che quei valori rientrano nei limiti stabiliti dalla normativa. In verità di rilevante ci sono due osservazioni specifiche. Il primo è il fatto che l'impatto ambientale valutato e documentato dall'ENI, è di gran lunga inferiore alla valutazione fornita da un ente al di sopra delle parti, quale il Mario Negri Sud. La seconda, omessa dalla VIA dell'ENI è che le quantità di sostanze tossiche immesse nell'aria sono destinate a crescere nel tempo, aumentando così il loro impatto sulla salute dell'uomo e del territorio.
Gli Enti locali fornirono all'ENI tutte le autorizzazioni necessarie alla realizzazione dell'impianto, con i dati dalla stessa ENI forniti, che come visto erano enormemente sottostimati. Mentre il Presidente della Regione Abruzzo Del Turco, già qualche tempo fa ha voluto essere categorico dicendo che il Centro Oli si farà, punto e basta. Certo che il Governatore della Regione Abruzzo non può essere ascritto all'elenco dei sostenitori della partecipazione popolare! Ma sicuramente non se ne farà un cruccio.
Con queste premesse, Coletti vorrebbe proporre un tavolo tecnico appunto con: Regione, Provincia, Comune ed Eni. Sostanzialmente un tavolo formato dagli enti che hanno concesso le autorizzazioni - in barba alla contrarietà della popolazione - e la multinazionale del petrolio, diretta interessata, che non vede l'ora di cominciare a trarre lauti profitti, a discapito della salute pubblica e della devastazione di un territorio. Davvero non si può immaginare che in quell'incontro possano volare parole grosse!
Se il Presidente Coletti non è in malafede quindi, dovrebbe quanto meno proporre che a quel tavolo possano sedere anche i comitati che si oppongono al Centro Oli. Solo in questo modo quell'incontro potrebbe cominciare ad avere le sembianze di una reale volontà di comprensione, dei fondatissimi timori avanzati dalla popolazione e dai comitati che sostengono le ragioni del NO al Centro Oli.
Contrariamente si assisterebbe al solito teatrino della politica. Il prezzo del biglietto? Anidride solforosa, monossido di carbonio e ossidi di azoto, da respirare in grandi quantità.

E' ancora aperta la petizione contro la fabbrica di veleni dell'ENI.

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domenica 6 gennaio 2008

Omicidi sul lavoro. Confindustria trasfigura e minimizza i dati.

Poco tempo fa ed a seguito della strage torinese delle ThyssenKrupp, nella quale persero la vita sette lavoratori, il vicepresidente Bombassei è tornato alla carica con i suoi pseudo-dati sulle morti sul lavoro.
Già lo scorso gennaio 2007, il rappresente di Confindustria Giorgio Usai, intervenendo all'assemblea dei delegati CGIL, CISL e UIL a Roma, relativamente agli infortuni sul lavoro occorsi nel 2006, invitava a non flagelarsi, poichè - secondo l'esponente industriale - si stava "facendo un buon lavoro" visto che "più della metà degli infortuni mortali avviene sulle strade, come nei grnadi week-end o durante gli esodi per le vacanze".
Quello degli incidenti stradali deve essere un vero e proprio assillo per questi industriali, visto che il 20 dicembre scorso, sull'argomento morti sul lavoro ci è tornato il vicepresidente di Confindustria Bombassei, grosso modo con gli stessi termini.
Secondo Bombassei "c'è chi strumentalizza tragedie come quelle di Torino" dato che "delle vittime sul lavoro italiane, circa il 50% muoiono fuori dalla fabbrica, per incidenti stradali che si verificano mentre raggiungono il posto di lavoro". Sempre a parere di Bombassei, se dal conteggio delle morti sul lavoro si eliminassero quelli dovuti ad incidenti stradali, il numero delle vittime sul lavoro in Italia, sarebbe inferiore a quello tedesco. Beh ... cosa dire. Forse che i lavoratori sono oggi più astuti? Prima si parlava di incidenti stradali nei week-end e negli esodi estivi, ora solo di percorso per raggiungere il posto di lavoro. Immagino il pensiero confindustriale, che grosso modo potrebbe essere: "Cosa non farebbero questi lavoratori, campioni di assenteismo e fannulloneria, pur di evitare qualche giorno di lavoro" (sic!).

Ai fuorvianti dati evidenziati dal vicepresidente di Confindustria, hanno risposto molto lucidamente e dettagliatamente Emiliano Brancaccio e Domenico Suppa dell'Università del Sannio, che dalle colonne di Liberazione, fanno notare innanzitutto che gli incidenti durante il percorso stradale per recarsi sul posto di lavoro incidono non del 50% - come riferito da Bombassei - ma meno del 30%. Ed anche che, seppure dal conteggio si sottraessero quegli incidenti, l'Italia registrerebbe comunque un numero di morti sul lavoro maggiore della Germania di oltre il 10%. Questo in termini di numeri assoluti.
Se il confronto Italia-Germania fosse espresso in rapporto a popolazione, occupazione e valore aggiunto, i numeri penalizzerebbero ancora di più il nostro Paese, con indici di mortalità sul lavoro, doppi rispetto allo stato tedesco. Infatti, secondo l'elaborazione fatta dai due professori dell'Università del Sannio, in rapporto alla popolazione espressa in centinaia di migliaia, si registrano in Italia 1,62 morti sul lavoro, contro lo 0,97 della Germania. Se il dato delle morti sul lavoro si rapporta con il numero di occupati, espressi sempre in centinaia di migliaia, si rileva che
in Italia il numero delle vittime è pari a 4,21 mentre in Germania si ferma a 2,24. Ma il dato più importante, che rende l'idea di come in Italia si faccia profitto sulla pelle di chi lavora, è quello che mette in rapporto le vittime con l'unità di prodotto. Emiliano Brancaccio e Domenico Suppa, ci fanno sapere che il rapporto tra omicidi sul lavoro e PIL espresso in milardi di euro è pari in Italia a 0,68 contro lo 0,36 della Germania.


Non possono essere sfuggiti questi dati a Bombassei e Confindustria. Il solo fatto di trasfigurare dati oggettivi al fine di ridimensionare le tragedie quotidiane degli omicidi sul lavoro, rende Confindutria ancora più complice di un sistema che gi
à in questi primi cinque giorni dell'anno, ha prodotto (fonte articolo21.info):

16 morti; 16622 infortuni; 415 invalidi.

(immagine tratta da: www.cadutisullavoro.it)

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venerdì 4 gennaio 2008

Attacco alla 194. Preludio ad un nuovo patriarcato.

Anno di grazia 2008. Se non fossero stati stappati spumanti alla mezzanotte di soli pochi giorni fa, chi lo avrebbe mai potuto credere, dopo avere letto le parole di Giuliano Ferrara sul suo Foglio?
Qualche giorno fa, Ferrara lancia la proposta di una moratoria contro l'aborto, appoggiandosi maliziosamente alla recente moratoria dell'ONU contro la pena di morte.
Proposta ovviamente ripresa e condivisa dalla parte più conservatrice della gerarchia cattolica, impersonata dal cardinale Camillo Ruini, oltre che dai teodem del PD quali l'opusdeista Binetti e Bobba e da ampi settori della ex Casa delle Libertà (pur con qualche distinguo).
Così, mentre Bondi (la voce del padrone Berlusconi) propone una revisione delle linee guida della 194, don Camillo è convinto che "richiamare il tema dell'aborto e chiedere una moratoria quantomeno per stimolare, risvegliare le coscienze di tutti è molto logico" e che "l'impegno contro la pena di morte non è dverso da quello contro l'aborto e l'eutanasia, perchè è impegno a favore della vita". Buonanotte!
Non potrebbe essere compreso il reale senso di questo nuovo, ennesimo, ma sempre uguale attacco politico-clericare alla Legge 194 (quella appunto che disciplina la pratica dell'aborto) senza citare qualche numero. Perchè, se realmente è la vita che si vuole difendere, non si può prescindere dal fatto che dal 1978 (anno in cui la Legge fu approvata), il numero degli aborti è costantemente e notevolmente diminuito, a parte il 1982, anno nel quale si è registrato il massimo numero di aborti. Ma rispetto a quell'anno, il numero di interventi è diminuito ad oggi del 44,6%. Anche rispetto al 2006 si registra un calo degli aborti del 2,2%. Di più: se dal computo escludessimo le cittadine straniere (non sempre pienamente consapevoli, circa i metodi di prevenzione di gravidanze indesiderate e meno informate riguardo i consultori familiari), si registrerebbe una diminuzione del numero di aborti pari al 60%.
Con questi dati, l'Italia si inserisce tra i Paesi dove in assoluto si abortisce di meno, con un tasso di 11,2 donne ogni mille. Di gran lunga inferiore, ad esempio, del 55,3 per mille della Russia o al 20,2 per mille degli USA.
Tra tutti questi numeri poi, c'è da inserire l'importantissimo dato della diminuzione della mortalità materna, da quando l'aborto è stato legalizzato con la Legge 194.
Ed allora, della difesa di quali vite si fanno promotori i vari Ferrara, Ruini, Binetti & co.?
La realtà dei fatti, ci parla invece di un nuovo attacco alla laicità dello stato, ma soprattutto all'autodeterminazione, la libertà e la dignità delle donne. Attacco che è stato rivolto al genere femminile, in questi ultimi tempi, in modo forte ed a più riprese dall'approvazione della vergognosa Legge 40 in poi. Da quando cioè si è posto per Legge che la donna fosse il contenitore di una vita, che quel corpo usa e da cui prescinde.
Dunque questa nuova crociata integralista contro la Legge 194, è in evidente continuità con quella concezione che vorrebbe svuotare la donna della propria dignità, laddove si vorrebbe annullare il senso che il legislatore ha voluto dare a quella Legge, quando vi riconosceva, quale valore fondamentale da tutelare, la libertà di scelta della donna e la sua salute.
Questo nuovo impulso antiabortista, da considerarsi dunque come l'ennesimo attacco fondamentalista alle libertà delle donne, appare come un nuovo traguardo da raggiungere (dopo appunto l'approvazione della Legge 40 sulla procreazionemedicalmente assistita) per centrare un obbiettivo ben più ampio. Considerare la donna quale semplice contenitore dei figli e perciò svuotata di suoi diritti che dovrebbero essere considerati inesigibili, quali quello di poter decidere del proprio corpo e di potere deicidere in piena libertà. Una donna svuotata della propria dignità, per il solo fatto di possedere un utero e perciò meno degna del diritto all'autodeterminazione rispetto ad un uomo. Una donna a questo punto con meno diritti dell'uomo e perciò a questo sottomessa, dopo essere stata subordinata ad un embrione.
Una donna che si vorrebbe semplicemente "madre e sposa", per usare le parole di papa Benedetto XVI. Preludio di una restaurazione della società in senso patriarcale, contro cui sarà bene che ci si cominci a difendere.


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mercoledì 2 gennaio 2008

Antenne a Vasto. Lettera aperta al Dr. Fabio Smargiassi

(Copiamo dal Blog 1manifesto e pubblichiamo)

Lettera aperta al Sig. Presidente della Commissione “Assetto del Territorio” del Consiglio Comunale di Vasto –Dr. Fabio Smargiassi

Gent.mo Presidente Antenne: ”non si possono illudere le persone, né fare demagogia” ha affermato durante i lavori del C.C. del 29/12/2007, l’Assessore all’Urbanistica, Dr.ssa Suriani. Poi, mentre lei, Presidente, nel suo intervento anticipava di voler coinvolgere le Associazioni ed i Comitati di Quartiere in quanto portatori di “interessi diffusi” dei cittadini (facoltà, peraltro, riservatale dalla legge) si è udita un’altra affermazione “strabiliante” dai banchi del PD: “ è ora di dire BASTA A QUESTA DEMAGOGIA ASSOCIAZIONISTICA ! ”.
Come vede, Dr. Smargiassi, lustri fa si parlava di arroganza dei DEMOCRISTIANI, poi di quelli del CENTRO-DESTRA; nell’occasione, i presunti fautori del “CAMBIAMENTO” si sono superati, facendo TOMBOLA PIENA!
Questo comitato, interpretando il comune sentire dei comitati cittadini di Via Ciccarone e “Stella Maris” di Vasto Marina presenti, nonché in solidarietà di quelle Associazioni che si battono da una vita a tutela della salute delle persone, delle bellezze e del territorio della nostra stupenda città, nel prendere atto della sua fine sensibilità democratica ed istituzionale (che onora lei e la carica che ricopre), respinge al mittente le indelicate affermazioni di coloro i quali hanno già dimenticato che quei cartelli, quel tricolore simbolo della Costituzione (che compie in questi giorni 60 anni), quel lacero lenzuolo che ci onora, con la scritta “alberi si, antenne no”, campeggiavano intorno ai palchi elettorali di Forte e Lapenna e che non meno del 50% dei voti, lorsignori li hanno avuti grazie all’impegno della migliore “Società Civile” vastese. In simile contesto, diventa persino penoso che il sindaco in carica , il 13 giugno 2006 abbia potuto far scrivere su di un manifesto, la fatidica frase: “grazie a tutti, da oggi lavoreremo insieme per costruire il futuro”. Sappiamo come il “fumo di Londra” abbia poi avvolto gli intendimenti rivelatisi “virtuali”, del primo cittadino della Patria di Rossetti.
Ove lei, dunque, voglia mantenere fede a quanto espresso in C.C. (senza dare retta a chi non perdendo il vecchio e antistorico vizio dell’”egemonia”, vorrebbe impartirle ordini) sapremo dare ogni utile contributo per trovare una soluzione la più condivisa possibile, con rispetto dei cittadini e soprattutto per ridare lustro al Comune, affinché possa riprendere un minimo di governo del territorio, laddove i potenti della telefonia non possono continuare a spadroneggiare. Non si possono scaricare sui cittadini, errori e colpe che sono solo ed esclusivamente di chi si è avvicendato al governo della città, sul piano antenne (e non solo). Prima di parlare di demagogia è utile ricordare che negli anni 2005-2006, ben 6 Associazioni cittadine con (oggi, non sembra vero) primo firmatario, Peppino Forte, avevano rappresentato la gravità dei problemi(antenne, leucemie, abbandono di quartieri come ad es. il S.Paolo,ecc.) al Comune di Vasto, al Prefetto ed al Presidente della Repubblica. Insediatasi la nuova amministrazione, non solo Forte non ha risposto neanche a sè stesso (e non ha convocato il famoso C.C.straordinario sulle antenne sul quale tanto si era scontrato con i predecessori) ma nonostante ripetuti solleciti ad egli, al Sindaco, in primis e all’Assessore Suriani, fino a due settimane fa, oltre duemila cittadini, a mezzo di questo Comitato, non hanno potuto avere un rigo di risposta scritta, argomentata e motivata, soprattutto in merito all’indagine epidemiologica della ASL, a tutela preventiva della salute (essendo Vasto città “a rischio”dal 1994), ai dati delle emissioni elettromagnetiche rilevate dalle centraline (come annunciato in gennaio 2007), nonché sulle emissioni di polveri sottili), censimento antenne, intervento del Sindaco (su mandato del C.C. del 5 marzo 2007) sul Presidente della Regione, onde premere sul Governo Prodi per far dimezzare le emissioni elettromagnetiche, previo abrogazione del famigerato D.Lgs. “Gasparri”.
Che dire poi del famoso “incontro” dell’8 febbraio 2007. Torniamo a ripetere che non vi è stata nessuna concertazione, perché in quella riunione associazioni che hanno fatto la storia di Vasto, nel difendere il suo territorio, l’ambiente e la salute (firmatarie con noi e Peppino Forte, dei suddetti esposti) quali l’ARCI, L’APE, IL TRIBUNALE DEL MALATO-ITALIA NOSTRA e la stessa PORTA NUOVA, ed altre, non sono state neanche invitate. In quella sede non è stato concordato un bel nulla e la riprova è che avendo noi richiesto un verbale dell’evento, in Comune, tale documento non esiste. L’Assessore Suriani insistette (e Forte non si oppose, scrivendo, poi, sul suo sito internet che era stato “concordato”….) nel dire che il protocollo lo avevano firmato “quelli di prima” e che il Comune andava avanti (nonostante le promesse elettorali e dell’estate 2006).Infatti, pur assenti le predette Associazioni per mancato invito, in quella sede vi furono ben 5 interventi nettamente contrari, con gentile richiesta di elaborare un “nuovo regolamento antenne”, con avvertenza di ricorso, ove necessario, alla Procura della Repubblica, per difendere la salute dei cittadini, sia per l’antenna prevista nella pinetina di Via Pertini, che per quella presso la “bagnante” (entrambi SITI “SENSIBILI”), con l’aggiunta (relativamente a quest’ultima) del “deturpamento di bellezze naturali”, in luogo paesaggistico di pregio internazionale (art.734 c.p.), le cui cartoline arrivano fino al WEST AUSTRALIA. A fronte di una posizione pressoché astensionistica di qualche altro intervenuto, soltanto il rappresentante dell’Associazione “LA BAGNANTE” di Vasto Marina si espresse in favore dell’installazione nella pinetina in riva al mare, con addirittura “ringraziamenti” per l’amministrazione comunale. Sbalorditi, in quella sede, ci chiedemmo dove era finito il giovane rappresentante della stessa associazione (che aveva firmato con coraggio le sopraddette denunce, insieme a noi e Peppino Forte) visto che, di colpo, se ne presentò un altro, da noi mai visto in anni di riunioni del Comitato Cittadino.
Pertanto, ripristinata la “verità storica” e animati da “forte” senso di responsabilità, torniamo a dire che i comitati e le associazioni dei cittadini, caro Presidente, sono sempre stati (pur inascoltati) e sono disponibili per contribuire ad elaborare un nuovo e definitivo “regolamento antenne”, che possa essere il frutto di un’intesa, la più razionale e rispondente alle esigenze della città. A tal fine preferiamo non concludere noi questa missiva , ma affidandoci alle parole (documentate da 5 anni di vittorie a tutto campo, sia al TAR che al Consiglio Di Stato)del Vice Sindaco di Orsogna(4mila abitanti), Fabrizio Montepara: “queste grandi società, NON POSSONO VENIRE A CASA NOSTRA A FARLA DA PADRONI. DEVONO SEDERSI A UN TAVOLO PER DISCUTERE CON I RAPPRESENTANTI DEI CITTADINI. Questa sentenza (n.b. di poche settimane fa)- conferma la lungimiranza della decisione di elaborare un regolamento comunale per decidere dove installare gli impianti di telefonia mobile.
L’apposita commissione consiliare ha completato tutte le indagini e le misurazioni necessarie. Le compagnie di telefonia potranno allocare le antenne in appositi siti, INDIVIDUATI SULLA BASE DI ELEMENTI SCIENTIFICI DAI RAPPRESENTANTI DEI CITTADINI, in seguito al confronto con i gestori telefonici, e non unilateralmente da questi ultimi. Orsogna si conferma all’avanguardia sulle problematiche della telefonia mobile e sta facendo scuola anche a livello nazionale”.
Gentile Presidente, nel ringraziarla se vorrà avvalersi di tutte le prerogative di legge per risolvere il problema, ci pregiamo far osservare all’ Amministrazione attiva che questo testè citato è “CAMBIAMENTO”, non quello dell’”anno che verrà”…poiché il protocollo l’hanno firmato “quelli di prima!” Cordiali auguri di BUON ANNO.

- COMITATO “UN QUARTIERE PER VIVERE” - ZONA S. PAOLO - VASTO Antonio Colella

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Omicidi sul lavoro. Già 4 vittime nei primi due giorni del 2008

Anno nuovo, nuovi morti sul lavoro. Nulla è cambiato dall'appena trascorso 2007.
Ci hanno accompagnato nel passaggio a questo nuovo anno, i sette omicidi sul lavoro della ThyssenKrupp. Il nuovo anno si apre con: 4 morti; 4204 infortuni; 105 invalidi (fonte articolo21.info).
L'ultimo di cui si ha notizia, riguarda un agricoltore di Miane (Treviso), Giampietro De Conto, 50 anni. Morto maciullato da un tritamangime, mentre lavorava nell'azienda agricola della Rocca, in località La Bella, nel comune di Follina (Treviso).
Nulla di nuovo, quindi, dal nuovo anno. Il ritmo dei morti e degli infortuni sul lavoro, riprende la sua marcia con la media di sempre.
Non che ci aspettassimo un'inversione di tendenza immediata. Ma sono anni che aspettiamo una vera svolta, in materia di prevenzione infortuni sui luoghi di lavoro e francamente ormai, ogni giorno che passa senza intervenire efficacemente è da considerarsi un giorno sprecato. Altre attese da parte delle istituzioni, devono essere ritenute ingiustificabili. Ogni nuovo silenzio dei media sull'argomento, diventa sempre più assordante.
Chi potrà dire di non avere sentito gli ultimi di commenti di Veltroni sulla riforma della legge elettorale? Oppure di Prodi che ci informa che no, non è vero che la Spagna ha sorpassato l'Italia sul fronte economico.
Certamente nessuno sarà lasciato ignaro in questi giorni, sul fatto che oggi inizieranno i saldi in diverse località italiane. Tutti saremo informati sul come difenderci dai finti sconti o dall'acquisto di capi tirati fuori dai magazzini, fatti passare invece per ultimi arrivi.
Mentre saremo bombardati da notizie di questo tipo, verosimilmente resterà invece anonima la morte di Xiaofeng Wu, donna cinese poco più che quarantenne, morta schiacciata da un muletto, in una ditta del milanese.
4 morti; 4204 infortuni; 105 invalidi in questi primi due giorni del nuovo anno. Nuove vittime di questo appena iniziato anno 2008, che non potranno più sperare nella vita migliore che si erano augurati allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre scorso.


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martedì 1 gennaio 2008

Un commento sul discorso di fine anno del Presidente Napolitano

Il discorso del Presidente Napolitano? Diciamo che non mi ha colpito. Oltre alle parole, non ho notato la passione ed il coinvolgimento che avrei voluto vedere. Mi è apparsa più una recita di fine anno.
Tanti e diversi sono stati gli argomenti toccati nel discorso: dalla voglia di fiducia nel sistema paese, al dialogo con la Santa Sede; passando per le morti sul lavoro e le missioni all'estero.
Tanti e diversi ma nessuno apporfondito (nel limite del possibile per un tradizionale discorso di fine anno) come avrebbe meritato, alcuni in particolare.
Non vedo personalmente i motivi di grande fiducia che invece ha notato il Presidente della Repubblica, da ciò che avrebbe "visto e potuto intendere lungo tutto il 2007, attraverso un gran numero di visite e di incontri" dai quali si sarebbero notati "segni concreti di dinamismo e di capacità innovativa, prendendo visione di realizzazioni e progetti audaci". Questa sarebbe, secondo Napolitano, la "realtà dell’economia, delle imprese e del lavoro produttivo ; e la realtà di istituzioni indubbiamente vitali".
In verità, la realtà è fatta di imprese che sempre più privilegiano il profitto a scapito della qualità del lavoro, relegando quest'ultimo ad una variabile dipendente della produttività. Ne sono conseguenze dirette, la precarietà del lavoro e della vita. E ne è conseguenza diretta la strage quotidiana sul lavoro. Ed anche il Presidente della Repubblica l'ha definita strage. Ricordando gli operai della ThyssenKrupp, morti a seguito dell'incendio dello scorso 6 dicembre, Napolitano ha parlato di "vittime di una vera e propria inaudita strage". Sui quotidiani omicidi sul lavoro è tutto qui. Nessuna presa di posizione, neanche una parola sulle cause e sui rimedi per porre fine alla mattanza. Neppure una smorfia a dimostrare che il tema delle morti sul lavoro "è stato e rimane un assillo" per il Presidente. Davvero troppo poco!
Mentre è davvero troppo dovere ancora sentire dell'ottima
"collocazione internazionale dell’Italia largamente condivisa" e di come "il nostro maggiore storico alleato apprezzi i contributi e gli sforzi dell’Italia e dell’Europa in un mondo drammaticamente percorso, ancora in questi giorni, dall’aggressività del terrorismo e da una molteplicità di mutamenti e sfide globali e di gravi tensioni". E' davvero troppo continuare a definire quegli impegni umanitari, esercitati secondo Napolitano, "nello spirito della Costituzione repubblicana". Tutto come se l'articolo 11 della Costituzione non esistesse. Come se l'Italia, secondo il dettato costituzionale non ripudiasse la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
E allora, appare quanto meno fuorviante il successivo richiamo al sessantesimo anniversario della Carta Costituzionale di cui "dobbiamo risolutamente ancorarci ai suoi principi".
Certo come il principio di tutela del lavoro, cui il Presidente fa solo un accenno fugace. Così come una frase sola è spesa a favore di un generico principio di pari opportunità tra uomo e donna.

Insomma, per quanto mi riguarda, si poteva e doveva dire di più e meglio. Di più e con più forza sulle morti sul lavoro. Di più e meglio sulle difficoltà quotidiane degli italiani. Meglio si doveva dire o forse tacere, se queste dovevavo essere le parole spese, sulle missioni di guerra in cui è impegnata l'Italia.

E poi, non una parola è stata spesa sulle condizioni dei pensionati, sempre più soli, costretti a vivere con l'unico sostentamento di pensioni da fame. Nè ha meritato menzione il sistema scolastico ed universitario italiano, sempre più umiliati da un politica che non riesce a trovare risposte adeguate. A quella ricerca universitaria a cui costantemente vengono erose risorse a favore di spese per armamenti.

La speranza è che questo 2008 sia migliore delle parole del nostro Presidente.

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