35 anni fa: la strage di Piazza della Loggia. La ferita alla democrazia è ancora aperta.
La bomba esplose due anni prima della mia nascita. Eppure il pensiero di quanto avvenne il 28 maggio di 35 anni fa a Brescia, mi suscita sentimenti di rabbia ed indignazione.Quel giorno del 1974, in Piazza della Loggia a Brescia, una bomba nascosta in un cestino portarifiuti fu fatta esplodere mentre era in corso una manifestazione contro il terrorismo di matrice neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato antifascista. L’attentato provocò la morte di otto persone: Giulietta Banzi Batoli, Clementina Calzari Trebeschi, Livia Bottardi Dilani, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trebeschi, Vittorio Zambarda. Altre cento persone rimasero ferite. Nessun colpevole, nè tra gli esecutori, nè tra i mandanti è stato individuato nelle aule dei tribunali. Da qui la rabbia.
E poi l'indignazione, per una strage che ha visto la probabile complicità di apparati dello Stato. Un'ipotesi, questa, che ha trovato spazio nei dibattimenti processuali ed avvalorata da cirocstanze a dir poco inquietanti, ed in primo luogo dal fatto che a meno di due ore dalla strage, ad una squadra di pompieri fu impartito l'ordine di ripulire con le autopompe il luogo dell'esplosione da indizi, reperti e tracce di esplosivo.
Ma anche se le colpe non sono state ancora individuate nelle aule di tribunale, la ricerca della verità condotta soprattutto con la tenacia delle associazioni dei famigliari delle vittime, ha dimostrato lo strappo democratico di quegli anni. Una ferita inferta alla democrazia che ancora non si è rimarginata, visto che esponenti della destra di quegli anni, che ebbe responsabilità dirette nella violenza antidemocratica di quel periodo, oggi occupano importanti cariche istituzionali. Dato che gruppi di neofascisti, eredi diretti della destra coivolta nella strategia della tensione degli anni settanta, ancora girano per le strade ed ancora compiono le loro vigliacche aggressioni e con questi la destra istituzionale mantiene relazioni e si unisce per le elezioni.
Soprattutto la ferita alla democrazia è ancora aperta e si allarga ad ogni dichiarazione antidemocratica del presidente del consiglio dei ministri, contro la Costituzione, contro la magistratura che vorrebbe sottomettere al suo potere, contro il Parlamento a cui progrssivamente va togliendo prerogative e dignità. E nuove ferite vengono inferte alla democrazia, quando si tenta di ridurre i diritti dei lavoratori, quando si attacca il diritto allo studio, quando non si garantiscono i diritti civili ed individuali costituzionalmente garantiti.
La speranza è che la ferita possa essere curata. Ma c'è bisogno di una risposta unitaria e di massa. Da subito.





